30/04/2026
Gli interventi del Presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, pubblicati il 25 e il 27 aprile su Il Centro, offrono una visione precisa del ruolo che la dovrebbe avere secondo lui: un luogo neutro, sottratto al presente e distante dalle realtà politiche e sociali.
Secondo questa impostazione, la scelta di dedicare uno spazio della montagna a una causa contemporanea – come quella del Popolo Palestinese – rappresenterebbe un fattore di divisione, perché espressione di una posizione parziale all’interno di un conflitto complesso.
Potrebbe dirsi lo stesso per tale lettura, parziale e semplicistica, che non condividiamo. La montagna, nella storia delle nostre Comunità, non è mai stata un luogo indifferente. È stata rifugio, confine, simbolo, ma soprattutto memoria. Uno spazio capace di custodire e trasmettere valori, esperienze e scelte collettive.
La montagna non è mai stata neutrale, così come non lo è la memoria. È fatta di scelte, di racconti che emergono e di altri che restano in ombra. Pensarla oggi come uno spazio avulso da ciò che accade nel mondo significa ridurne profondamente il valore.
Allo stesso modo, ritenere divisivo il riconoscimento simbolico di una condizione di sofferenza e resistenza rischia di confondere il piano dell’umanità con quello della contrapposizione ideologica. Infatti, richiamare l’attenzione su una crisi umanitaria non equivale a semplificare un conflitto, né a negarne la complessità, ma rappresenta un atto di consapevolezza e responsabilità civile.
Per questo non condividiamo l’idea che iniziative di questo tipo siano frutto di superficialità o di una lettura parziale della realtà. Al contrario, esse nascono dalla volontà di non rimanere indifferenti davanti all'esplicita prevaricazione dei diritti di un Popolo intero e di esercitare una libertà di espressione che investe anche i luoghi simbolici della nostra identità.
La montagna, custode della memoria collettiva degli abruzzesi, non è mai stata silenziosa spettatrice della storia. Ed è proprio in questa sua funzione che continua a trovare il suo valore più autentico: non nell’assenza di posizione, ma nella capacità di ricordare, rappresentare e interrogare il presente.