15/10/2022
“Viniti, o gran signori, viniti ad ascultari ca di lu vintunu novembri vi vuogghju raccuntari”…
Posted on novembre 25, 2016
Nella descrizione del paesaggio serrese che San Bruno fa al suo amico Rodolfo leggiamo: “Come descriverti l’aspetto delle colline che dolcemente si elevano all’intorno, ed il recesso delle valli ombrose con l’incanto dei numerosi fiumi, dei ruscelli e delle fonti?”. Nello splendido scenario naturalistico che si apriva agli occhi di Bruno si stagliava anche il fiume Ancinale, il cui nome deriva dal greco Anchonali che significa “sinuoso”. Di questo fiume troviamo la descrizione nel Dizionario bibliografico geografico di G. Valente:
“Nasce nelle montagne di S. Stefano del Bosco, dal colle Ninfo, a 1070 m. Si alimenta da sedici sorgenti nello stesso territorio di Serra San Bruno, di cinque in quello di Satriano, di quattro in quello di Cardinale, e di una nel territorio di Simbario.
Costituisce uno dei tre rami dell’Allaro.
a proposito di che correva il detto: Allaro, Metramo ed Ancinali sugnu fratelli carnali… Attraversa i territori di Serra, Brognaturo, Spadola, Simbario e lambisce Cardinale. Ha un corso di 34 km, un bacino di 168 km2 ed una portata media di 3,89 m3 al secondo: è pertanto uno dei maggiori della Calabria. Le sue acque erano proprietà del monastero di S. Stefano, che ne affidò l’utilizzo allo Stato quando le ferriere di Stilo entrarono in Demanio. Lungo il suo corso, un tempo costellato di mulini…era una delle più grandi fonderie private del Regno di Napoli. Era ricordato navigabile, ricco di anguille e trote di ottima qualità, e vi erano pure le lontre. Qualcuno identifica questo fiume con il Sagra, presso cui, nel 550 a.C., i Locresi sconfissero in battaglia i Crotoniati (che numericamente superavano di gran lunga i Locresi…). Conosciuto anche col nome di Caecinus, Cecino, ricevette celebrità dalla morte del citaredo e fortissimo locrese Eunomo che gli indigeni volevano fosse il figlio del fiume, e dalla penitenza che in un punto del suo corso vi fece San Bruno…”.
Il certosino Benedetto Tromby ci dice che il fiume Ancinale era chiamato anche Enchinar.
Questo fiume, dalle quiete sembianze, si è reso in realtà protagonista di due tragici eventi naturali per la storia di Serra, noti come “diluvioni”.
• Dell’alluvione del 12-13 Novembre 1855 parla Bruno Maria Tedeschi ne Il Regno delle Due Sicilie:“Un tempo erano incogniti a’ Serresi i mali che sogliono cagionare le inondazioni dei fiumi….; ma da parecchi anni a questa parte (quindi non doveva trattarsi di un fenomeno raro a Serra, ndr), verso l’autunno, si succedono per ogni anno gli alluvioni, e fu terribile quello del 13 novembre 1855. Al sorgere di quel giorno, dopo una notte orribile in cui fremeva un vento impetuoso di sud-est, incominciava a cadere la pioggia a rovescio, in mezzo alle ripetute ed incessanti detonazioni della folgore. Dopo pochi istanti, il fiume Ancinale diveniva torbido e spumante, trasportando nei suoi gorghi alberi divelti e tronconi di abete; quindi travasava dal suo alveo e, superati gli argini, si riversava furibondo dentro l’abitato. Molte case, crollando all’impeto delle acque, furono trasportate via; altre furono devastate e sommerse. La piena fu si strabocchevole, che nella piazza si elevava all’altezza di cinque piedi, e dentro la navata della chiesa Matrice giungea fino alla mensola dell’altare maggiore. Fu vero miracolo il non esservi stata alcuna vittima di questa sciagura; e ciò avvenne perché gli abitanti dei rioni più esposti all’impeto delle acque ebbero tempo di salvarsi, quantunque a grandi stenti”.
Quello del 21 Novembre 1935 è il più rovinoso alluvione che la storia di Serra ricordi. Il ricordo è ancora vivo nelle persone più anziane. Questo evento funesto fornì l’occasione per la composizione di una canzone satirica, alcune strofe della quale sono importanti per capire la tragicità dell’accaduto. Ecco uno stralcio della canzone:
Alli vintunu novembri,
vinna lu diluvioni
mu si leva arriedhi la chiesa
chidha massa di ‘mbroglioni.
E li vidivi fujiri
cui alla nuda e cui ‘ncammisa,
e li vidivi fujiri
mu si sarvanu la vita.
È bieru ca scappamma,
scappamma e non fu scuornu
e li vidivi fujiri
pi li vie di San Giluormu.
La canzone continua poi menzionando le case proprio a ridosso dell’Ancinale, spazzate via dalla furia delle acque. Di queste case, contro le quali si scaglia l’autore della satira, si dice che “…valìanu belli diniri, li ceramiedhi e li quinti si li livau Ancinali”. Cominciò a piovere nel primo pomeriggio del 21 novembre e la pioggia si intensificò col passare delle ore, fino a quando, a sera, “si aprirono le cataratte celesti” (cit.. Gambino).
Scrive Sharo Gambino in Fischia il Sasso:“Per tutte le eterne ore della notte tempesta e raffiche di vento. E chi osava da dietro i vetri affacciarsi sull’orrendo spettacolo illuminato a giorno vedeva l’acqua salire scura e vorticosa e su di essa la corsa pazza di tronchi, ramaglie, mobili, suppellettili ed altro che spesso non s’intuiva cosa potesse essere…
E lui, l’Ancinale, nelle cui acque placide avevo sguazzato per infruttuose pesche di trote rugginose, non era più lo stesso, placido, lento, corso d’acqua qua luminoso di sole, là bruno d’ombra; e non sarebbe stato più lo stesso, morto pur esso, quando sarebbe rientrato nell’alveo naturale per riprendere il lungo viaggio verso il mare con quel suo scorrere canterino, dimentico dei lutti e delle rovine seminati in un momento di incontrollata follia”.
Una descrizione più drammatica fa lo stesso Gambino nel suo libro Sull’Ancinale. Come già detto in precedenza, l’alluvione colse i serresi nelle tarde ore pomeridiane. Incombeva l’incubo di una notte tragicamente piovosa. Molta gente si spostò verso i punti alti del paese (come ricorda la canzone satirica), soprattutto verso il rione San Girolamo. La popolazione rimase senza corrente elettrica. Molte famiglie, per non essere sopraffatte dall’acqua che saliva sempre più, bucarono pareti o soffitti per trovare rifugio in altre abitazioni o nei cosiddetti “sulari”. Molte vittime causò l’alluvione del ’35, alcune mai ritrovate, altre ritrovate a Soverato. Altre vittime si ebbero a distanza di giorni: molti furono i crolli di case, che sorpresero intere famiglie, a causa delle infiltrazioni d’acqua.
In seguito all’alluvione mutò il volto del paese. Venne tracciata la strada di circonvallazione dall’ingresso nord dell’abitato al ponte sull’Ancinale in mezzo; i fiumi Garusi e Ancinale vennero finalmente imbrigliati; piazza S. Giovanni cambiò totalmente aspetto. Venne rimosso l’obelisco in granito (attualmente collocato sulla scalinata di Santa Maria), e si costruì la “villa” che tutti ancora ricordiamo. Anche piazza Monumento fu rimaneggiata, tuttavia furono rimossi i quattro ippocastani agli angoli della piazza.