Eskimo Società Cooperativa Sociale

Eskimo Società Cooperativa Sociale Siamo una Cooperativa Sociale di tipo A nata nel 2002, che opera sul territorio cerretese e nei comu

Eskimo Società Cooperativa Sociale Onlus nasce nel 2002, nel comune di Cerreto Guidi (FI). A quella data il gruppo di soci che la costituiscono - in prevalenza donne - sono da anni impegnati sul territorio con l'Associazione Culturale Medicea, nata nel 1998. Eskimo ne recepisce i valori e ne diventa il braccio operativo, connotandosi pienamente come impresa economica. Cooperativa di tipo A, i serv

izi alla persona del suo oggetto sociale implementano quattro aree aziendali: "infanzia", "minori", "area disabili e anziani" e "cultura". La volontà di differenziare gli ambiti di competenza ha permesso lo sviluppo, negli anni, di un'azienda con più di cinquanta dipendenti che opera con qualità in campi diversificati e su diverse fasce di età, in contesti territoriali limitrofi. Ognuno di questi campi rafforza naturalmente l'altro e potenzia il valore complessivo dell'intervento. Un'impresa che opera da più di un decennio per la promozione della persona incontra la comunità per la quale, e con la quale, lavora e agisce.

DISCRIMINAZIONE DI GENEREIn un film del lontano 1977, “Berlinguer ti voglio bene” con protagonista Roberto Benigni, c’è ...
18/06/2026

DISCRIMINAZIONE DI GENERE

In un film del lontano 1977, “Berlinguer ti voglio bene” con protagonista Roberto Benigni, c’è una scena che è diventata un cult, almeno per quelli fra noi non più così giovani. Due ragazze provano a introdurre un dibattito alla Casa del Popolo, “una chiacchierata sui problemi della donna,” ma il primo intervento dal pubblico è questo: “Scusi… io ho seguito un po’ la questione… la donna ‘ncazzata e via e via e via… ma ‘nsomma… la donna, la donna, la donna… o l’omo?”. Certo, erano altri tempi… Ora abbiamo imparato che le cose si sono fatte ancora più complesse e la disparità di genere propriamente intesa non riguarda solo le donne, o il sempre invadente “omo”. Sebbene il dibattito pubblico si concentri spesso sulle disuguaglianze e sugli ostacoli subiti dal genere femminile – che restano comunque i più presenti, almeno come grandi numeri – il concetto racchiude tutte le forme di disparità basate sul genere che colpiscono qualsiasi individuo.
Il fenomeno della disparità di genere, così, si estende su più fronti. A partire da quello delle donne e delle ragazze, che subiscono storicamente discriminazioni sistemiche, disparità salariale (gender pay gap), un carico sproporzionato nel lavoro di cura familiare e una maggiore vulnerabilità alla violenza di genere. Ma anche il fronte di uomini e dei ragazzi, che possono subire pressioni sociali e culturali (ad esempio, l'aspettativa di dover essere sempre forti o l'impossibilità di esprimere le proprie emozioni liberamente), subire svantaggi legati all'affidamento dei figli dopo le separazioni, o affrontare tassi più alti di infortuni sul lavoro. Così, anche il fronte delle persone non binarie e LGBTQIA+, che affrontano frequenti discriminazioni nell'accesso ai servizi, nel mondo del lavoro e sono spesso soggette a violenza e marginalizzazione a causa di identità di genere non conformi alle aspettative sociali.
Tutto questo deve farci riflettere su un aspetto fondamentale. L’ampio ventaglio discriminatorio non può che essere combattuto in tutte le sue forme, proprio perché l’accesso senza ostacoli della diversità nei processi lavorativi e nelle relazioni di vita in generale rappresenta il fattore più importante del progresso sociale e della nostra compiuta umanità. Non ci sono dunque scorciatoie: ogni azione in direzione la lotta alla discriminazione di genere è “assolutamente” importante e sempre più necessario.

DDL VALDITARA: IL CONSENSO INFORMATO È LEGGE  Il consenso informato a scuola è legge. D’ora in avanti le scuole medie e ...
11/06/2026

DDL VALDITARA: IL CONSENSO INFORMATO È LEGGE

Il consenso informato a scuola è legge. D’ora in avanti le scuole medie e superiori, prima di proporre iniziative che riguardano tematiche relative a sessualità ed affettività, dovranno obbligatoriamente ottenere il consenso delle famiglie. Diversa la disciplina per le scuole dell’infanzia e primaria: qui il divieto è assoluto. Questi argomenti, stabilisce la legge, non possono essere affrontati in alcuna forma.
A cantare vittoria per l'approvazione della legge Valditara è la Lega e, più in generale, le forze di governo. Il Ministro dell'Istruzione e del Merito ha definito la riforma "storica", sottolineando come essa ponga un freno alle derive ideologiche e garantisca la centralità delle famiglie. Esultano i partiti di centrodestra e le associazioni pro-famiglia, mentre le opposizioni e i sindacati (come la FLC CGIL Federazione Lavoratori della Conoscenza) hanno espresso forte contrarietà parlando di "oscurantismo".
Fino a qui l’oggettività dell’informazione. E comunque non possiamo non accorgerci che il tema della sessualità/affettività a scuola è fortemente divisivo, anche nell’opinione pubblica. Non importa scomodare Freud per capire che quando si tocca l’argomento “sesso”, specialmente in relazione alla scuola, emergono modi, opposti, di guardare alla vita e al mondo. Fra le tante domande e i dubbi che ci poniamo vogliamo formularne almeno una, che secondo noi è necessaria per comprendere la vera finalità di questa legge: chiedere il consenso alle famiglie per poter parlare di questi argomenti, o addirittura impedirlo come nella scuola d’infanzia e primaria, che idea di bambino e cittadino sottintende e promuove? Questa legge favorisce la concezione di un percorso formativo che apre alla capacità critica in direzione della libertà di scelta o lavora, piuttosto, per mantenere le persone in stato di minorità?
È infatti scontato che, con questa legge, i docenti che insisteranno per portare nella scuola il tema della sessualità/affettività non saranno certo agevolati, e, perdipiù, molte di queste iniziative non avranno il consenso di quelle famiglie che, secondo il nostro modesto avviso, ne avrebbero più necessità. E allora estendiamo il senso della nostra domanda: per il bambino e le bambine, e poi ragazzo e ragazze, private di questa possibilità formativa, sarà più facile l’accettazione passiva degli stereotipi di genere o vorranno combatterli? Da adulti/e avranno una possibilità maggiore o minore di ritrovarsi razzisti e razziste? Alimenteranno il fenomeno della prostituzione oppure si vergogneranno di essere corresponsabili dello sfruttamento sessuale? Per noi la risposta è addirittura superflua, e purtroppo, cercando di far funzionare il nostro senso critico, crediamo che lo sia non soltanto per chi esprime contrarietà a questa legge, ma anche per chi l’ha proposta e per i veri motivi per cui è stata approvata.

Le iscrizioni per i centri estivi di Sovigliana sono state prorogate fino al 4 Giugno. Ci sono ancora posti disponibili ...
27/05/2026

Le iscrizioni per i centri estivi di Sovigliana sono state prorogate fino al 4 Giugno. Ci sono ancora posti disponibili per il mese di Luglio.
Ci potete scrivere a [email protected] o telefonare al 0571887703 per informazioni.
Questo è l'indirizzo del nostro sito per procedere alle iscrizioni: https://www.eskimocoop.it/

SCHWA O NON SCHWA? Ormai non è così raro leggere dei documenti che, nella loro composizione, tentano di favorire una lin...
19/05/2026

SCHWA O NON SCHWA?

Ormai non è così raro leggere dei documenti che, nella loro composizione, tentano di favorire una lingua più inclusiva. Dal saluto “Buongiorno a tutte e tutti” o “Care e cari”, dove il consueto maschile esteso (“tutti” e “cari”) è declinato nei due generi, a quella simbologia che utilizza la famosa schwa (Ə) o l’asterisco (*) o addirittura altri segni come “u”, @, ecc. In quest’ultimo caso, l’uso di dei simboli vuole essere ancora più inclusivo dei soli due generi maschile e femminile. Nel parlato le cose si fanno ancora più complesse, perché pronunciare la schwa non è agevole e l’asterisco è addirittura impronunciabile.

La questione dell’inclusività della lingua, al di là degli interventi settoriali e specialistici, in Italia è balzata alla cronaca quando la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur avendo più volte dichiarato di sentirsi “madre”, “donna” e “cristiana”, ha preteso di essere chiamata “il” Presidente. In questo caso Meloni sicuramente non crede al diritto di definirsi secondo la propria percezione di sé, e certo non lo riconosce agli altri. Per gli attivisti della lingua, al contrario, essere chiamati secondo la percezione che abbiamo di noi stessi, anche oltre le regole binarie standard del maschile e femminile, è un diritto. Superfluo dire che il problema non è semplicemente “grammaticale” ma, casomai, di quanto una certa grammatica influisca sui rapporti sociali e culturali, e, parallelamente, di quanto una certa cultura cerchi di influire sulla grammatica… per influire sulle relazioni sociali.

C’è poi una componente ulteriore: il dibattito s’innesca sulla lingua, che per quanto sia sentita da ognuno come propria e legata indiscutibilmente all’individuo parlante, o scrivente, è anche un patrimonio collettivo, anzi, lo è per eccellenza. E questo rende il confronto non sempre semplice. Ciò non accade in altri ambiti. Prendiamo come esempio la scelta della nostra alimentazione: alcuni seguono senza troppi problemi le tradizioni che hanno trovato in famiglia o nel contesto sociale in cui vivono, altri si pongono il problema e fanno delle scelte in relazione alla salute, o a motivi etici o religiosi. Sì, si possono accendere delle discussioni anche su questi argomenti, ma alla fine ognuno mangia nel proprio piatto e decide, quando può, di cosa riempierlo (carne? solo la carne di pesce? si escludono anche uova e latticini?) Con la lingua che parliamo e che scriviamo invece non è così, il “piatto” in cui mangiamo è sempre condiviso ed esiste un ricettario che troviamo nell’uso comune, nel vocabolario, nella grammatica. La scelta riguarda quindi noi stessi, ma ricade immediatamente sugli altri, che sono chiamati a rispondere in coerenza oppure a decidere diversamente.

Senza voler immediatamente schierarsi da una parte all’altra della tifoseria, ci preme sottolineare l’importanza dell’attenzione, un’attenzione che fin da subito riguarderà non solo il fatto linguistico ma la sostanza sociale e culturale che sottende. Così, quando riceverete un saluto su un gruppo di whatsapp con un “Buongiorno a tutt*” o a “tutte e tutti” o a “tuttƏ”, la vera questione non sarà quella del bon ton e della regola grammaticale, ma raccogliere il segnale che indica quanto ancora, nella nostra società, sia presente quella disparità di genere che investe la famiglia, il mondo del lavoro, l’educazione dei figli, la scuola e la formazione, perfino le cure mediche ecc. Che poi è la concretezza del vivere. Il modo di usare la lingua, da solo, non può sicuramente risolvere la disparità di genere, ma indicare che c’è un grosso problema sì. Quindi, decidete di rispondere come volete, ci sono tante e tante possibilità. Ma con la consapevolezza che la scelta non è mai neutra.

LA VIOLENZA SULLE DONNEPerché le donne subiscono atti di violenza?, da quelli quotidiani e spesso nemmeno valutati come ...
27/04/2026

LA VIOLENZA SULLE DONNE

Perché le donne subiscono atti di violenza?, da quelli quotidiani e spesso nemmeno valutati come tali agli omicidi più crudeli? La risposta non può che essere complessa. Con queste brevi riflessioni non vogliamo certo ridurne la complessità, ma provare a fare un po’ d’ordine in quel polverone mediatico che spesso, più che rivelare, nasconde. Fare un po’ di chiarezza, elencando e sottolineando, può essere anche un modo per conoscere meglio il fenomeno e combatterlo.

La causa prima, come un sottofondo sempre presente, è la cultura patriarcale. Con una traduzione più intuitiva la si potrebbe definire disparità di potere. Il patriarcato, nella sua essenza più pericolosa, si fonda su un assunto brutale: tu sei la mia donna, e “mia” significa che sei “di mia proprietà”, cioè “in mio potere”. Se provi a manifestare la tua autonomia da me, io cercherò in tutti i modi di impedirtelo, con una violenza crescente, e se non basta, anche con la morte. Di questo mio atteggiamento trovo rispondenza nel brodo di cultura dove sono cresciuto: il maschio è forte e domina, la femmina è femmina in quanto sottomessa.
Ma qual è il motivo di tanta paura di perdere lo status di dominatore, almeno nei confronti della donna? Forse perché il maschio, nel contesto patriarcale, impara fin da subito a rimuovere la propria fragilità profondamente umana. Lui deve avere il potere del controllo, non può subire fallimenti sentimentali o frustrazioni: questa sorta di analfabetismo emotivo, di fronte a un rifiuto, può trasformarsi senza indugi in rabbia e violenza, distruggendo chi, secondo lui, ne è la causa. Si tratta di una distruzione psicologica o fisica, che tuttavia ha come obiettivo la sottomissione e l’annullamento di chi ho di fronte.

La causa sociale: molte donne sono ancora dipendenti economicamente dal compagno o dal marito, e per questa ragione non possono fuggire dalla trappola di un abuso pressoché quotidiano. Tollerano fino all’inverosimile, vivendo spesso una situazione di isolamento sempre più incentivata dal “loro” secondino, proprietario e padrone, che le maltratta e le allontana da amici e famiglia.

In Italia, negli ultimi anni, le leggi contro la violenza di genere si sono inasprite. Ma la legge, da sola, non è sufficiente: molte donne infatti si rifiutano di denunciare i maltrattamenti subiti per paura delle conseguenze, per il timore di non essere credute e addirittura giudicate. Anche per non essere sufficientemente tutelate dal risentimento e dalla vendetta di chi hanno denunciato. Così, la gran parte delle volte, la legge agisce soltanto a violenza subita e acclamata, cioè ad atto compiuto. La prevenzione, basata sull’educazione e sulla formazione, a partire dalla scuola e dalla famiglia, spesso è pressoché inesistente.

La violenza viene incrementata anche dalle nuove tecnologie e dai media, che hanno allargato il perimetro del fenomeno. Pensiamo per esempio alle nuove forme di controllo e abuso, come lo stalking digitale, cioè le molestie intimidatorie e ossessive realizzate attraverso social, e-mail, messaggi; o anche il revenge p**n, la pubblicazione o la minaccia di diffusione di foto, video o messaggi privati su social network e siti p**nografici. A ciò si aggiunge la narrazione dei media: spesso il linguaggio sensazionalistico della notizia tende a giustificare l’aggressore (si parla addirittura di “troppo” amore o di “raptus” che ne cancellano la responsabilità individuale).

Questi sono soltanto alcuni dei motivi per cui le donne subiscono violenza, sicuramente non tutti e certamente non articolati a sufficienza nella loro complessità e profondità. A molti sembreranno esasperati, noi non lo pensiamo. Tentano di disegnare un profilo del fenomeno che non cessa di investire la cronaca e che fa parte di quelle brutalità che dovremo imparare a riconoscere e combattere in ogni situazione di vita. Cercare di individuarne le principali cause serve a capire meglio, mai, ovviamente, a giustificare. Chi tende a giustificare, a soprassedere, a non vedere la gravità del fenomeno della violenza sulle donne diventa, anche suo malgrado, complice. La sua indifferenza ci indigna ed è necessario scuoterla alla radice per un’assunzione di responsabilità civile.

BOCCIATURA DEL CONGEDO PARENTALE PARITARIOPurtroppo nei giorni scorsi è stata bocciata la proposta di legge per un conge...
03/03/2026

BOCCIATURA DEL CONGEDO PARENTALE PARITARIO

Purtroppo nei giorni scorsi è stata bocciata la proposta di legge per un congedo parentale paritario tra uomo e donna. La proposta di legge, che vedeva come prima firmataria la segretaria del PD Elly Schlein e il sostegno compatto delle minoranze, è stata definita una “grande occasione persa” per l’occupazione femminile e la genitorialità condivisa.

L’obiettivo della legge era quello di superare l’attuale disparità tra madre e padre per garantire a entrambi il diritto (e il dovere) di restare accanto ai figli nei loro primi mesi di vita. Per questa ragione si prevedeva l’estensione del congedo di paternità obbligatorio dagli attuali 10 giorni a 5 mesi. Per le donne poi si proponeva una retribuzione piena, dall’80% attuale al 100% dello stipendio per dipendenti, autonome e libere professioniste. Nella proposta era inserita anche una voce per un assegno di maternità per lavoratori discontinui pari a 2.500 euro.

Un altro criterio della riforma prevedeva di estendere la misura anche ai genitori non sposati e ai lavoratori autonomi. Solo con questi correttivi alla norma attuale si potrebbe permettere ai padri di veder crescere i figli e liberare le donne dal peso esclusivo della cura, permettendo loro di rimanere nel mercato del lavoro e di perseguire i propri obiettivi professionali.

Senza questa riforma, che è stata bocciata sostanzialmente per ragioni finanziarie e anche per alcuni cavilli tecnici, le garanzie offerte alle famiglie rimangono quelle attuali, che comunque impongono alle donne un peso superiore di cura dei figli. Adesso, infatti, le madri hanno il congedo obbligatorio di 5 mesi (in genere utilizzati 2 prima del parto e 3 dopo) con un’indennità dell’80%, mentre ai padri rimane il congedo obbligatorio di soli 10 giorni, retribuiti al 100%.

Un peccato perché in altri Paesi europei la parità nella gestione dei figli esiste. In Spagna, ad esempio entrambi i genitori hanno diritto a 16 settimane ciascuno, pagate al 100% dallo Stato. La Svezia, invece, offre un lungo congedo ai padri. Dei 480 giorni totali assegnati alla coppia per ogni figlio, 90 devono essere gestiti dal papà, che se non li usa fa perdere alla famiglia i sussidi dallo Stato. Anche in Islanda c’è un sistema simmetrico, con sei mesi alla madre e altrettanti al padre. Solo tre esempi di Paesi dove la parità esiste e dove, peraltro, non esiste il problema di denatalità che mette in crisi l’Italia.

CAMPAGNA NATALE AIL Anche quest'anno la cooperativa sociale Eskimo ha aderito alla campagna natalizia AIL Associazione I...
09/12/2025

CAMPAGNA NATALE AIL

Anche quest'anno la cooperativa sociale Eskimo ha aderito alla campagna natalizia AIL Associazione Italiana contro Leucemie, linfomi e mieloma. Oltre alle stelle, le candele profumate e le palline di Natale con il logo dell'Associazione, una dolce novità: i "sogni di cioccolato"! Vi aspettiamo in cooperativa!

25/09/2025

RICERCA DI PERSONALE EDUCATIVO!

Eskimo Società Cooperativa sociale ricerca personale per Assistenza educativa specialistica in ambito scolastico (minori con disabilità), scuole dell’Empolese-Valdelsa.
Contratto a tempo determinato (20 ore circa settimanali)

I candidati dovranno essere in possesso di uno dei seguenti titoli di studio o qualifiche professionali:
- educatore professionale socio-pedagogico con laurea L19;
- educatore professionale socio-sanitario con laurea L/SNT2;
- pedagogista in possesso di una delle seguenti lauree: LM-50, LM-57, LM-85, LM-93;
- qualifica di educatore professionale socio-pedagogico acquisita ai sensi dell'art. 1 comma 597 della Legge
n. 205/2017;
- possesso della qualifica attribuita ai sensi dei commi 597 e 598 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2017 n. 205.

Per candidarsi:
invio del curriculum vitae a [email protected]

Cooperativa Sociale Eskimo
Via 2 settembre n°58 – Cerreto Guidi (FI)
Tel. 0571887703

ESKIMO: SOLIDALI CON LA PALESTINAArriverà il tempo in cui le generazioni future diranno “Com’è potuto accadere sotto gli...
22/09/2025

ESKIMO: SOLIDALI CON LA PALESTINA

Arriverà il tempo in cui le generazioni future diranno “Com’è potuto accadere sotto gli occhi di tutti senza che le persone non abbiano trovato il modo per fermare questo abominio?”. La domanda si riferirà a un altro sterminio di massa e ancora più precisamente a un genocidio: Gaza.

A Gaza l’esercito di uno stato, Israele, sta massacrando scientemente i civili di una popolazione senza stato e senza che altri stati – tranne rarissime eccezioni – si siano mossi in loro difesa. E non solo li sta uccidendo con le armi fornite dagli Stati Uniti d’America, dalla Germania e dalla stessa Italia, ma ne sta causando la fine con una carestia indotta e programmata, bloccando gli aiuti umanitari e i medicinali. I morti di Gaza sono senz’altro più di sessantamila. Ricordiamo che a Gaza il governo d’Israele impedisce la presenza di giornalisti stranieri, perché il massacro deve passare preferibilmente sotto silenzio, e tutte le informazioni sulla situazione reale provengono da quei giornalisti che rischiano la vita e che sono stati, anch’essi, eliminati in maniera mirata, un numero esorbitante di giornalisti uccisi, circa trecento.

Una canzone di tanto tempo fa diceva che di fronte a certe situazioni il sentimento non è soltanto lo spavento, ma anche lo schifo, certe situazioni fanno più schifo che spavento: e in questo caso il governo di Israele e gli israeliani che lo sostengono fanno senz’altro schifo, e lo diciamo a pieni polmoni. Attenzione, non si ricorra alla solita scusa dell’antisemitismo, noi siamo consapevoli del valore della cultura ebraica e della sua importanza per il mondo intero. Noi affermiamo con certezza che anche la causa della diffusione dell’antisemitismo è proprio il governo terrorista del criminale Netanyahu e dei fanatici dell’estremismo religioso che lo sostengono. Noi additiamo questi come criminali, aggiungendo casomai che ci aspetteremmo una presa di posizione più netta della comunità ebraica, anche della diaspora, proprio nel rispetto della memoria di quello che ha subito in passato, cioè nel rispetto dell’umanità vera, quella degli altri e anche la propria. Di fronte a ciò che sta accadendo a Gaza - lo ripetiamo, un genocidio a cielo aperto, sotto gli occhi di ognuno di noi – l’indifferenza non può avere nessuna giustificazione, è corresponsabile. E sul metro di questa indifferenza dovremmo valutare e giudicare non solo il comportamento del nostro governo, ma anche di chi dice di opporsi ma soltanto a parole, in maniera tiepida, dimostrando ancora una volta la sudditanza della politica al cospetto del dominio della forza e degli interessi economici. Lo sappiamo, il senso di impotenza è grande, ma noi, che siamo i cittadini di una Repubblica nata da una Costituzione antifascista, non dovremmo mascherarci che questa impotenza è il frutto di una partecipazione democratica mutilata.

Dunque, è bene che sia chiaro per tutti che il modo in cui prendiamo posizione nei confronti di Gaza parla anche di noi, di quello che siamo e di quello che potremmo diventare, nel bene e nel male. Non dobbiamo farci paralizzare dall’impotenza, non abbiamo alibi. Lo diciamo ricordando una fiaba africana, quella dell’incendio scoppiato nella foresta: un colibrì sta volando verso il fuoco con una goccia d’acqua nel becco e a un certo punto il solito gufo, sedicente saggio e realista, interviene deridendolo: “E tu, con codesta goccia d’acqua che cosa credi di fare? vorresti i spegnere l’incendio?” Ma il colibrì, senza farsi scoraggiare e proseguendo il volo, risponde: “Io faccio la mia parte”.

UOVA IN COOPERATIVA!Nella sede della Cooperativa Eskimo sono disponibili le uova di Pasqua  di AIL Associazione Italiana...
11/04/2025

UOVA IN COOPERATIVA!

Nella sede della Cooperativa Eskimo sono disponibili le uova di Pasqua di AIL Associazione Italiana contro Leucemie, linfomi e mieloma.
Dài ancora più senso al cioccolato! Ti aspettiamo.

Indirizzo

Via 2 Settembre, 58
Cerreto Guidi
50050

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