08/09/2023
DECRETO CAIVANO - Educare o punire?
In realtà si manifesta la necessità di un mix di entrambi. Da un lato, la norma legale e con essa quella sociale, create per garantire l’ordine sociale divengono nel tempo mezzo che può essere “manipolato “ o “aggirato” ma resta ferma l’importanza, alla luce dei drammatici fatti che coinvolgono giovani ragazzi, dell’azione punitiva perché “l’ipocrisia del buonismo” resta tale solo fino a quando non capita ad uno dei nostri figli di essere vittima o “vittima carnefice” dì questa nuova forma di “devianza giovanile”. Dall’altra le singole persone, le loro famiglie, con le loro storie che giuste o sbagliate che siano identificano la vita di un essere umano. Intorno a loro una società sempre più arrivista, sempre più violentata nella realtà quotidiana dall’ apparire frenetico, dalla sete di potere e dalla loro identificazione nelle “piazze sociali virtuali “ dove in un attimo tutto diventa lecito, immediatamente divulgato, creduto .
Viviamo in un mondo dove si parla di pari opportunità ogni giorno ma dove regna ancora pregnante l’ignoranza e il silenzio intorno alla violenza minorile; un mondo dove il silenzio e’ così assordante perché ognuno crede che possa essere o e’ solo un problema del loro vicino; un mondo che giudica senza pensare al dolore dell’altro. Ora, in questo contesto sociale così “modificato “ dagli elementi che ho descritto, che ruolo dovrebbero avere i nostri ragazzi buoni o cattivi ? Che ruolo hanno le famiglie ? O la scuola? Le baby gang sono il riflesso di un’identificazione sociale e dove c’è degrado questo si manifesta con più intensità. Ancora, la famiglia: la genitorialita’ non dimentichiamolo e’ un ruolo non un qualcosa di dato per scontato che debba funzionare, a volte è molto complicato far collimare “egoismi personali” e “responsabilità genitoriali “. A scuola, il ragazzo porta se stesso, il proprio vissuto, la propria storia familiare e per un insegnante, che diventa educatore in quel contesto, non è semplice mediare tra i conflitti intrapsichici del singolo alunno e i conflitti esterni familiari e/o sociali.
Lavorare sul “dolore umano” non segue un manuale, le risorse vanno cercate “sul campo” giorno dopo giorno e i professionisti delle relazioni d’aiuto diventano un mezzo e tale mezzo deve essere “super partes” e non è semplice laddove ci sono “pressioni socio-politiche”.
Il terreno e’ molto arido e solo la compartecipazione e il coraggio possono indicare una possibile strada di efficacia.
La dimostrazione e’ proprio la denuncia fatta dal fratello di una delle vittime aprendo “”una finestra” su Caivano, su ciò che “silenziosamente “ tutti sapevano.