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QUEGLI SCAFFALI VUOTI L'immagine degli scaffali dei supermercati vuoti è sconfortante  e richiama situazioni cui non sia...
21/10/2026

QUEGLI SCAFFALI VUOTI
L'immagine degli scaffali dei supermercati vuoti è sconfortante e richiama situazioni cui non siamo abituati.

Civilmente i camionisti danno vita a una protesta dura ed efficace lamentando l'alto costo del carburante. La loro non è una lotta ideologica, è una lotta per la sopravvivenza. Ci sarebbe da chiedersi come può intervenire un governo quando il rialzo dei prezzi del petrolio è chiaramente dovuto a conflitti internazionali cui l'Italia è estranea. Sicuramente il nostro Paese paga anche il prezzo della irrilevanza internazionale e di un ambientalismo di accatto che ci ha impedito di produrre energia nucleare.

Bisogna prendere atto però che questa è una fase di sofferenza per gli italiani che si aspettano una svolta imprecisata e indefinita che risolva i problemi economici e sociali nel loro complesso. Le forze di opposizione intanto soffiano sul fuoco. Un fatto certo è che l'Italia è giunta a un punto di non ritorno e serve un colpo d'ala in termini di riforme economiche e istituzionali ma anche di scelte geostrategiche e militari che mal si conciliano con i tatticismi dei nostri partiti.

Le soluzioni ordinarie non possono più bastare se vogliamo evitare una esplosione violenta e irresponsabile della protesta. In un momento come questo serve uno sforzo corale per evitare che il declino divenga irreversibile e che la protesta divenga sanguinosa e incontrollabile.

In questo contesto la Sicilia, da sempre malgovernata, paga anche il prezzo di una perifericità geografica che in un Paese moderno non dovrebbe minimamente incidere sul suo sviluppo e sulla sua condizione economica.

Oggi più che mai si impone una riflessione sul sistema di collegamenti tra l'isola e il continente e spinge sempre più urgentemente a superare le vie stradali, a scavalcare attraverso i cieli,i mari e le lunghe e ammettiamolo inefficienti autostrade del nostro Paese. Non si contesta il diritto di protestare dei camionisti, ma urge una rivoluzione dei trasporti paragonabile a quella che internet ha imposto alle comunicazioni.

La perifericità è un peso che può essere sopportato solo se la si sa gestire in un tempo di complessità che investe tutti i settori dello sviluppo e della comunicazione. Urge una riorganizzazione che sappia garantire una maggiore autonomia e velocità in un mondo globalizzato che renda meno fragile il nostro sistema di approvigionamento ed esportazione delle merci.

Saprà la nostra classe dirigente, così impegnata in una sfida per la sopravvivenza accettare e vincere una sfida così complessa? Su questa questione si gioca la possibilità di evitare un declino che al momento appare inarrestabile.

Il declino potrà essere evitato solo se sapremo impossessarci nuovamente delle rotte marittime del Mediterraneo cui per restringimento dell'ottica politica sembriamo aver rinunciato. La questione è geopolitica ma è anche economica. Un Paese debole è di conseguenza anche un Paese povero. La Sicilia rischia di essere la propaggine periferica di un Paese debole e povero. Per quanto tempo i nostri scaffali rimarrebbero vuoti in caso di una crisi internazionale capace di interdire l'approdo ai nostri porti? Abbiamo in questi giorni l'occasione per riflettere in merito.

11/10/2026

Magnifica Humanitas" di Papa Leone XIV
Relatore prof. Matteo Bua

LA RIFORMA ELETTORALE CATTIVA MA NON TROPPOdi Matteo BuaDopo la rivoluzione del 1993 e il succedersi delle riforme elett...
18/09/2026

LA RIFORMA ELETTORALE CATTIVA MA NON TROPPO
di Matteo Bua
Dopo la rivoluzione del 1993 e il succedersi delle riforme elettorali torna il sistema proporzionale con le preferenze a livello nazionale. Forse! Il sistema clientelare non è mai sparito dal costume politico di candidati ed elettori, anzi è assolutamente auspicato soprattutto da questi ultimi che nella vendita dei voti hanno l'unica merce che possono barattare in cambio di favori e soluzioni di problemi personali. Le preferenze ne sposano interessi e mentalità.
Le questioni politiche appartengono a una sfera che con il voto
nulla ha a che fare e del resto gli affari del mondo sono troppo complicati per essere risolti; quelli della famiglia forse no se ci si aggancia all'uomo giusto che mantiene gli impegni. Una famiglia compatta che si mobilita per una posizione in un call-center o per
un avvicinamento dal nord è un meccanismo serio che viene remiato. Forse! Il sistema delle preferenze è lo strumento più serio e coerente che consente di adempiere ai doveri clientelari in particolare quando la preferenza è multipla e favorisce l’alternanza dei nomi oltre alle modalità con cui deve esse essere indicato il nome del candidato. La serietà di chi ha dato il voto può essere controllata in modo preciso e scientifico.
Questa volta però non vi sono righe vuote da riempire. Comparirà sulla scheda il nome di un capolista, poi una lista di nomi, pare sei, con la possibilità di segnarne alcuni con una crocetta. Non è il massimo ma almeno si evita il meccanismo in base al quale si
impone all’elettore cliente di scrivere il nome nella forma e nell'ordine imposti.
Non è forse il migliore dei sistemi elettorali, ma quantomeno evita la controllabilità delle preferenze. Resto un maggioritarista puro e sono favorevole a un maggioritario a doppio turno alla francese ma oggi questa proposta non è all’ordine del giorno. Il risultato minimo è che possiamo accettare un sistema che risulta il meno torbido fra i proporzionali con preferenza che di tutti i sistemi è per sua stessa natura il più torbido dato che mette gli uomini della stessa lista l’un contro l’altro in una lotta darwiniana per prevalere. Aveva un senso in un quadro politico strutturato intorno ai partiti basati sulla militanza. Di tutto ciò non è rimasto più niente. Non lo dico con nostalgia ma con realismo e forse questo, fra i sistemi possibili, non è neppure il peggiore.

LA DISCUSSIONE INUTILERenato Schifani vorrebbe poter svolgere il secondo mandato da presidente della Regione Siciliana. ...
02/09/2026

LA DISCUSSIONE INUTILE
Renato Schifani vorrebbe poter svolgere il secondo mandato da presidente della Regione Siciliana. Cerca puntelli per potersi ricandidare e ne trova qualcuno. Il Ministro Nello Musumeci non è fra essi e dall’ipotesi di una seconda candidatura prende le distanze. Partiti, correnti e notabili della politica iniziano a giocare a scacchi. La partita è ancora lunga. Sullo sfondo proseguono le proteste e le aggregazioni delle nuove forme di partito che sono soprattutto una estensione di soggetti che riescono a trovare visibilità contestando il sistema. L’ultimo partito ma non l’unico è Controcorrente coagulatasi interno a Ismaele La Vardera. Il gruppo di Cateno De Luca è più strutturato ma è il leader che non trascina più come un tempo. La spinta contestataria gli è stata strappata. Sono logiche di una democrazia che bascula tra clietelismo e contestazione assolutamente legittima nelle motivazioni. L’alternativa è tra l’autenticamente stantio e inefficiente e il potenzialmente diverso. Alla base un popolo che ha perso la capacità di sognare e di immaginare il proprio futuro nella misura in cui questo dipende dalle classi dirigenti che però esso ha la responsabilità di avere espresso. Nei partiti e fra i partiti si discute mentre Catania ha bisogno di un nuovo aereoporto, mentre prosegue la farsa del ponte sullo stretto, mentre comunicazioni e viabilità sono più o meno quelle degli anni ’70, mentre i giovani migliori si pongono semplicemente il problema del Paese o della regione in cui emigrare. Nei partiti si discute mentre pezzi di Assemblea Regionale compreso il suo presidente Gaetano Galvagno sono sotto processo e l’azione giudiziaria non risparmia la Giunta che Schifani continua a guidare.
Se non i pochi attivisti dei partiti coinvolti o quanti si sono spesi nella ricerca dei voti e ora attendono l’obolo corrispondente al loro impegno chi potrebbe essere interessato alla discussione? I partiti di protesta si battono per raccogliere il consenso che deriva dal giusto disgusto ma nessuno in fondo crede che i problemi morali e di governo della nostra isola possano trovare risposte dalla prossima tornata elettorale. Le urla, i comizi, le denunce suonano più come un pugno sul tavolo della storia che come una autentica proposta alternativa. Del resto però l’esercizio democratico è legittimo e necessario. Intanto continuiamo a imprecare e a fuggire mentre gli uomini di potere e le loro correnti discutono della candidatura di Roberto Schifani!
Noi abbiamo il dovere di denunciare tutto ciò e di continuare a nutrire un filo di speranza, a proporre qualcosa per il futuro, a non arrenderci di fronte alla realtà per quanto arida essa possa essere! Ci auguriamo di non essere degli illusi!

CONCENTRIAMOCI SU UN NUOVO AEROPORTOUna settimana di chiusura con il mondo proprio a Ferragosto sarebbe un colpo da KO p...
24/08/2026

CONCENTRIAMOCI SU UN NUOVO AEROPORTO
Una settimana di chiusura con il mondo proprio a Ferragosto sarebbe un colpo da KO per in turismo in qualunque area della Terra. Eppure per Catania e per il suo territorio da questa br**ta esperienza potrebbe emergere la consapevolezza che è
indispensabile una scelta molto forte. Tutto il territorio etneo ha pagato i costi della posizione geologica e geografica in cui si trova e certamente se ne è anche avvantaggiato: turismo, eccellete fertilità del terreno, centralità mediterranea. Ora per la città e per il suo retroterra non si tratta più di risorgere più belli di prima, come dice il motto latino della città, Melior de cinere surgo, «Rinasco dalle mie ceneri più bella» ma di essere competitivi e di tenere i tempi di sviluppo di un mondo, soprattutto quello asiatico che non concede tregua. Se fosse una questione strutturale su Fontanarossa si potrebbe immediatamente intervenire. Qui il problema viene da cielo e non possono essere occlusi i crateri dell’Etna né è possibile coprire con il più grande ombrellone del mondo il nostro scalo aereoportuale. Dobbiamo mettere mano alla realizzazione di un nuovo aeroporto che possa essere collegato in venti minuti al centro di Catania. Perciò bisogna dare atto a chi aveva capito questa urgenza, l’allora presidente della Provincia di
Catania Musumeci. L’istanza venne bollata come esageratamente catanocentrica e ispirata da una qualche ambizione egemonica della capitale etnea. Sono passati trenta anni nel più assoluto silenzio. Ci sarebbe da chiedersi perché lo stesso Musumeci non abbia ripreso la questione con maggiore forza da Presidente della
Regione. Misteri della storia. Sulla nostra isola le soluzioni assomigliano ai Beati Paoli, si sa che ci sono ma sono nascoste sotto terra.
Individuare un’area adatta per fare atterrare gli aerei non è cosa semplice. Deve essere adiacente alla città ma deve essere meno soggetta ai disturbi che vengono dalle emissioni del vulcano di quanto sia l’attuale scalo. A sentir molti questo spazio potrebbe esser compreso tra Gerbini e la valle del Dittaino e da qui un treno
superveloce dovrebbe portare alla stazione centrale e a Fontanarossa e da lì a tutte le realtà territoriali. L’aereoporto deve fare sistema con la rete di comunicazione della provincia e della regione tutta. Sarebbe questa anche la risposta all’esigenza della seconda pista che renderebbe possibili i collegamenti
intercontinentali senza limitazioni. La difficoltà a immaginare una cosa del genere da parte di tutti, è frutto delle sconfitte storiche in termini infrastrutturali del nostro territorio. Le lentezze sono accettate come ordinarie e sono figlie del nostro ceto politico che ha quale priorità assoluta la propria sopravvivenza. Ma perché ciò che altrove viene realizzato dovrebbe essere a noi precluso?
Dopo l’esperienza di questo Ferragosto e di una chiusura aereoportuale lunga come mai fortunatamente non si tratta di risorgere dopo un terremoto ma di riuscire a guardare avanti, di tenere i ritmi di concorrenti molto agguerriti e determinati.
Non si tratta di risorgere dalle ceneri ma di non morire sotto di esse.

23/08/2026
LO SVILUPPO NEGATOChe il nostro Paese e il nostro territorio abbia sempre avuto qualche problema infrastrutturale è fatt...
01/08/2026

LO SVILUPPO NEGATO
Che il nostro Paese e il nostro territorio abbia sempre avuto qualche problema infrastrutturale è fatto risaputo dai tempi della ricostruzione postbellica e dalla realizzazione dell’Autostrada del Sole che ha unito la capitale del nord con la capitale del sud, fortunatamente passando per Roma capitale del Paese. Inefficienza, corruzione, interessi particolari se non criminali sono prevalsi su quelli nazionali e sono stati regola della prima repubblica. Risultava antidemocratico metterle in discussione. Quei partiti sono finiti ma ci hanno lasciato le loro lendini. L’opposizione allo sviluppo ha
diverse matrici. Una ha sicuramente radici ideologiche e ne abbiamo esempi con l’opposizione terroristica dei NO-TAV o con i pregiudizi del fanatismo ambientalista dei NO-PONTE o da quanti si oppongono alla ripresa del programma nucleare ignorando che i pericoli e le forme di inquinamento sono presenti in ogni forma di produzione energetica. Nello specifico siciliano oltre che con le scorie ideologiche del più buio periodo della storia italiana
dobbiamo fare i conti anche con l’inefficienza della nostra classe di governo e con la complicità dei nostri funzionari.
Nello presente dobbiamo registrare una attesa di 18 mesi per riaprire un viadotto di 800 metri sulla A19, l’autostrada che collega le due maggiori città della Sicilia e altre decine di opere resteranno incomplete per anni. I Cinesi in un anno e mezzo dotano le loro megalopoli di metropolitana e la collegano l’una all’altra nel loro immenso Paese.
Non si deve negare il diritto di dissentire sulle opere, ci mancherebbe. Su ponte le perplessità tecniche sono enormi e autorevoli. Ma qui sembra volervi essere una volontà di fermare ogni forma di crescita e di sviluppo economico e imprenditoriale. Un’opera pubblica importante deve essere oggetto di
confronto politico e anche di eventuale contestazione di piazza se civile e supportata da elementi tecnici ed economici.

Noi però siamo al centro di una combinazione che per odio o per interesse ci incatena a una carenza infrastrutturale che appare insuperabile.
Non c’è GAL che tenga in queste condizioni; come si può pensare di trattenere i nostri giovani più preparati e meritevoli se rifiutiamo lo sviluppo e se egoismo e odio ideologico tracciano un solco tra la nostra Isola se non l’Italia tutta e le realtà più dinamiche del mondo globale? La sensazione è che gli orgogli di parte e di partito vogliano di nuovo ricacciarci in quel sonno profondo che già decenni fa Giuseppe Tomasi di Lampedusa denunciava per bocca del suo Principe di Salina in presenza dell’esterrefatto Chevalley di
Montezuolo.

LA RISONANZA MEDIATICA DELLA MALEDUCAZIONE ITALIANADi Matteo BuaSi è saputo e la cosa ha fatto rumore. A Bangkok nostri ...
29/07/2026

LA RISONANZA MEDIATICA DELLA MALEDUCAZIONE ITALIANA
Di Matteo Bua
Si è saputo e la cosa ha fatto rumore. A Bangkok nostri studenti si sono fatti riconoscere per la loro maleducazione. Una signora, a ragione li ha rimproverati e ha ripreso la scena con il cellulare e la nostra “bella gioventù” è stata svergognata. Si è sentito il chiasso, si è visto un dito medio sollevato a rappresentare il livello educativo acquisito, si è udita la risposta arrogante e sciocca dell’accompagnatrice, una persona adulta, al richiamo opportuno e legittimo di una signora thailandese. Ma in questa situazione si è scoperto che molti dei nostri giovani, sotto copertura genitoriale, sono arroganti e maleducati. La vergogna è emersa in un Paese che era ritenuto parte del terzo mondo e che per tanti versi è più moderno del nostro ed i cui giovani almeno nelle aree urbane sono meglio scolarizzati di una parte rilevante dei giovani italiani. L’episodio thailandese è la punta dell’iceberg che invece di galleggiare al largo della Groenlandia è stato visto nel sudest asiatico. Il modello genitoriale che vuole la sostituzione degli scapaccioni con le pacche sulla spalla e con la difesa a oltranza dei figli educati male ha fallito. Può questo episodio aiutare gli italiani ad aprire gli occhi sulla loro sconfitta educativa? Costringerà tutti a fare quantomeno una riflessione su come si è operato male in questi anni? O più probabilmente indurrà le famiglie a far finta di nulla e ad autoassolversi e magari a ritenere esagerata la reazione a un caso che a loro dire potrebbe risultare accanimento verso dei bravi ragazzi che hanno sì sbagliato ma in fondo neanche troppo? Prima o poi fra il Brennero e Lampedusa un ragionamento complessivo andrebbe fatto. L’episodio di Bangkok dovrebbe essere l’improbabile, ma necessaria occasione per avviarlo e su questo argomento torneremo. E’ un impegno preso!

LA FORZA DEL NO; " 5 VITE " DI MARI ALBANESE E IL CORAGGIO DI NON TACERESalvatore Palermo Alle porte dei 34 anni dalla s...
15/07/2026

LA FORZA DEL NO; " 5 VITE " DI MARI ALBANESE E IL CORAGGIO DI NON TACERE
Salvatore Palermo

Alle porte dei 34 anni dalla strage di via d’Amelio del 19 Luglio, in cui persero la vita il Giudice Paolo Borsellino e la Quarto Savona 21, composta dai poliziotti Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Manuela Loi, Claudio Traina con unico sopravvissuto Antonio Vullo, la memoria non deve essere un esercizio passivo di nostalgia, ma un motore di cambiamento.

In “5 vite”, Mari Albanese ci consegna un'opera densa, vibrante e profondamente necessaria, capace di scuotere le coscienze e restituire voce a chi ha scelto di non piegarsi. Il libro si focalizza su cinque figure femminili straordinarie, donne che hanno incrociato il mostro della mafia e, anziché rassegnarsi al silenzio, hanno trasformato il dolore in una fiera e instancabile battaglia per la giustizia. Il libro va oltre il dolore, attraverso la resistenza al femminile.

Albanese, con una scrittura asciutta ma carica di calore empatico, tratteggia i ritratti di donne che hanno rotto schemi millenari. Non più madri e mogli rassegnate al lutto, ma protagoniste attive della storia. Attraverso le loro vicende, il libro esplora una Sicilia lontana dagli stereotipi, dove la ribellione nasce tra le mura domestiche e si propaga nelle piazze e nelle aule di tribunale.
“La mafia si nutre di silenzio; queste storie sono la prova che la parola è la prima, vera arma di liberazione.” “5 vite” è un libro che restituisce dignità alla memoria, perché non celebra eroine distanti, ma racconta donne reali, con le loro paure e la loro incrollabile determinazione, con un linguaggio accessibile ed evocativo, nel quale l’autrice evita la retorica accademica per parlare dritto al cuore e alla mente del lettore. Il libro è un manifesto educativo, strumento prezioso per le giovani generazioni, per comprendere che la legalità è una scelta quotidiana. In definitiva, “5 vite” non è solo una raccolta di biografie, ma un invito all'azione, all’impegno civile. Mari Albanese ci ricorda che la lotta alla criminalità organizzata non appartiene solo alle forze dell'ordine, ma richiede un risveglio culturale collettivo. Un libro che si legge d'un fiato, ma che continua a risuonare dentro molto tempo dopo aver chiuso l'ultima pagina.

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Catania

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