Storie di Sicilia - Figli della Triscele

Storie di Sicilia - Figli della Triscele Sangue e ideali di un popolo contro l'oppressione, storia di una Nazione in quanto unione di nazioni

08/02/2022

L'ultima mareggiata ha cancellato per sempre una nuova fascia di boschetto ad Eraclea minoa. Una cinquantina di alberi sono stati travolti come dei birilli

IL VESPRO - I DIFENSORI DI MESSINALa rivoluzione si propagava ormai in tutta la Sicilia e nella sola Messina, a causa de...
08/02/2022

IL VESPRO - I DIFENSORI DI MESSINA

La rivoluzione si propagava ormai in tutta la Sicilia e nella sola Messina, a causa degli infami nobili più potenti e ricchi, gli angioini si erano fortificati. Ma ciò non fermò le glorie del popolo siciliano e nell'aprile, inviato dal viceré Erbert d'Orleans, un manipolo di soldati fu trucidato a Taormina prima ancora che vi si acquartierasse entro le mura.
Alla testa dei popolani e dei soldati taorminesi sebbene fosse di origini peloritane v'era Bartolomeo Maniscalco, artigiano e animo ardito, che esortò i più a sollevare la città peloritana. Giunto in città, Bartolomeo e i suoi uomini coinvolsero altri messinesi in atti di sfida e di offesa contro gli angioini sino alla rivolta aperta del 29 aprile, quando fu proclamata la disobbedienza a Carlo d'Angiò ed uccisi gli angioini rimasti. A gran voce furono acclamati la repubblica e il parlamento, che avrebbero preso forma poco avanti. Tuttavia il Maniscalco sarà costretto dai nobili a consegnare la guida della rivolta al nobile Baldovino Mussone, uno dei più infami figuri che aveva prontamente voltato la faccia di fronte l'irruenza popolare. L'usurpazione durò sino al giugno quando il Mussone portò mille combattenti alla morte presso la spiaggia in una manovra inutile e disastrosa, guadagnandosi la defenestrazione e la morte per mano del furore popolare, accorso di nuovo sotto la guida del Maniscalco.
Ma le operazioni militari e la situazione della città divennero ben presto molto precarie e fu quindi nominato Alaimo di Lentini a capo del governo cittadino. Nell'agosto le truppe angioine colpirono i ribelli siciliani presso il Torrente dei Legni, venendo però sconfitti. Ritentando un paio di giorni dopo furono sventati presso il colle della Capperrina da una squadra di donne capitanate dalle due borghigiane Dina e Clarenza, le quali scagliando pietre verso gli angioini e correndo ad avvertire i loro uomini e far risuonare le campane a stormo, fermarono l'assalto. Entrambe parvero sopravvivere allo scontro decisivo alla fine del mese.
Quando giunsero gli aragonesi nel settembre, freschi delle vittorie a Milazzo e Randazzo, gli angioini occuparono il palazzo arcivescovile tentando di congiungerlo con la porzione di città del Matagrifone. Ma quella stessa notte, grazie all'azione eroica del cavaliere Leucio Castello, il palazzo fu ripreso e gli angioini massacrati. Oltre al cavaliere, pare abbia trovato la morte nell'impresa anche il Maniscalco.
Finiva così l'ultima resistenza angioina a Messina, insieme alle aspirazioni repubblicane dei suoi eroici cittadini.

IL VESPRO - LA DIFESA DELLE CONTRADE INTERNEGià un mese dopo lo scopo della rivoluzione nascevano anche nelle contrade p...
08/02/2022

IL VESPRO - LA DIFESA DELLE CONTRADE INTERNE

Già un mese dopo lo scopo della rivoluzione nascevano anche nelle contrade più interne le resistenze agli angioini, quasi sempre sotto il comando di nobili, talvolta sotto la guida di militi.
Il principale di questi fu Bonifacio Camerana, Nato a Corleone intorno al 1235 da uno dei coloni lombardi trapiantati in Sicilia che possedette alcuni poderi e mulini. Animatore delle rivendicazioni comunali, sposò la causa di Manfredi pur di mantenere la Sicilia indipendente. Durante il dominio angioino fu capo delle scuderie nel Val di Noto e poi magistrato presso il ValDemone e a Palermo, ma il suo tirarsi indietro di fronte le tante ingiustizie lo riportò nel paese natio intorno al 1276. Quando scoppiò la rivoluzione immediatamente Bonifacio serrò le fila dei militi di origine lombarda e della popolazione corleonese, inviando messaggi di fratellanza e messaggeri nella capitale per suggellare l'alleanza. Fu quindi eletto capitano del popolo di Corleone. Si dice che sotto il suo comando vi fosse gente d'ogni tipo, rimasugli dei musulmani ormai cristianizzati, ghibellini, repubblicani, donne decise a combattere. Di fronte allo sdegno dei guelfi, che non ne capivano il posizionamento politico e lo sposalizio con la causa siciliana, rispose con alcuni dei più cruenti massacri: per sua iniziativa furono perseguitati anche i guelfi di ogni nazionalità e i siciliani che avevano collaborato con gli angioini. Rivoltò l'intero circondario tra le odierne Piana degli Albanesi, Prizzi e Ciminna mandando anche uomini a Vicari in occasione dell'uccisione del Saint-Remy e a Sperlinga in uno degli assalti. Dal 1284 fu eletto giustiziere del Val di Noto e si occupò di rifornire la cavalleria siciliana di destrieri e rifornimenti, compito che svolse anche dopo la partenza di Pietro d'Aragona. Nel 1287 fu invece a Marsala coi suoi uomini per sostenere Bernardo Ferro nel respingere alcuni sbarchi angioini al comando di uno dei traditori locali più in vista. Morì a Palermo intorno al 1291, secondo alcune fonti in un giorno in cui aveva tenuto parlamento.
Pandolfo Falcone, nato a Taormina nel 1258 da una piccola famiglia comitale, fu invece cavaliere a Messina già nel 1275 e fu più volte imprigionato per la sua fede repubblicana. Col divampare della rivoluzione fu attivo nel circondario messinese e con gli insorti restituì Calatabiano all'Arcivescovo di Messina. Durante le concitate battaglie organizzò e difese il circondario di Troina, guidando spesso gli assalti a Spelinga. Il fratello fu nel partito ghibellino e anche lui pare ne abbia fatto parte, pur essendo assertore col Caltagirone di una soluzione siciliana senza eleggere gli aragonesi a nuovi padroni. Nel 1292 fu nella delegazione partita per Barcellona per sottoporre alla corona aragonese le condizioni sull'acclamazione popolare e per una politica interessata che scongiurasse il ritorno della Sicilia nell'orbita angioina. Durante quel soggiorno tuttavia la delegazione presenziò ad un incontro diplomatico con i delegati francesi ed egli ne rimase deluso, tanto che disse chiaramente che se la Sicilia fosse stata svenduta, i siciliani avrebbero eletto Federico a sovrano. E tale fu il suo impegno al suo rientro ma morì improvvisamente alla fine del 1293, probabilmente assassinato.
Delle sue stesse idee fu Pietro Cutelli, milite di origine germanica e del partito ghibellino cui non dispiaceva la repubblica comunale per amore di mantenere la Sicilia indipendente. Questi era imparentato con nobili palermitani e combatté nell'entroterra nisseno ma fece le sue fortune a Catania, città che protesse dalle manovre angioine e dalle cui anime fu nominato capitano del popolo. Dal 1294 in poi sostenne Federico e fu tra i primi ad acclamarlo re nel 1296. Parè sia morto nel 1300 a Catania.
Rilevante fu anche la figura di Tommaso Crisafi, piccolo e giovane nobile di fede ghibellina nato intorno al 1260 che ricoprì a più riprese il ruolo di senatore del regno sia prima che dopo il dominio angioino. Organizzò e diresse le truppe di Cefalù e Patti, liberando l'intero circondario tra le due città e conducendo anche operazioni sul mare. Deluso dalla politica aragonese fu sostenitore di Federico ma entrato in contrasto con i Palizzi, cadde in disgrazia e si ritirò a vita privata.

Da Piazza Armerina, anno 325, ci dicono che il bikini non l'hanno inventato i francesi nel 1946
20/01/2022

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12/12/2021

Esprimiamo vicinanza alla comunità di Ravanusa

Non mollate siciliani!! 😢💪

Immagini che ci arrivano da Sciacca... Un'altra figlia di Sicilia che soffre..SCIACCA NON MOLLARE! ❤️
11/11/2021

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SCIACCA NON MOLLARE! ❤️

IL VESPRO - I QUATTRO CAPITANI DEL POPOLO DI PALERMOAllo scoppio della Rivoluzione del Vespro nel pomeriggio del 31 marz...
07/11/2021

IL VESPRO - I QUATTRO CAPITANI DEL POPOLO DI PALERMO

Allo scoppio della Rivoluzione del Vespro nel pomeriggio del 31 marzo 1282, quando la milizia cittadina angioina fu praticamente eliminata nel pianoro di Santo Spirito, la folla inferocita rientrò in città sotto il comando di alcuni capi carismatici che alla fine del moto sarebbero stati nominati capitani del popolo.
Ruggero Mastrangelo era un nobile non più giovane, già membro di una delegazione che a Roma aveva portato le lagnanze dei siciliani al Papa. Già allora però non era andata bene e tutti i delegati furono imprigionati, il solo Mastrangelo la scampò. Negli anni del dominio egli ricoprì l'officio delle dogane e dei porti a Palermo, d'altronde numerose erano le sue amicizie in campo guelfo. Secondo alcune opinioni egli uccise l'infame milite Drouet solo per lavare l'onta di un'offesa e non per inaugurare la rivolta, ma col dilagare della furia popolare egli si mise alla testa dei rivoltosi e fu uno di quelli che diede vita al parlamento rivoluzionario. Fu convinto assertore della venuta aragonese tanto che ospitò Talach e Queralta nella sua casa presso San Cataldo ma più in là con gli anni, forse a causa della sua amicizia con Palmerio Abbate, cadde in disgrazia e la sua famiglia emigrò a Salerno.
Nicoloso Ortoleva era milite palermitano, moro ed energico, forse di antenati musulmani, che aveva alcuni casali intorno la città. Definito "patarino per eccellenza" da alcuni cronisti guelfi, ricoprì a lungo il ruolo di capitano del popolo fino all'incoronazione di Federico III. Fu sostenitore della soluzione siciliana del Gualtiero di Caltagirone e convinse il Mastrangelo a federare in quell'impresa Palermo e Corleone.
Niccoló Ebdemonia era funzionario e patrizio di toga di origine greche, le cui ricchezze erano svariate e la cui fama era di uomo arguto. Imparentato con la famiglia dei Termini, anch'essi divenuti patrizi per i propri successi economici, fu accanito sostenitore della soluzione siciliana ma si legò infine al Mastrangelo e forse svolse alcuni offici tra Messina e Catania. Morì poco dopo il rientro in Spagna di Giacomo II.
Enrico Barresi era anche lui milite palermitano che, come il Mastrangelo, aveva partecipato alle rivolte del 1254 per le rivendicazioni comunali. Fu uno dei più attivi membri del parlamento sino a quando gli fu affidato il comando delle milizie rivoluzionarie sul circondario di Enna e Calascibetta, ove pare sia morto in uno degli assalti a Spelinga.
Con lo spostamento della guerra sul versante messinese e la caduta finale di Sperlinga e Catania, i miliziani palermitani si spostarono verso la Sicilia centro-orientale e proseguirono altrove la lotta per la liberazione.

IL VESPRO - GUALTIERO DI CALTAGIRONENato a Caltagirone intorno al 1245, nonostante avesse contratto parentele con militi...
05/11/2021

IL VESPRO - GUALTIERO DI CALTAGIRONE

Nato a Caltagirone intorno al 1245, nonostante avesse contratto parentele con militi angioini o filo-angioini, all'alba del Vespro egli partecipò attivamente nella rivoluzione e nelle sue terre di Butera, Gulfi e Caltagirone diresse milizie contro gli odiati invasori.
Nella riunione del primo parlamento rivoluzionario a Palermo appoggiò le istanze dell'inviato Queralta, caldeggiando l'intervento aragonese. Tuttavia nel districarsi della rivoluzione si pentì di quella scelta: assistendo alla volontà di conquista e all'affossamento della Communitas Sicilie per mano del re Giacomo I, Gualtiero assunse posizioni differenti. Egli si fece propugnatore di una soluzione tutta siciliana, sostenendo che l'intervento aragonese dovesse essere soltanto un appoggio alleato e che la Sicilia dovesse eleggere un sovrano siciliano per la sua indipendenza. Per l'occasione suggerì anche alcuni candidati.
Nello stesso anno del Vespro si asserragliò a Butera con le sue truppe, rifiutando di combattere per Giacomo II, venendo però infine persuaso da Alaimo di Lentini a rinunciare alle sue idee.
Cacciati gli angioini anche da Messina, nel Settembre il re aragonese annunciò di aumentare le tasse per proseguire la guerra anche nel resto del regno. Un buon seguito di borghesi e nobili si contrapposero a questa scelta e misero alla testa della loro protesta Gualtiero. Fortificatisi di nuovo a Butera, resistettero alcune settimane prima che le truppe aragonesi li catturassero.
Il giorno dell'esecuzione, svoltasi nella pubblica piazza di Caltagirone il 22 maggio 1283 dinnanzi all'intera corte aragonese con i nobili filoaragonesi e i fuoriusciti dal tempo di Manfredi, prima di essere decapitato Gualtiero apostrofò come traditore il celeberrimo Giovanni da Procida, ma le sue parole non giunsero alle orecchie dei suoi aguzzini.
Nel giro di un paio d'anni tutti coloro che avevano sostenuto la corona aragonese cadranno in disgrazia, compreso Alaimo che verrà giustiziato e il Procida, che si stabilirà a Napoli presso gli odiati angioini. A conferma non solo del vero ruolo che giocarono gli aragonesi, ma sopratutto a quanto fosse stato tradito l'ideale del Vespro in primis da certa nobiltà siciliana.

BENAVETH E LA SUA EROICA FIGLIAMohammad Ibn-Abbad nacque intorno al 1180 a Jato, ove visse a lungo venendo chiamato Bena...
04/11/2021

BENAVETH E LA SUA EROICA FIGLIA

Mohammad Ibn-Abbad nacque intorno al 1180 a Jato, ove visse a lungo venendo chiamato Benaveth dai cronisti del tempo per non essere confuso con l'omonimo antenato, che fu l'ultimo emiro a resistere ai normanni.
A seguito della morte di Costanza la situazione dei musulmani siciliani si aggravò ulteriormente, nel contesto del caotico sfacelo provocato dai tedeschi. Un rapido e infausto susseguirsi di marescialli agli ordini di Filippo Hohenstaufen si susseguì infatti nell'isola, i quali perseguitarono i musulmani e le altre minoranze compiendo offese e angherie anche verso i nobili e i cittadini. Nei porti furono imposti pesanti dazi e molti dei fondi coltivati dai musulmani furono dismessi, nelle città venivano nominati dei militari al ruolo di baiulo e nei monasteri a rito greco venivano fatte razzie.
Di fronte alla generale ostilità Benaveth radunò i musulmani di Jato ed Entella già nel 1203, venendo in seguito acclamato come capo indiscusso di tutti i musulmani. Egli stesso, non in conflitto con la corona siciliana, assunse il titolo simbolico di Principe dei credenti. Il territorio controllato dai musulmani si estese da Jato ed Entella a Calatrasi, Platani, Cinisi, Corleone, Celso e Agrigento ed era retto da leggi scritte. Si batteva moneta, si eseguivano le annone, si commerciava con una piccola flottiglia.
Benaveth seppe cambiare spesso fronte ponendosi tanto coi tedeschi quanto coi papali e coi nobili siciliani, nell'unico interesse di proteggere la sua gente dallo sfacelo. È fonte certa che sotto di lui le minoranze (ebrei e greci) venissero tutelate e che molti nobili li appoggiassero: per ben vent'anni la loro posizione si mantenne stimata e inviolata.
Conclusa la velleitaria avventura germanica, Federico II tornò molto cambiato dopo vent'anni in Sicilia, con l'intento di riprendere il potere. Così nel 1221 si recò a Jato e cominciò l'assedio al suo rivale. Per tre anni ci furono delle timide trattative, Federico inizialmente propose una generale amnistia se i musulmani fossero tornati alla coltivazione della terra ma Benaveth chiese maggiori garanzie e la testa di un paio di nobili, senza ottenerle. Pare che spesso corressero dei messaggi tra le due parti e che Federico abbia ammesso la propria stima per il musulmano.
Tuttavia Benaveth fu infine sconfitto in un paio di scontri e si consegnò all'imperatore per chiedere grazia e risparmiare la sua gente. Federico in principio accordò quella richiesta ma pressato dai suoi consiglieri, alla fine di un'intensa settimana di riflessioni, lo fece impiccare.
Quando si venne a sapere dell'accaduto, delusi e offesi, i musulmani ripresero le ostilità. Guidati dalla figlia più piccola del principe ribelle, della quale non è mai stato tramandato il nome, resistettero ancora per alcuni mesi ad Entella. Ma assediati e stremati, si resero protagonisti di un grande ed eroico inganno prima di suicidarsi in massa. La figlia di Benaveth scrisse infatti a Federico II in persona fingendo che era loro volontà arrendersi, chiedendo una scorta di trecento cavalieri che li accompagnasse presso Jato. Il re accettò ma nonappena i cavalieri, fiore della nobiltà tedesca e italica ma anche regnicola, giunsero dentro le mura della rocca, vennero trucidati.
Due giorni dopo le truppe federiciane assaltarono quell'ultimo baluardo, quasi senza trovare resistenza. Gli ultimi musulmani combattenti avevano preferito togliersi la vita piuttosto che finire in prigione. Tra di loro, bellissima e giovane, c'era la figlia dell'ultimo emiro siciliano.

Palermo, XVI secolo.Per i vicoli e le strade della città si aggirano oscure e crudeli figure in abiti scuri e sempre a l...
02/11/2021

Palermo, XVI secolo.
Per i vicoli e le strade della città si aggirano oscure e crudeli figure in abiti scuri e sempre a lucido, talvolta protetti da gendarmi e talvolta in gruppi di tre o quattro individui: sono gli inquisitori di Palazzo Steri.
Gli inquisitori si aggirano sempre con un libro e una sporta, al cui interno tengono pochi denari e del pane raffermo. Insieme ad essi, una coppia di manette: le muffole.
Singolari gingilli repressivi, le muffole accompagnano le centinaia di innocenti alle carceri e spesso al supplizio. Per questo, in un primo momento, i pani che i prelati portano con sé vengono chiamati spregiativamente "muffolette".

L'usanza di mangiare le muffolette nella giornata del 2 novembre è in parte legata alla simbologia dell'autodafé, la pubblica ammissione di colpe spesso inesistenti che riapriva le porte del paradiso all'anima del suppliziato.
Curiosità: in periodi antecedenti alla disgraziata opera degli inquisitori, in molti luoghi della Sicilia occidentale era comune usanza dei religiosi quella di legare i pani raffermi ad una cordicella, per meglio portarli con sé durante le questue. Questo potrebbe forse spiegare la caratteristica fossetta sopra la muffoletta.

HALLOWEEN? NO GRAZIE!
30/10/2021

HALLOWEEN? NO GRAZIE!

I DOLCI DEI MORTI

La Commemorazione dei Defunti in Sicilia ha radici antichissime: le prime celebrazioni che riguardavano i defunti risalgono infatti al periodo pre-elleinico ed ellenico, le Anthestíria greche s'iscrissero perfettamente tra le genti sicano-sicule, già avvezze alla celebrazione rituale della morte come perpetua rinascita.
Nei primi secoli dell'epoca bizantina queste usanze pagane influenzarono grandemente il cristianesimo delle origini, che aveva una forma molto diversa da quella odierna, prima del suo processo di affermazione e codificazione. In seguito anche la Laylat al-Miraj musulmana, seppur in misura inferiore, contribuì all'affermazione della venerazione dei defunti.
Soltanto durante l'epoca sp****la però si caratterizzò definitivamente come una festività particolarissima, legata negli usi e costumi alla pen*sola italica e al resto del Mediterraneo cristiano ma propriamente sorella della Castanyada catalana e del più recente Dias del los Mu***os messicano. Ed alle celebrazioni ispaniche sono legati anche il consumo di biscotti e dolciumi, la pratica dei regali ai bambini e le fiere popolari di musica e artigianato.
Nello specifico in ognuna delle provincie siciliane esiste una variegatissima scelta di biscotti, con annesse leggende popolari e storie dal profondo contenuto storico e sociale. Tutti dal gusto meraviglioso, ovviamente. All'origine di queste prelibatezze vi sono spesso le spezierie dei monasteri femminili che nelle grandi città come Palermo, Catania, Agrigento e Messina contribuirono ad affermare e diffondere vere e proprie specialità dolciarie. In molte altre zone della Sicilia si affermarono invece l'utilizzo delle mandorle, della frutta, delle paste lievitate e sopratutto della ricotta di pecora. Non mancarono nemmeno dolciumi particolari, del tutto dissimili ai biscotti.

Il Tetù, un biscotto dalla tradizionale consistenza friabile e dalla glassatura al cacao o al limone, è ormai l'attore principale della festività dei morti in quasi tutta la Sicilia. Nacque a Palermo nel Seicento, quando ormai tutti i monasteri femminili avevano la loro conclamata specialità dolciaria. Tutti tranne uno: il Monastero del San Salvatore. Nella prima metà del secolo il cenobio di origine normanna subì un pesante danneggiamento a causa di un terremoto e la madre superiora, con l'approssimarsi della festa, ironizzò sulla sventura capitata al monastero con un biscotto dall'apparenza sgraziata e dalla consistenza irregolare, realizzato storicamente con la rimacinatura dei biscotti raffermi: "tetù" in catalano significa letteralmente "tetto". In molti paesi della Sicilia questo biscotto viene infatti chiamato "Catalano".

Un altro dolciume diffusissimo sono le Ossa di morto, un biscotto durissimo a base di chiodi di garofano che ha proprio la sembianza di un ossicino, costituito da una parte meringata e da una cialda molto dura. Furono verosimilmente i primi dolci dei morti ad essere prodotti, in quanto se ne fa menzione già nelle cronache normanne. A Palermo ne esiste una variante chiamata Mustazzuolo, che si prepara con mandorle, miele e limone. Nella Sicilia centrorientale invece si chiamano Cruzziceddi.

I Pipareddi sono tipici biscotti messinesi, nel cui impasto si mettono mandorle e miele, ma storicamente anche spezie come la cannella e il pepe. La loro origine risale al periodo musulmano, quando la provincia messinese manteneva una certa autonomia e rappresentava un importantissimo ponte commerciale con la pen*sola italica. Ne esistono molte varianti tra Palermo, Enna e Agrigento chiamate Quaresimali o Pasquaroli, in cui cambia solamente la morbidezza dell'impasto.

I Taralli, così come i Buccellati, rappresentano invece un unicum nel Meridione: nati come preparazioni salate e collegate direttamente all'epoca pre-ellenica ed ellenica, in Sicilia entrambi sono preparazioni dolci. L'eccellenza dei Taralli si trova a Racalmuto, dove sono differenti anche nella forma, ricoperti di glassa al limone e dall'impasto molto fine e tenero. Nella provincia di Palermo si trovano anche di grandi dimensioni, mentre tra Caltanissetta ed Agrigento se ne trovano anche mandorlati. Per quanto riguarda i Buccelatini, per la festività dei morti sono più diffusi quelli con cioccolato nell'impasto e spolverati di zucchero. In realtà, nella Sicilia occidentale il Buccellato è prevalentemente un dolce natalizio.

La Pasta di mandorla, madre dei Ricci e della Martorana , ha generato una grandissima famiglia di biscottini e dolciumi annessi che ancora oggi sono tra i più iconici prodotti della pasticceria siciliana. L'utilizzo della mandorla affonda le radici nel periodo ellenico, ma la sua totale affermazione è dovuta al secondo flusso d'importazione d'epoca musulmana ed alla coltivazione intensiva d'epoca federiciana. Non a caso esistono numerosissime affinità tra dolcetti e biscottini siciliani e dolcetti e biscottini maghrebini: i "Giummi i Nivi" e i "Minnulati" assomigliano moltissimo ad esempio alle Kaak-warka e ai Ghoriba. Sulla Martorana si fece leggenda e se ne è detto di tutti i colori, la verità storica riferisce che le monache dell'omonimo monastero addobbarono gli agrumeti del loro giardino con frutti di zucchero per non deludere Carlo V, che voleva a tutti i costi conoscere il prosperoso chiostro di Santa Maria dell'Ammiraglio. Da questo aneddoto sarebbe stata perfezionata una delle più amate leccornie della nostra terra. Per i Ricci invece la storia è più recente: concepiti nel Settecento dalle monache di Palma di Montechiaro e così chiamati per l'impasto granuloso e la tradizionale increspatura ottenuta con il "rizzinu", ebbero grandissima diffusione soltanto nella prima metà dell'Ottocento. Nella Sicilia sudorientale ne esiste una variante al pistacchio, che viene consumata a cavallo tra Natale e Carnevale.

Gli Nzuddi sono uno dei due migliori biscotti catanesi, realizzati nella seconda metà dell'Ottocento dalle Suore Vincenziane. Il nome deriva proprio dalla pronuncia dialettale catanese del nome Vincenzo. Sono dei biscotti morbidi con una mandorla al centro e ricoperti di granelle di zucchero. Anche Bellini dopo la sua consacrazione musicale venne affettuosamente chiamato Nzuddo dai suoi concittadini. Il consumo di questo biscotto a Catania si protrae fino a Natale.

L'altro dolce dei morti amatissimo a Catania è il Rame, un biscotto che è un tripudio di cioccolato. La sua origine risale ai primi anni dell'Ottocento, quando la monarchia borbonica introdusse in Sicilia una nuova moneta di bassa lega, rame per l'appunto, in sostituzione dell'oro e dell'argento. La misura non ebbe grande fortuna e venne accolta con grandissimo risentimento in tutta l'Isola, tanto che a Catania decisero di sbeffeggiare la monarchia napoletana chiamando originariamente questo biscotto Rame di Napoli.

I Nucatoli, più che un singolo tipo di biscotti, sono una vera e propria famiglia. Nati tra Butera e Palazzolo Acreide, ne esistono tantissime varianti tra Agrigento, Caltanissetta e la Sicilia sudorientale tutte differenti tra loro per ripieno e forma ma tutte accomunate dall'origine seicentesca e dalla presenza di frutta secca. Prevalentemente a forma di S o a forma di noce, assunsero la forma odierna baroccheggiante e variopinta ad opera dei Monsù in attività a Modica e Noto, ma anche ad Agrigento e a Siracusa.

I Pupi di zucchero sono delle vere e proprie opere d'arte, tanto semplici quanto difficili da realizzare. Sebbene si tratti di fondere e poi coagulare e far raffreddare lo zucchero dentro degli stampi, la decorazione dei pupi è ciò che ha caratterizzato maggiormente questa tradizione. I Pupi di zucchero sono stati per secoli l'unico dolce accessibile alle classi palermitane meno abbienti ma non lasciavano a desiderare nell'aspetto: decorati minuziosamente come se fossero dei veri e propri pupi dei teatrini o dei carretti decorati, questi semplicissimi dolci raffiguravano gli eroi delle epopee dei paladini e delle farse popolari. Contrariamente a quanto si dice, la sua origine non risale al periodo romano imperiale ma al Seicento, secolo in cui i trappeti di cannamela di Falsomiele raggiunsero l'apice della produzione e dello smercio di zucchero a Palermo e in provincia.

La Cotognata è una confettura molto gelatinosa originaria di Siracusa ma diffusissima anche sulle Madonie e nell'hinterland palermitano. Viene realizzata con la mela cotogna, in natura aspra e acida, per poi essere versata in degli stampi. Tipica dell'autunno, la Cotognata rappresentava fino a qualche decennio fa un rito come la preparazione della salsa di pomodoro o dell'estratto: si realizzava in famiglia e se ne consumava un tanto alla volta ogni domenica. Nel periodo dei morti era il fiore all'occhiello del cosiddetto Cannistru, il canestro ove venivano riposte tutte le suddette leccornie. Per la sua stagionalità, viene anche chiamata Murtidda.

Ad oggi questa preziosissima tradizione dolciaria e culturale sta subendo tantissimo l'ondata delle minchiate legate alla farsa di Halloween, che oltre ad essere una festività non culturalmente nostra, viene ulteriormente snaturata e imposta come moda piuttosto che come tradizione. Questa ridicola faccenda tutta streghette e mostriciattoli, tolto il fatto che in Sicilia la zucca rossa la si faccia all'agrodolce con aglio e menta, ha già sbriciolato le Fiere dei Morti e la gran parte delle tradizioni locali. In questo perfettamente assistita da una politica economica e nell'ambito culturale ancor più ridicola della festa stessa.

Aldilà di estremismi religiosi che si oppongono ad Halloween in quanto festa "satanica", una visione altrettanto ridicola della questione, dobbiamo a tutti i costi difendere le nostre tradizioni e le nostre radici.
Non per una religione o per razzismo. Ma per mantenere viva la storia e la cultura siciliana che, senza offesa e senza campanilismi di alcun genere, non ha da invidiare proprio a niente e nessuno.

26/10/2021

Siamo davvero dispiaciuti di cosa stia succedendo a Catania e in altri luoghi della Sicilia orientale come Lentini, Scordia, Taormina, Giarre e Siracusa.

Mentre si parla di inceneritori, ponti sullo stretto e altre cose di m***a i nostri territori affondano.

Il ponte fatevelo sulle corna.

Indirizzo

Via Antonino Di Sangiuliano
Catania
95100

Sito Web

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