06/03/2021
RIFLESSIONI DI UNO PSEUDO-LINGUISTA SULLE PAROLE DI BEATRICE VENEZI
di Lorenzo Zambernardi
Eh gente, quando si tocca il mio campo non posso non dire la mia.
Conosciamo più o meno tutti quello che è accaduto ieri sera a Sanremo: la direttrice d'orchestra Beatrice Venezi, apostrofata come 'direttrice', ha risposto con "Io sono DIRETTORE d'orchestra", al maschile, perché "la posizione ha un nome preciso e nel mio caso è quello di direttore d'orchestra". Venezi non è da condannare (nel suo contratto ci sarà sicuramente scritto 'direttore'), e non ha commesso alcun errore madornale in italiano, e a mio avviso ha anche cercato di dare (sbagliando, stavoltà sì) un messaggio femminista; ciò che ha detto sul palco dell'Ariston è comunque illuminante su un'ampia fetta della società che non ritiene la lingua un fattore importante. E non per le donne, ma in generale. Inizia il sermone.
1. Secondo me Venezi ci ha provato. Alcuni nomi femminili di professione (i cosiddetti 'nomina agentis') in italiano, infatti, derivano da un maschile tramite suffissazione, cioè da un nome maschile 'base' si toglie la desinenza maschile, si attacca un morfema (unità minima di una parola dotata di significato o recante valore grammaticale), e infine la desinenza femminile. Il più delle volte questo morfema suffissale è -ess-, e così abbiamo da 'professore' 'professoressa', da 'presidente' 'presidentessa', da 'dottore' 'dottoressa', 'avvocato' 'avvocatessa'. Tutto fantastico, ma il problema qua è che il morfema suffissale non serve a niente dal punto di vista grammaticale, e ce lo dimostra per esempio la lingua romanza più vicina alla nostra (lo spagnolo), che ha i femminili costruiti solo tramite aggiunta della desinenza -a ('profesora', 'presidenta', 'doctora', 'abogada'). In spagnolo il suffisso -es(s)- comunque esiste, e lo troviamo ad esempio in varie opere dell'ottocento, come nel termine 'alcald-es-a', che sta a indicare la moglie dell''alcalde', che è il sindaco. Essere la moglie del sindaco non solo non è una professione, ma quando si diceva 'la alcaldesa' si designava una donna come individuo SOLO in base al lavoro del marito. Bella roba. È vero che questo termine poi, in spagnolo, si è cristallizzato divenendo effettivamente il nome della donna che esercita la professione di sindaco, e che dunque oggi il morfema -es(s)- sia privo di quel tratto (non dispregiativo in senso proprio, ma direi svilente) che aveva mantenuto fino ad allora, ma abbiamo dimostrato che tale morfema non ha (avuto) un significato positivo a livello di determinazione personale. In italiano siamo stati abituati a inserire -ess- nella formazione di moltissimi femminili derivazionali di professione, i quali si sono cristallizzati e ci 'suona male' sentir dire 'la professora' o 'la dottora' (termini che comunque esistono nel lessico italiano ma sono desueti). Il fatto che, grazie al lavoro delle donne, i femminili in -essa si siano scrollati di dosso il ruolo di moglie intrinseco nel morfema suffissale, è certamente un grande traguardo del secondo Novecento, ma sarebbe bene utilizzare questi femminili con parsimonia, ovvero solo quando realmente servono. E per fare questo dobbiamo guardare all'etimologia delle parole. Termini come 'doctor, -oris' o 'professor, -oris' sono solamente maschili. Nel procedimento derivazionale dei femminili corrispondenti sono state create due forme, una in -a e una in -essa, e l'uso (che detto molto male è 'ciò che preferisce dire' la maggioranza dei parlanti di una lingua) ha decretato che la forma vincente è quella in -essa. Benissimo. Ma il nome 'avvocato' deriva dal latino 'advocatus, -a, -um' che è un aggettivo, una parte del discorso variabile per il tratto di genere, quindi il latino ci dà già un femminile, che è 'avvocata'. Perché quindi usare avvocatessa? Per analogia con le altre forme? Non avrebbe molto senso, visto che anche nelle preghiere è presente il nome 'avvocata', riferito tra l'altro alla Madonna, che non sarebbe proprio opportuno chiamare solamente come la moglie di Giuseppe di Nazareth. Poi abbiamo i sostantivi derivanti da participi, che grammaticalmente sono anch'essi aggettivi, e quindi dovrebbero seguire lo stesso schema: la forma 'praesidens, -entis' è un aggettivo a una sola uscita, e ha la stessa forma per tutti e tre i generi del latino. Per cui la forma corretta dovrebbe essere 'presidente' sia per il maschile che per il femminile italiani, non serve scomodare il nostro suffisso -essa per termini come 'presidentessa'.
2. Secondo me è proprio qui che Venezi si è confusa, ritenendo che, se ci si deve riferire a una donna come 'presidente', bisogna farlo anche con 'direttore', ma non è così: direttr-ic-e è infatti una forma particolare creatasi mescolando il tema al grado zero dei maschili in -or, -oris con le desinenze dei femminili in -ix, -icis (cfr. il nome Beatrice, o la forma maschile 'genitor' contrapposta alla femminile 'genetrix'). Ma è comunque una forma femminile che non ha un suffisso una volta svilente al suo interno, esiste da molto tempo e l'uso, principe del mutamento linguistico, ci conferma che non ci sono problemi a utilizzarlo. Sul contratto di Venezi c'è scritto 'direttore' perché l'italiano non ha il neutro e basa le sue forme non-maschili e non-femminili sulla flessione maschile, non perché è il nome del lavoro, altrimenti dovremmo chiamare anche le donne delle pulizie 'uomini delle pulizie' perché nel contratto si parla di 'collaboratore' (fa strano sentire 'uomini delle pulizie', no? Chissà come mai).
3. Vabbè ma tanto è uguale, diranno molti. Tanto si capisce uguale, non perdiamo tempo su queste cose. Hanno tempo di pensare a questo le donne che non stanno in cucina, le femministe che non si depilano, sostengono i diritti delle minoranze e hanno solo voglia di c***o e bisogno di un uomo vero che le rimetta in riga. Il discorso di Venezi mette proprio in luce questa fetta della società, che non è formata solamente da uomini, ma anche da donne che ritengono di avere abbastanza diritti anche se sanno che non ne hanno quanti gli uomini, ma accettano di vivere nella loro ombra. Sì, esatto, quelle che scrivono i post dove dicono che 'dietro a un grande uomo c'è sempre una grande donna' pensando di nobilitare il ruolo della donna, ma non infastidendosi per l'avverbio di luogo 'dietro' che ricorda loro dove dovrebbero stare. La lingua non è solo comunicazione, la lingua è lo specchio di una cultura, si configura come una rete che ci dà uno sguardo sul mondo, che è diverso da chi parla un'altra lingua. Se appiattissimo la lingua alla sola esigenza comunicativa, non potremmo spiegare le differenze nei campi semantici delle diverse lingue, nella costruzione del discorso, nella pragmatica. Non è per esempio ricostruibile alcun termine che si riferisca alla sfera marina nel vocabolario del protoindoeuropeo, e i Greci furono perciò costretti a inventarsi un bel po' di parole per definire qualcosa che non era stato mai indicato, perché probabilmente i loro predecessori non si erano spinti fino alle coste e non l'avevano mai visto. Pensate dunque quanto profondamente diverso da noi dal punto di vista culturale poteva essere quel popolo, solo perché non aveva mai visto il mare. L'approssimazione data dall'inerzia mentale, il pressappochismo, la mancanza di riferimenti esterni alla propria bolla lessicale, il vocabolario povero, le poche stimolazioni interculturali, la mancanza di entusiasmo: tutto questo rende le persone inermi davanti alla grandezza della forma linguistica, che definisce la visione del mondo. Non è puro formalismo, non è mettere i puntini sulle i, È UTILIZZARE DEI TERMINI SPECIFICI GIÀ ESISTENTI NELLA LINGUA PER SOLLECITARE L'USO A FAR SÌ CHE L'INCLUSIONE FEMMINILE ALL'INTERNO DELLA SOCIETÀ POSSA FINALMENTE COMPLETARSI. Venezi (e ricordate, non 'la' Venezi, ma questo è un discorso lungo che forse poi farò o forse no) non ha dato un calcio al politically correct, come scrivono alcuni giornali, ha solo (ingenuamente o meno) messo davanti agli occhi di tutti un problema risolvibilissimo che chi è affetto da inerzia linguistica non sa neanche decifrare, ma segue chi pensa che niente vada cambiato perché la lingua è una cosa secondaria di cui non importa niente a nessuno, e che le vere battaglie sono altre (mi sto riferendo alle destre, in particolare ai post di Salvini e Meloni che hanno utilizzato lo stesso identico slogan).
Perdonate il discorso lungo ma noi della sinistra spieghiamo le nostre ragioni in più di 180 caratteri. Come segretario dei GD di Castiglione della Pescaia ci tengo a ringraziare la Conferenza donne democratiche - Toscana per il loro prezioso lavoro, e per riconoscere l'importanza della questione linguistica nella lotta per la parità di genere.
NON È POLITICALLY CORRECT, SONO PARI OPPORTUNITÀ.
"Todas las borregas son unas perdidas,
perdidas pues no saben nada de la vida.
Lo único que quieren es ser mantenidas,
se llenan de crias y ya no hay salida."
"Tutte le pecore sono smarrite,
smarrite perché non sanno nulla della vita.
L'unica cosa che vogliono è essere mantenute,
si riempiono di bambini e non c'è via d'uscita."
Gloria Trevi, 'Los Borregos', 1992.