Pcl Arezzo

Pcl Arezzo Pagina ufficiale della sezione di Arezzo-Castiglion Fiorentino del Partito Comunista dei Lavoratori

13/03/2026

🚩 STELLANTIS, LA CRISI LA VOGLIONO SCARICARE SU CHI PRODUCE 🛠️

Per noi la sola via d’uscita è la nazionalizzazione sotto controllo operaio✊🏼

La misura è colma. Dopo anni di cassa integrazione a singhiozzo, contratti di solidarietà e salari limati fino all’osso, i lavoratori e le lavoratrici di Stellantis si vedono sottrarre anche il premio di risultato. Non è un incidente: è l’esito coerente di un modello che trasferisce i costi degli errori manageriali sulle spalle di chi produce valore, mentre garantisce ai vertici stipendi faraonici e ai grandi azionisti la tutela del “proprio” capitale.

La fotografia è nitida: il 2025 segna un buco di bilancio gigantesco, prodotto da una marcia indietro tardiva e costosa sulla strategia elettrica; per mettere in sicurezza i conti si tagliano le quote variabili del salario (il premio di risultato), ma gli stipendi dei top manager restano milionari e la “liquidità prudenziale” non manca. È la socializzazione delle perdite nella sua forma più grezza.

UN ANNO NERO, UN PREMIO CANCELLATO. CHI DECIDE DOVE INVESTIRE DECIDE CHI DEVE STRINGERE LA CINGHIA

I fatti: il gruppo chiude il 2025 con perdite mostruose e con oneri straordinari dovuti alla correzione della rotta sull’elettrico. La direzione comunica ai sindacati che non è stato raggiunto il livello minimo dell’indicatore operativo europeo su cui si calcola il premio, e dunque niente erogazione. Tradotto: buste paga più leggere, dopo mesi di fermate e cassintegrazione. Laddove l’azienda ha continuato a investire — Sud America, Nord Africa, Medio Oriente — i premi arrivano; dove ha disinvestito, come in Italia, si incassa la beffa. Non la “fatalità del mercato”, ma una scelta precisa di localizzazione degli investimenti e di abbandono selettivo dei siti storici.

Nel frattempo, stabilimenti come Mirafiori, Pomigliano, Cassino e Melfi oscillano tra ripartenze annunciate e blocchi ricorrenti, con scioperi e mobilitazioni che fanno la loro timida comparsa. L’operaio italiano è diventato il parafulmine dei fallimenti di chi ha deciso le linee strategiche: produce meno perché si investe altrove, poi viene punito perché ha prodotto meno. È la spirale perfetta del capitale in crisi: si deprime la produzione per comprimere il lavoro e si “giustifica” la compressione del lavoro con la produzione depressa.

LA VERITÀ DI CLASSE DIETRO I NUMERI: QUANDO LA VALORIZZAZIONE SI INCEPPA, IL CAPITALE ATTACCA IL SALARIO

La lettura marxiana non è un vezzo ideologico: è la bussola che rende intellegibile il presente. Il profitto nasce dall’estrazione di plusvalore; quando la valorizzazione si inceppa perché le scelte direzionali falliscono, il capitale cerca di ripristinare i margini colpendo il costo del lavoro, precarizzando, esternalizzando, sospendendo premi e variabili. Ecco spiegato perché, di fronte a una perdita record, la prima “soluzione” è azzerare il premio di risultato e tenere i reparti in apnea con la cassa integrazione permanente. Non c’è neutralità: c’è un conflitto tra chi vive vendendo forza-lavoro e chi accumula appropriandosi dei suoi frutti.

La stessa dinamica si riflette sul terreno territoriale. Dove si addensano investimenti e nuovi modelli, la retribuzione si mantiene e i siti vivono; dove si ritirano investimenti e si rinviano scelte, si congelano i salari e si spegne la fabbrica. La geografia dei bonus coincide con la geografia del capitale, non con quella dei bisogni sociali.

MANAGER PAGARI A PESO D’ORO, OPERAI A PREMIO ZERO: L’OLTRAGGIO PERMANENTE

Mentre ai reparti si spiega che “mancano le condizioni” per il premio, ai piani alti scorrono compensi a più zeri per l’attuale amministratore delegato e per il presidente. Il precedente CEO è stato esonerato con una buonuscita cospicua, dopo aver impresso la rotta che oggi si dichiara superata. Si dirà: retribuzioni “di mercato”. Ma se il mercato premia chi sbaglia e punisce chi produce, allora è il mercato il problema, e con esso la forma-impresa che trasferisce automaticamente i fallimenti della direzione sulle vite di migliaia di famiglie operaie. Questa asimmetria non è un effetto collaterale: è una funzione. E chi la subisce ha diritto non solo a indignarsi, ma a rovesciare il tavolo.

MIRAFIORI, TORINO, L’ITALIA OPERAIA. DICIANNOVE ANNI DI ECCEZIONE DIVENTATA REGOLA

A Torino — laboratorio e simbolo — la cassa integrazione è diventata quasi una condizione strutturale. Diciannove anni di fermate ricorrenti hanno eroso competenze, redditi, prospettive; l’avvio della 500 ibrida e l’ingresso di giovani assunzioni precarie non bastano a cambiare la sostanza se non arrivano modelli popolari a volumi e investimenti massicci. In questo contesto, azzerare il premio significa spingere più giù chi è già sul ciglio, trasformando un diritto salariale in una lotteria dipendente dalle oscillazioni dei boardroom.

Il nodo però non può essere affrontato limitandosi a chiedere una tantum riparatorie o a inseguire la “neutralità tecnologica” come se il problema fosse la tecnologia in sé e come tanta parte del sindacato rivendica. Il punto non è scegliere tra elettrico e ibrido: il punto è chi decide perché e per chi si produce. L’asse strategico da rivendicare è un altro, ovvero spostare il comando sui mezzi di produzione dalle sale dei consigli d’amministrazione alle assemblee dei lavoratori. Questo significa costruire potere dal basso all’alto, dall’officina alla filiera, fino al livello nazionale, con organismi eletti e revocabili che esercitino controllo reale su piani, conti, investimenti, ritmi, sicurezza, qualità. Non “partecipazione” consultiva, ma potere decisionale.

NAZIONALIZZAZIONE SOTTO CONTROLLO OPERAIO: RIVENDICAZIONE TRANSITORIA, NON MASSIMA UTOPIA

Di fronte a un gruppo che può bruciare decine di miliardi in svalutazioni, fermare stabilimenti, sospendere premi e continuare a retribuire i vertici a livelli siderali, chi parla di “non c’è alternativa” ripete il mantra dell’impotenza. L’alternativa c’è e va detta senza timidezze: nazionalizzazione di Stellantis, sotto controllo operaio e con gestione diretta dei lavoratori. Non statalizzazione burocratica, non salvataggio con soldi pubblici per poi restituire il giocattolo agli azionisti. Esproprio senza indennizzo punto e basta; direzione operaia dei siti, apertura dei libri contabili e trasparenza totale.

La narrazione attuale prova a coprire il disastro con l’argomento della “libertà di scelta del cliente”: elettrico, ibrido o termico, la gamma si adegua. Ma chi decide dove produrre, con quali investimenti, con quali tempi e a quale costo sociale? Non il cliente, bensì un vertice, che ha dimostrato di poter sbagliare in grande e imporre a migliaia di famiglie le conseguenze.

La libertà che ci interessa è un’altra: libertà dei lavoratori di determinare l’orientamento della produzione, sottraendo i territori al pendolo della finanza e restituendo alla fabbrica una funzione sociale. E qui Marx è cristallino: senza proprietà collettiva dei mezzi di produzione, la democrazia finisce ai cancelli dello stabilimento.

FRONTE UNICO DI FABBRICA. O SI VINCE INSIEME O SI ARRETRA DA SOLI

In queste settimane gli scioperi e le assemblee mostrano che il corpo operaio reagisce. Bisogna fare un passo oltre: costruire un fronte unico tra tutti gli stabilimenti e tutti i reparti, superando appartenenze e microsettarismi, non solo a livello nazionale, ma internazionale.

La crisi che stiamo vivendo non è l’inevitabile correzione di un ciclo. È il prodotto di scelte sbagliate compiute da chi non pagherà mai il prezzo che oggi si pretende di imporre agli operai. Per questo la risposta non può essere la rassegnazione contrattuale. Serve uno scatto politico: riprendere il controllo. Nazionalizzare con controllo operaio significa spezzare il meccanismo per cui i successi si privatizzano e gli insuccessi si scaricano sulla collettività del lavoro. Significa, soprattutto, riaffermare un principio semplice e rivoluzionario: chi fa la ricchezza deve decidere come si produce e come si distribuisce.

Questa è la linea del Partito Comunista dei Lavoratori. Non chiediamo il permesso di esistere in una filiera in cui valiamo solo quando si deve tagliare. Pretendiamo il potere di trasformare la produzione in un bene sociale, sottraendola al capriccio di strategie fallimentari.

La crisi non la devono pagare i lavoratori ! Via il capitale e i capitalisti, i lavoratori riprendano le fabbriche, il controllo della produzione e quello delle loro vite!

Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

04/02/2026

Ad Arezzo è cominciata la lotta di liberazione del quartiere di Saione:

FASCISTI SU SAIONE

Da oltre 2 mesi gli abitanti di Saione, quartiere popolare e multietnico di Arezzo, si ritrovano insediata nell’area operaia del Villaggio Gattolino, negli edifici di edilizia popolare, la nuova sede dell’organizzazione neofascista CasaPound. L’insediamento è avvenuto il 29 novembre, con la benedizione di Lorenzo Roggi presidente di Arezzo Casa (ex Istituto delle Case Popolari) nonché, guarda caso, cofondatore dell’associazione che ha ottenuto l’assegnazione: l’associazione LACERBA.

Il sito di CasaPound ne annuncia l’inaugurazione con tanto di italica e identitaria porchetta.

Quello che innanzitutto balza agli occhi è che l’assegnazione dello stabile di edilizia popolare è avvenuta - tramite un’operazione di bassa cucina democristiana - all’associazione fondata dallo stesso presidente di Arezzo Casa, una società per azione le cui quote sono detenute in varie percentuali dai comuni della provincia di Arezzo. La fetta più grossa di tale assegnazione va al comune di Arezzo che, guarda caso, è anche l’azionista di riferimento del presidente Lorenzo Roggi esponente locale di CasaPound e di altre realtà associative legate a vari livelli al mondo dell’ultradestra aretina e non solo.

La calata dei fascisti del terzo millennio (così si definiscono) nel quartiere di Saione rappresenta uno sfregio alla storia del quartiere e alla sua composizione sociale: operaia, antifascista, popolare, multietnica e che ha visto negli anni lo sgretolarsi delle realtà associative e di coesione.

Non possiamo consentire la presenza nel quartiere di una realtà che si ispira al neofascismo, al razzismo, al segregazionismo!

In un contesto come questo, la reazionaria e neofascista CasaPound, cavalcando insieme ad altri - vedi il razzista Vannacci - proprio il leitmotiv di questa fase storica, ossia “l’invasione dei migranti”, unito alla crisi della classe lavoratrice tradita dalle direzioni riformiste, prova da un lato a raccattare una parte del dissenso radicale all’establishment politico, raccogliendo consensi tanto tra la piccola borghesia quanto tra il proletariato e il sottoproletariato, soprattutto nella sua componente più giovanile. Dall’altro lato, Casapound è funzionale al disegno politico delle destre al governo: Lega e FDI in primo luogo, riuscendo a capitalizzare posizioni di potere e amministrative. L’insediamento del signor Roggi al vertice di Arezzo Casa spa ne è un esempio.

Identitarismo nazionale e razziale, contrapposizione fittizia al capitale finanziario e all’Europa “cosmopolita” in quanto sua espressione e programma, nazionalismo e intervento dello Stato per garantire agli italiani un welfare selettivo: questi i cavalli di battaglia dell’organizzazione neofascista CasaPound che serve al capitale tanto nella militarizzazione dello scontro con le organizzazioni della sinistra – militante e rivoluzionaria o più genericamente antagonista – quanto nella canalizzazione della rabbia popolare in una guerra tra poveri utile a dividere ulteriormente la classe lavoratrice di fronte al padronato.

Questa presenza nel quartiere costituisce un segnale che non deve cogliere impreparati i rivoluzionari e i comunisti, così come tutti i proletari, e di conseguenza non va sottovalutato.
La fase di costruzione di queste organizzazioni non può che essere un segnale negativo, soprattutto quando riescono a radicarsi e legittimarsi nello scenario politico nazionale mettendo piede anche nelle città che hanno sempre vissuto di una certa rendita sull’antifascismo.

Oggi, realtà come Casapound rappresentano una minaccia per il movimento operaio. Sicuramente sono una minaccia per via del loro generico populismo reazionario e xenofobo; lo sono per la convivenza civile in un tessuto sociale fragile; lo sono per il portato di un sostrato reazionario sempre pronto a riaffacciarsi e a svolgere il suo ruolo antioperaio, di braccio armato informale della borghesia, protetto e coperto dalle istituzioni repressive dello Stato come le forze dell’ordine e la magistratura. Sono spesso in affari con branche della criminalità organizzata di stampo mafioso, sempre grate alla propaganda razzista che garantisce il mantenimento di un’enorme massa di migranti in uno status di umani privi di diritti e tutele, quindi facilmente reclutabili dalla malavita o utilizzabili come fonte di guadagno e merce-lavoro a basso costo.

Solo con la costruzione di un fronte unico, rivoluzionario e anticapitalista, in grado di rimettere al centro gli interessi di tutta la classe lavoratrice e di tutti gli emarginati e gli oppressi, ci si potrà contrapporre a queste organizzazioni reazionarie, impedendogli di far leva sulle divisioni, etniche e razziali, per indebolirci contro il capitale e la borghesia. Solo l’unità di tutti gli sfruttati contro gli sfruttatori può contrastare l’ondata populistica, reazionaria e barbarica che soffia in tutta Europa.

Facciamo appello a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, alle organizzazioni sindacali, dell’associazionismo di base, a coloro che in questi mesi hanno sostenuto la lotta del popolo palestinese, a chi lotta contro gli imperialismi.
Apriamo un fronte di lotta contro i fascisti a Saione!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - Sezione di Arezzo

04/11/2025

🔴 La New York di Zohran Mamdani. Le buone intenzioni non bastano

I sondaggi prevedono che Zohran Mamdani sarà eletto sindaco della città di New York il 4 novembre 2025, con una maggioranza relativa ma non assoluta di voti. Il suo sito web riassume in questo modo il tema della sua campagna: "Zohran Mamdani si candida a sindaco per abbassare il costo della vita della classe lavoratrice newyorkese".

La sua piattaforma è un insieme di riforme municipali per raggiungere questo obiettivo, tra cui il congelamento degli affitti degli appartamenti a canone calmierato, autobus gratuiti e assistenza all'infanzia gratuita, finanziati da tasse più elevate sulle grandi aziende e sui ricchi.

Interrogato dai giornalisti, Mamdani riconosce di essere socialista e membro dei Democratic Socialists of America (Socialisti Democratici d'America), ma non si candida in quanto socialista. Il suo sito web non menziona il socialismo o i DSA, e nelle interviste egli afferma espressamente che il programma dei DSA non è il suo.

Ha ritrattato le sue precedenti dichiarazioni radicali sulla polizia e sulla Palestina, e si presenta come un leale appartenente al Partito Democratico. Si candida con il sostegno dei principali leader del Partito Democratico, tra cui la governatrice dello stato di New York Kathy Hochul e l'ex candidata alla presidenza Kamala Harris, e con il consenso dei media allineati al partito, tra cui il New York Times, e dei principali donatori, tra cui Mike Bloomberg.

I sondaggi prevedono che Mamdani otterrà circa il 45% dei voti popolari. Avrà il sostegno solo di una minoranza del Consiglio comunale di New York, scarso appoggio da parte del governo statale e l'ostilità dell'amministrazione Trump. Come conseguenza, la sua amministrazione non avrà le risorse per attuare il suo programma.

Una mobilitazione di massa potrebbe alterare l'equilibrio delle forze, rendere New York ingovernabile e ottenere importanti riforme. Ma non ci sono segni che Mamdani intraprenderà questa strada, o che i suoi sostenitori la intraprenderanno senza di lui.

A mio avviso, i marxisti rivoluzionari dovrebbero sostenere le riforme di Mamdani senza appoggiare la sua strategia elettoralista o la sua campagna per il Partito Democratico. Lo sosterremmo se si candidasse da indipendente come candidato dei DSA contro il Partito Democratico.

Dovremmo proporre una mobilitazione di massa e partecipare a qualsiasi mobilitazione che venga avviata. Dovremmo aiutare i lavoratori e i giovani ispirati e poi delusi da Mamdani a uscire da questa esperienza più determinati a lottare e con una visione più chiara dell'indipendenza politica necessaria per vincere.

LA STRATEGIA ELETTORALISTA DI MAMDANI

Il ragionamento di Mamdani suona familiare: 1) per attuare le riforme, devo essere eletto; 2) per essere eletto, devo candidarmi come Democratico; 3) per candidarmi come Democratico ed essere eletto, devo moderare le mie posizioni e rassicurare la leadership del partito che sono affidabile.

Se Mamdani entrerà in carica come sindaco il 1° gennaio, come sembra probabile, la sua amministrazione si troverà ad affrontare una situazione impossibile. Esaminiamo le tre riforme sopra elencate.

Il controllo degli affitti è una questione notoriamente complessa, poiché cerca di controllare il prezzo degli alloggi senza controllarne l'offerta.

I proprietari e gli imprenditori immobiliari hanno molti modi per aggirare il controllo degli affitti. Il controllo di solito permette loro di aumentare gli affitti quando i costi aumentano e quando apportano presunte migliorie agli edifici. Di solito possono fissare gli affitti delle nuove unità a prezzi di mercato e riadeguare quelli delle unità esistenti a prezzi di mercato quando gli inquilini lasciano l'abitazione.

Il loro potere ultimo è quello di controllare l'offerta di alloggi. Possono scegliere di non affittare gli alloggi esistenti o di non costruirne di nuovi. Di fronte a ciò, soprattutto in un mercato immobiliare ristretto come quello di New York, le commissioni di controllo degli affitti di solito si arrendono. I proprietari e gli imprenditori immobiliari versano ingenti contributi ai politici per assicurarsi che ciò avvenga.

In minoranza nel consiglio comunale, Mamdani potrebbe non essere nemmeno in grado di ottenere dalla commissione per la stabilizzazione degli affitti il congelamento degli affitti. Il parlamento dello stato di New York potrebbe limitare ciò che la commissione è autorizzata a fare. E l'amministrazione Trump potrebbe negare finanziamenti cruciali e garanzie sui prestiti.

Uno degli slogan di Mamdani è "fast, fare-free buses" ("autobus veloci e gratuiti"). La gratuità è facilmente ottenibile, ma la velocità richiede che ci siano molti autobus e autisti, e che gli autobus siano mantenuti in buono stato. Ciò richiede denaro.

Mamdani propone che siano le aziende e i ricchi a pagare per le sue riforme. Ma l'amministrazione della città non ha alcun controllo su questo. Gli aumenti delle tasse devono essere approvati dal governo statale, e il governatore Hochul ha già detto di no.

Mamdani propone sia l'assistenza all'infanzia gratuita sia l'aumento degli stipendi degli operatori dell'infanzia fino al livello degli insegnanti delle scuole pubbliche. Obiettivi lodevoli e buone politiche pubbliche. Ma estremamente costosi, a meno che il rapporto numerico tra bambini e insegnanti sia molto alto, nel qual caso i genitori cercheranno altrove. Ancora una volta, il problema è il denaro.

Un movimento di massa potrebbe imporre le riforme, nonostante l'inevitabile opposizione a livello locale, statale e federale. Ma un movimento di massa non esiste. Possiamo sperare che la vittoria di Mamdani e il fallimento delle sue riforme portino a un movimento di massa, ma finora non abbiamo nulla di simile.

Questo è un problema fondamentale dell'approccio elettoralista. I lavoratori di solito ricorrono come primo passo alla soluzione relativamente facile di cacciare i politici in carica ed eleggerne di nuovi. Il discorso di questi ultimi è "Votate per me e vi renderò liberi", per quanto essi possano negarlo. Una vittoria elettorale che non è l'espressione di un'azione di massa è probabile che sia un'alternativa all'azione di massa.

IL PARTITO DEMOCRATICO E IL BIPARTITISMO

La strategia elettoralista negli Stati Uniti è veicolata attraverso il sistema bipartitico. I Democratici e i Repubblicani sono entrambi partiti capitalisti, nel senso che sono impegnati a sostenere le basi del sistema capitalista. Sono partiti capitalisti anche nel senso che dipendono da ricchi donatori e dal sostegno dei media capitalisti. Ai vertici, sono una porta girevole tra il mondo degli affari, il governo, l'esercito, i media e il mondo accademico.

Storicamente, i Democratici hanno favorito un maggiore intervento del governo per ridurre le irrazionalità e le disuguaglianze del capitalismo sfrenato. I Repubblicani hanno invece favorito i tagli fiscali, la riduzione della spesa sanitaria, dell'istruzione e del welfare, la deregolamentazione, la politica "legge e ordine", la promozione della famiglia e della religione.

Nessuno dei due partiti è in grado di risolvere i problemi della società capitalista. Il risultato a livello federale è un'alternanza tra i due. I Democratici vincono le elezioni, attuano politiche che deludono la loro base e preparano la loro stessa sconfitta. Nel turno successivo, i Repubblicani vincono, attuano politiche che deludono la loro base e preparano la loro stessa sconfitta. Clinton, Bush, Obama, Trump, Biden, Trump...

A livello di singoli stati, quelli della costa orientale e di quella occidentale tendono ad essere stati che si schierano con il Partito Democratico, il sud e l'ovest tendono ad essere Repubblicani e il Midwest è diviso fra i due. All'interno di queste regioni, le grandi città tendono ad essere Democratiche, le piccole città e le zone rurali tendono ad essere Repubblicane e le zone di periferia sono divise.

Circa un terzo della classe operaia vota per i democratici, un terzo vota per i repubblicani e un terzo non vota. I lavoratori neri, latini e le donne tendono a votare per i Democratici, mentre i lavoratori bianchi e gli uomini tendono a votare per i Repubblicani. I rappresentanti già eletti vengono quasi sempre rieletti, ma pochi lavoratori hanno fiducia nei politici, anche in quelli per cui votano.

Dagli anni '80, il movimento operaio ha subito una battuta d'arresto di fronte all'offensiva neoliberista dei capitalisti. Ciò ha portato a una peculiare polarizzazione politica. Il Partito Repubblicano ha compiuto una brusca svolta a destra sotto Reagan, i due Bush e poi con Trump, il quale unisce il tradizionale conservatorismo repubblicano con la crudele stupidità del Make America Great Again (MAGA).

Il Partito Democratico ha abbracciato il neoliberismo a partire da Bill Clinton, e da allora ha cambiato poco sotto Obama e Biden. Il polo sinistro della polarizzazione si esprime nel malcontento di massa, nella sfiducia nel sistema, nelle ripetute mobilitazioni fin dalla metà degli anni '90 e nel serbatoio di sostegno al riformismo di Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Mamdani.

Il problema immediato per la classe lavoratrice è che essa non dispone di una sua rappresentanza politica indipendente. Ha bisogno di un partito dei lavoratori che rappresenti gli interessi della classe lavoratrice nel suo insieme e che lotti per l'uguaglianza politica e sociale degli oppressi. Entrambe le cose sono essenziali. Un partito che guidi l'azione di massa e si candidi alle elezioni. Un partito del genere potrebbe attrarre tutta la classe lavoratrice, tranne le sue frange più minoritarie.

I DEMOCRATIC SOCIALISTS OF AMERICA (DSA)

I sondaggi hanno da tempo dimostrato un ampio sostegno alle politiche "New Deal". Bernie Sanders ha sfruttato questo sostegno nella sua corsa a candidato del Partito Democratico nel 2016. I lavoratori e i giovani si sono schierati a favore della sua campagna, come avevano fatto con quella di Barack Obama nel 2008, ma nel caso di Sanders con obiettivi politici più chiari.

Quando Trump nel 2016 vinse le elezioni, pur perdendo nel conteggio dei voti assoluti, migliaia di giovani hanno invaso i DSA, dopo aver scoperto su internet questa organizzazione. Il numero dei membri dei DSA è cresciuto da 6.000 nel novembre 2016 a 79.000 nel gennaio 2021. È poi sceso a 51.000 durante l'amministrazione Biden, per poi risalire con la rielezione di Trump raggiungendo le 80.000 unità secondo l'ultimo conteggio.

I DSA si sono ora spostati a sinistra. L'organizzazione si definisce anticapitalista e socialista. Ha preso una posizione chiara sulla Palestina. Si è allontanata dall'elettoralismo a livello locale e nazionale, concentrandosi maggiormente sul lavoro, sui diritti degli immigrati e sulla solidarietà con la Palestina. La vecchia leadership ha perso la convention (equivalente di un congresso, ndt) del 2023 ed è stata sostituita. Il Comitato Politico Nazionale (NPC) ha una maggioranza formalmente di sinistra.

Il problema politico più urgente dei DSA è quello di rompere effettivamente con i Democratici, e non solo di parlare della necessità di farlo. La maggioranza dei membri dei DSA è favorevole alla politica del "dirty break" (l'utilizzo strumentale di rappresentanti e candidati DSA all'interno del Partito Democratico con l'obiettivo di un proprio rafforzamento e della conseguente creazione di un nuovo partito, ndt): utilizzare ora la linea del Partito Democratico per prepararsi all'indipendenza in futuro. In pratica, questo significa nessuna rottura.

Prima di Mamdani, l'elettoralismo aveva perso terreno nei DSA. Il successo di Mamdani ha rilanciato le sue fortune, rafforzando l'illusione che essere in carica significhi essere al potere. Per superare questo ostacolo, i membri dei DSA dovranno rendersi conto che l'amministrazione Mamdani, eletta senza un'ondata di massa, non è in grado di attuare le sue riforme.

I DSA di Chicago hanno vissuto un'esperienza simile nel 2023, quando l'ex insegnante e dirigente del sindacato Chicago Teachers Union (CTU) Brandon Johnson si è candidato con successo a sindaco di Chicago. La sua corsa era da indipendente, e ciò non ha sollevato il problema di sostenere un candidato espressione del Partito Democratico. Ma ha comunque sollevato il problema dell'elettoralismo. La maggior parte dei membri dei DSA che hanno fatto campagna per lui pensava che "Johnson eletto" equivalesse "Johnson al potere". Nel giro di un anno quell'illusione è stata infranta.

Durante la grande manifestazione "No Kings 2.0" tenutasi a Chicago il 18 ottobre, Johnson ha usato toni molto diversi. Riferendosi alla famosa osservazione di W.E.B. Du Bois secondo cui "i lavoratori neri hanno vinto [la Guerra civile] grazie a uno sciopero generale che ha trasferito la loro manodopera dai piantatori confederati agli invasori nordisti", Johnson ha affermato: «Se i miei antenati, in quanto schiavi, sono stati in grado di guidare il più grande sciopero generale nella storia di questo Paese, colpendo i super-ricchi e le grandi aziende, anche noi possiamo farlo!».

Ciò non è esattamente un appello allo sciopero generale, come sostengono alcuni membri dei DSA e della sinistra, ma è comunque ben lontano dal "Votate per me e vi renderò liberi".

BATTERSI O DISINTERESSARSI?

Alcuni rivoluzionari sostengono che i DSA siano troppo riformisti per interessarsi a loro. Capisco questo modo di pensare, ma non sono d'accordo. Si tratta di ottantamila giovani, per lo più lavoratori, che si considerano socialisti, che vogliono costruire un partito della classe lavoratrice, attivi nei sindacati, nei diritti degli immigrati e nella solidarietà con la Palestina, che discutono questioni politiche, che discutono la candidatura di propri rappresentanti contro i Democratici. A mio avviso, i rivoluzionari dovrebbero essere coinvolti in questo processo.

La classe lavoratrice statunitense ha bisogno di un partito rivoluzionario, ma i rivoluzionari negli Stati Uniti sono ben lontani dall'essere in grado di costruirne uno. I nostri numeri sono troppo bassi. La nostra influenza è troppo limitata. Dobbiamo trovare il modo di relazionarci con i lavoratori e i giovani che iniziano a muoversi. Innanzitutto nei sindacati e nei movimenti, ma anche in spazi esplicitamente politici. Dall'esterno, nel caso della campagna di Mamdani, o dall'interno, nel caso dei DSA.

La strategia per costruire un partito rivoluzionario è chiara. Come costruirlo è oggetto di dibattito, e non solo negli Stati Uniti. È un dibattito che sta avvenendo in organizzazioni come il PSOL in Brasile, Die Linke in Germania, il Nuovo Fronte Popolare in Francia, Your Party in Gran Bretagna. Bisogna partecipare a questo dibattito o bisogna ignorarlo? Se bisogna partecipare, dobbiamo farlo dall'interno o dall'esterno? Il congresso della Lega Internazionale Socialista (LIS) del dicembre 2025 avrà molto di cui discutere.

Peter Solenberger

03/11/2025
30/10/2025

🔴 Sul movimento pro Palestina in Italia

Considerazioni dopo le grandi manifestazioni di settembre e ottobre

La dinamica sviluppatasi in Italia dopo il 22 settembre e sino al 4 ottobre segna un fatto nuovo nello scenario italiano. Un salto complessivo della mobilitazione di massa che non ha punti di paragone nel passato degli ultimi due decenni.

È troppo presto per misurare i riflessi politici di questo salto, il suo impatto sulla coscienza di massa, la sua prospettiva. Troppe sono le variabili in gioco, obiettivamente imprevedibili, di ordine interno e internazionale, incluso l'esito del piano Trump-Netanyahu. Tuttavia è necessario e possibile caratterizzare la novità emersa.

Il movimento ha avuto un fattore scatenante direttamente politico: l'indignazione contro l'operazione genocida dello Stato sionista e le complicità del governo italiano. In questi due anni di guerra genocida in Palestina, la maggioranza della società italiana aveva indubbiamente maturato un senso comune filopalestinese e antisraeliano.
Ma per due anni la mobilitazione attiva di solidarietà e sostegno alla Palestina era rimasta confinata in un bacino di avanguardia, certo importante ma limitato.

Nelle ultime settimane si è prodotto un salto imponente. La missione della Global Sumud Flotilla, al di là della sua stessa natura e dei suoi limiti, ha favorito l'innesco di un'identificazione collettiva e attiva nella giusta causa della Palestina. Ha dato un volto e una bandiera riconoscibile all'indignazione. L'enorme manifestazione che a Genova ha accompagnato la partenza della missione è stata il primo segnale di questo salto di dimensione.
Le manifestazioni del 22 settembre un'ulteriore progressione su scala generale. Le manifestazioni del 3 ottobre in occasione dello sciopero generale un nuovo massiccio allargamento della mobilitazione. La manifestazione nazionale del 4 ottobre ha registrato in termini imprevedibili il processo che l'ha preceduta e la sua accelerazione progressiva. La dinamica generale è stata dunque quella di una brusca svolta. Una cumulazione prolungata di sofferenza passiva si è trasformata in manifestazione attiva.

Questo elemento di svolta nel livello di mobilitazione non sembra incidere ad oggi nel blocco sociale reazionario, come mostrano gli stessi risultati elettorali prima nelle Marche, poi in Calabria. Il blocco d'ordine tiene. Ma nel campo del blocco sociale alternativo si assiste a un processo di radicalizzazione reale.

La presenza dei giovani e dei giovanissimi è stato un tratto centrale della mobilitazione. In particolare nel primo salto delle manifestazioni del 22 settembre. A sua volta, l'onda d'urto del 22 settembre ha registrato e prodotto da subito un trascinamento più ampio.

La direzione della CGIL è stata la prima vittima di questa accelerazione, e soprattutto della propria miopia burocratica. Sentendo l'onda mo***re dopo la manifestazione di Genova, e temendo come la peste un possibile successo dell'azione di sciopero di USB e sindacalismo di base convocata per il 22, l'apparato CGIL ha provato a bagnare preventivamente la miccia con una propria iniziativa, improvvisamente convocata, di carattere puramente simbolico.

L'iniziativa CGIL del 19 Settembre aveva come unico fine quello di sgonfiare le gomme dello sciopero del 22 settembre, per poi riprendere il proprio calendario burocratico d'autunno. Ma l'operazione è stata rovinosa per chi l'ha promossa.
Al di là dei livelli di adesione diretta allo sciopero (modesti ma non irrilevanti nella scuola, nei trasporti, nei servizi), le manifestazioni del 22 settembre hanno registrato in tutta Italia uno straordinario successo politico. Non solo per la marea di giovani studenti che ha invaso strade e piazze, a un livello da lungo tempo sconosciuto. Ma per il sostegno pubblico del sentimento collettivo. Il fatto che azioni di occupazione simbolica di stazioni, strade, snodi portuali fossero accompagnate dal plauso pubblico circostante, persino quello delle loro “vittime” (automobilisti incolonnati) ha dato un volto all'intera giornata. Il fatto che per una intera giornata l'apparato CGIL sia rimasto muto misurava la sua sconfitta bruciante. USB si è vista regalare dalla CGIL un risultato imprevisto e imprevedibile, che andava bel al di là del proprio perimetro.

L'enorme successo del 22 settembre apriva a sua volta una dinamica nuova. Anche sul terreno delle relazioni sindacali. USB si è trovata per le mani una mobilitazione imprevedibile e in qualche modo una responsabilità di direzione di massa: una responsabilità estranea alla sua logica tradizionale autocentrata. Sull'altro lato, la direzione CGIL ha dovuto cercare di rimo***re il clamoroso smacco subito rientrando in scena. Sino ad assumere improvvisamente quella parola d'ordine dello sciopero generale per la Palestina che sino ad allora aveva nei fatti respinto. Al punto di impegnarsi nell'inedita proclamazione di uno sciopero senza preavviso. L'inedita convergenza di CGIL e sindacalismo di base nello sciopero generale del 3 ottobre è stata il sottoprodotto di questa dinamica di massa. Una dinamica che né CGIL né USB avevano messo in conto.

A sua volta lo sciopero e le manifestazioni del 3 ottobre sono andate al di là del 22 settembre: in termini di adesione allo sciopero, in termini di partecipazione di massa ai cortei, in termini di espansione nazionale della mobilitazione nei territori (non solo le grandi città ma i piccoli centri e la provincia), in termini di identificazione e sostegno pubblico.

Il 3 ottobre ha registrato l'effetto valanga. La manifestazione del 4 ottobre a Roma ne ha portato il segno, nelle sue dimensioni eccezionali e nella composizione delle adesioni. Il fatto che la CGIL sia stata costretta ad aderire ad una manifestazione convocata dalle organizzazioni della resistenza palestinese su una piattaforma di rivendicazione della resistenza (7 ottobre incluso) dà la misura indiretta della straordinarietà degli eventi, dell'affanno della burocrazia, delle nuove contraddizioni che si aprono.

La portata della dinamica di massa ha messo il governo in difficoltà. Per la prima volta in tre anni. L'incontro fra mobilitazione di massa e senso comune popolare ha impedito al governo di applicare in forma dispiegata il dispositivo reazionario del ddl 1660.
In molte situazioni la dimensione di massa della pressione di piazza ha costretto le questure a subire in forma prevalentemente passiva l'onda delle occupazioni di stazioni, strade e autostrade.

Significativo il comportamento del governo verso lo stesso sciopero generale del 3 ottobre. La commissione di garanzia ne ha decretato l'illegittimità. Ma il governo non ha avuto la forza di ricorrere alla precettazione. Le squallide minacce del ministero dei trasporti nei confronti dei singoli scioperanti ha provato a vendicare l'impotenza del governo, ma non è riuscito a mascherarla. Ed ha avuto effetti pratici praticamente nulli.

Più in generale, l'intera gestione governativa della vicenda della flotilla è apparsa alla larga opinione pubblica come un penoso arrampicamento sugli specchi. La complicità del governo con Israele è emersa come ancor più manifesta, e ha rafforzato nella stessa mobilitazione pro Palestina la pulsione politica antigovernativa, ben al di là dell'aspetto umanitario.

E ora? Contrariamente al luogo comune movimentista secondo cui il movimento può tutto, basta seguirne l'onda, proprio il salto del movimento di massa pone più che mai il tema della direzione e della prospettiva. La parola d'ordine “blocchiamo tutto”, mutuata dalla Francia, ha raccolto giustamente la pulsione radicale di larga parte del movimento, ma non è in grado di per sé di tracciare uno sbocco e una prospettiva.

Certo, la mobilitazione deve continuare. Ma con quali rivendicazioni, quale forme di organizzazione, quale combinazione di forze sociali? Nessuno degli attori politici e sindacali della vicenda si pone questi interrogativi. Hanno ben altre preoccupazioni e ragioni. Il centrosinistra, reduce dall'astensione parlamentare sul piano Trump-Netanyahu, pensa a ricavare da quanto avvenuto un beneficio elettorale a futura memoria, peraltro – come i fatti dimostrano – senza risultati. La burocrazia CGIL cerca di riacciuffare il bandolo della matassa sfuggito di mano per recuperare il proprio controllo, e il proprio calendario. USB lavorerà a lustrare la gloria del proprio successo imprevisto in funzione della propria autocentratura. Potere al Popolo e le sue organizzazioni giovanili, obiettivamente egemoni nel movimento studentesco, puntano esclusivamente all'affermazione del proprio marchio.

È necessario invece tracciare una linea di prospettiva chiara per il futuro del movimento.

Il primo problema per la continuità del movimento risponde all'interrogativo: per quale rivendicazione si continua a lottare? La rivendicazione della rottura di ogni relazione con Israele deve emergere come rivendicazione centrale. Una rivendicazione radicale ma semplice, corrispondente al senso comune, suscettibile di numerose articolazioni (nelle università come nei porti), e al tempo stesso di carattere unificante. È una rivendicazione interna alla dinamica del movimento, apertamente antigovernativa, che scavalla le complesse variabili dello scenario mediorientale, mette a n**o l'ipocrisia delle opposizioni liberalprogressiste.

Quale classe sociale è in grado di tradurre questa rivendicazione sul terreno materiale dell'azione? La classe lavoratrice. La questione è importante. Non si tratta semplicemente di chiedere al governo italiano di rompere con Israele, cosa che naturalmente è giusto fare ma non ha effetti pratici. Si tratta di organizzare un'azione indipendente del movimento operaio che persegua realmente questo obiettivo.
Il blocco di ogni traffico con Israele nei porti e negli aeroporti grazie al controllo dei lavoratori sulle merci in entrata e in uscita è da questo punto di vista centrale. È un'azione di lotta già emersa a macchia di leopardo in diversi porti italiani (Genova, Livorno, Ravenna...) ed europei (Marsiglia, Pireo, Anversa...). Se vi fosse una confederazione dei sindacati europei degna di questo nome, organizzerebbe il blocco a oltranza su scala continentale. In ogni caso, è questa una rivendicazione da avanzare su scala nazionale, e su cui mettere alla prova le direzioni sindacali. Di certo è una pratica di lotta che spiega alla giovane generazione, con l'esempio più semplice, la forza della classe lavoratrice e la sua centralità.

L'ingresso della classe lavoratrice nella lotta per la Palestina si è posto sul terreno direttamente politico, ma non è scevro di risvolti sociali.
È vero, vi sono lavoratori e lavoratrici che hanno scioperato per la Palestina mentre non scioperavano per ragioni sociali più direttamente sindacali. Nessuna meraviglia. L'intera storia del movimento operaio dimostra che la coscienza di massa può maturare per le vie più diverse. Ma è anche vero che quando una massa imponente di giovani, di lavoratori, di popolo si riversa nelle piazze e nelle strade manifesta ragioni e pulsioni più profonde della bandiera che formalmente impugna e in cui si identifica. Così è sulla Palestina. La Palestina può catalizzare una ribellione all'ingiustizia del mondo, che è anche l'ingiustizia del proprio salario in picchiata, della precarietà senza futuro del proprio lavoro, delle angherie quotidiane della propria vita sociale, dello scarto fra la propria condizione e le proprie aspirazioni. Uno scarto vissuto dalle giovani generazioni di tutto il mondo.

Per dare continuità allo stesso movimento che si è prodotto è dunque essenziale lavorare a ricondurlo a un orizzonte più complessivo, ciò che implica una piattaforma riconoscibile di rivendicazioni sociali unificanti, e una prospettiva di alternativa di società.
La battaglia per il fronte unico di classe e di massa, e per la sua continuità, ben oltre la convergenza dello sciopero generale unitario del 3 ottobre, deve saldarsi a una proposta di svolta generale del movimento operaio e sindacale sul terreno della lotta di classe. È il tema di una vertenza generale unificante. È la lotta per un'altra direzione del movimento operaio italiano.

La Palestina, nella sua tragica realtà, documenta la barbarie del colonialismo e dell'imperialismo, in tutte le loro varianti. Ma anche, perciò stesso, la totale utopia del riformismo.
Il crollo della vecchia narrazione “due popoli, due Stati” , peraltro seppellita dallo stesso piano Trump-Blair-Netanyahu, è e deve essere lo spunto per far comprendere a un settore d'avanguardia della giovane generazione, operaia e studentesca, che non esiste alcuna reale soluzione della crisi dell'umanità fuori da una prospettiva di rivoluzione, in ogni paese e su scala mondiale.

Portare nella classe lavoratrice e nella gioventù questo elemento di coscienza, portarlo nella stessa coscienza dell'avanguardia palestinese in Italia, è il cuore dell'intervento del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

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52043

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