Tra Storia e leggenda
A fine Seicento una nave proveniente da Cattaro, città del Montenegro, approdò nella cala della torre di guardia di Costa Ripagnola, tra Polignano a Mare e Cozze. I deputati sanitari polignanesi, sospettando vi fosse a bordo un’epidemia di peste, ordinarono l’allontanamento dopo un approdo e una sosta della durata di un solo giorno bastante alla riscossione della tassa d’att
racco. In realtà, la nave rimase nella cala per cinque giorni, durante i quali Giuseppe Schiavelli, incaricato dal conte di Conversano Giulio II Acquaviva d’Aragona di contrabbandare tabacco, ritirò b***e di merci e, accompagnato da due componenti della ciurma alla ricerca di viveri, si recò a Conversano. Nelle merci della nave era annidato il letale virus e ben presto Conversano fu preda di una terribile epidemia. Nel tentativo di nascondere i suoi loschi traffici, il Conte di Conversano tacque la presenza del morbo. A causa delle pessime condizioni igieniche dell’epoca, da Conversano, la peste si diffuse a Monopoli, Castellana e in tutti i comuni limitrofi. Quando la notizia non si poté più tacere, fu impedito ai cittadini il transito in entrata e uscita dalle cittadine, pena la morte. Nel corso dell’epidemia di peste del 1691-1692 il dottor fisico, ossia il medico, Giuseppe Valerio de Consulibus che faceva parte del Comitato di Salute Pubblica si prodigò molto per lenire le sofferenze degli ammalati. Studiò le caratteristiche e il decorso della malattia, sino a dichiararne l’alta contagiosità. Per primo individuò l’importanza di aiutare i malati con una buona alimentazione e di bandire terapie debilitanti come salassi, purghe, sudorazioni e diete. Capì che le terapie disponibili all’epoca erano assolutamente insufficienti. Già al primo indizio, la gente atterrita fuggiva in campagna, portando con sé tutto ciò che poteva e lasciando il resto nelle case assicurate con sigilli. I malati o sospetti erano confinati nelle loro abitazioni o porati in locali di isolamento o al lazzaretto. Si uccidevano cani, gatti e galline, non perché ritenuti ricettori della peste, ma perché era opinione comune che i loro peli e le loro penne potessero facilmente assorbire i veleni pestilenziali e diffonderli. Le autorità comunali assoldavano imbianchini, barbieri, becchini, vetturali, scavafosse, spazzini per sbrigare i servizi di igiene: imbianchire le case, pulire le strade, seppellire i morti. I medici andavano per le strade chiusi nel loro abiti stretti, incatramati, con la rituale maschera sul viso, recando nelle mani inguantate ampolle di forti profumi e un bastone per farsi largo tra la gente sospetta. La vita delle città e paesi era ridotta ai minimo termini. Radi e guardinghi, i passanti pur conoscendosi non si salutavano per paura di contagiarsi. Due padri di ciascun ordine religioso, a turno ogni settimana, erano destinati alla confessione, la gente si faceva sugli usci o si affacciava ai balconi e confessava pubblicamente i propri peccati. Le abitazioni dei defunti venivano segnate con grandi croci bianche e i cadaveri degli appestati erano messi alla rinfusa in grandi fosse comuni fuori dalle mura e coperte di calce. Sarebbe necessario accendere spessi fuochi per assottigliare l’aria e purgarla dal morbo per togliere dalle fauci della peste il rimasuglio dei cittadini. Il Conte di Conversano Giulio II, individuato come responsabile del flagello, fu convocato dal viceré di Napoli e confinato nell’isola di Nisida. Morì nell’isola il 31 gennaio del 1691. Giuseppe Schiavelli, il suo emissario, tentò di fuggire in Terra d’Otranto ma fu imprigionato e condotto a Bari. Morì tra le torture nel febbraio del 1692. A Conversano vi furono 15.000 decessi. La peste fu scoperta soltanto il 23 dicembre del 1690, ma vi furono solo 22 morti. Vogliamo ricordare i nomi di quei castellanesi:
Angelo Lanzillotta, 50 anni; Aurelia Cardone, 35 anni; Vito Serangelo, 20 anni; Domenico Goscila,
15 anni; Marino Mastromarino, 20 anni; la fanciulla Angela Manello; Vita Siciliano, 60 anni; Vito Goscila, 50 anni; Perna Goscila, 23 anni; 45 anni; Francesco Paolo Lanzillotta, 15 anni; Leo Longo 38 anni; Rosa Alfarano, 25 anni; i bambini Donato Manelli, Francesco Ventrella, Luisa Mastromarino, Antonia e Francesco Antonio Serangelo, Marino Longo, Angela Mastromarino, Carella e Sebastiano Manelli; Giovanni Antonio Mastromarino. Secondo la tradizione, i castellanesi furono salvati dalla Vergine della Vetrana. Due sacerdoti, don Giuseppe Gaetano Lanera e don Giosafat Pinto, nella notte dell’11 gennaio 1691, ebbero simultaneamente una visione e udirono voci misteriose:
Ricorrete alla Vergine della Vetrana, edificatele la sua chiesa e sarete liberati dalla peste. Don Giosafat Pinto, nella chiesa di San Francesco, sentì una voce che gli ordinava di cacciare la peste dalla terra di Castellana con questa formula:
“Io ti comando, mia sorella peste, che tu, in nome della Augustissima Trinità e della Beata Vergine esca da questa terra e mai più vi ritorni”. Dalla mattina seguente, 12 gennaio 1691, tutti coloro che temevano di essere colpiti dalla peste correvano ad ungersi all’olio benedetto che ardeva nella lampada. Il medico Giuseppe La Nera testimoniò che gli ammalati che aveva in cura, dopo essere stati unti con l’olio, erano completamente guariti. Il Notaio Giacobbe Fanelli nella chiesa Santa Maria della Vetrana, davanti all’immagine stessa della Beata Vergine e alla presenza di numerosi testimoni, scrisse:
"Dal dodici di gennaio, giorno in cui si ebbe notizia della grazia ricevuta dalla Vergine della Vetrana, non si ammalarono e non morirono altri castellanesi. Per purificare Castellana dal morbo si diede fuoco ai vestiti e alle suppellettili, si profumarono le abitazioni dei malati con foglie di ulivo, rosmarino, alloro e si imbianchirono a calce i muri per due volte. Gli ammalati miracolosamente guariti furono tenuti per prudenza in quarantena, ma non vi furono altre morti". La consapevolezza e la gratitudine per il miracolo ricevuto spinsero il sindaco don Giovanni Filippo Viterbo a supplicare la vedova di Giulio II contessa Dorotea di edificare accanto alla chiesa un convento. Finito il contagio si cominciò a raccogliere offerte per il nuovo edificio. Ognuno contribuì come poteva: con pietre, con offerte in denaro, con il proprio lavoro. Il convento fu affidato agli Osservanti scalzi di San Pietro d’Alcantara. La Vergine della Vetrana non era nuova a questi miracoli. Il suo nome viene proprio dal morbo della vetrana, o vaiolo, che assalì l’intera famiglia di Adriano d’Acquaviva. A guarigione ottenuta, il Conte ampliò l’esistente edificio e lo dedicò a Santa Maria della Vetrana. Il 14 marzo del 1714 si tenne la cerimonia inaugurale. Dalla chiesa di San Leone Magno partì una processione mentre tutte le campane del paese suonavano a festa. Gli Osservanti Scalzi, i padri minimi di San Francesco di Paola, i frati del convento di San Francesco d’Assisi, il Capitolo nei paramenti di gala. Fu posata una croce di pietra e venne piantato un olmo in ricordo della cerimonia. Da allora la tradizione si ripete. Si comincia con la Diana, suggestiva visita notturna ai frantoi oleari del territorio castellanese, con la banda cittadina al seguito, per la raccolta dell'olio. Secondo la tradizione, l'oro giallo delle nostre campagne viene destinato ad alimentare la lampada della Vergine. Molti fedeli accompagnano il corteo notturno intonando i sacri inni. La sera dell'11 gennaio una fiaccolata porta il sacro fuoco dal Santuario Maria Santissima della Vetrana a Castellana. Per tutta la notte tra l’11 e il 12 gennaio ardono i fuochi e si intonano canti. Si mangiano cibi semplici offerti dai fanovisti: sarde, cipolle sponsali, pane e pomodoro, ceci fritti e foccace fritte. Il 12 gennaio la Madonna giunge in città per restarvi sino alla domenica successiva. Si dice che le Fanove preparino l’arrivo della Vergine riscaldando la cittadina nelle rigide giornate di gennaio. Ma le Fanove sono, soprattutto, simbolo di gioia e festa.