27/05/2026
Quello che è successo sotto la foto di Elly Schlein a Castelfranco è qualcosa di molto triste: il livello a cui siamo arrivati.
Parla di noi.
Parla di come siamo diventati.
Di come ci comportiamo quando abbiamo davanti qualcuno che non ci piace, che non votiamo, che non rappresenta le nostre idee.
Basta aprire Facebook.
Una foto.
Un nome.
Un partito.
E sotto: insulti, battute, prese in giro, cattiveria gratuita.
Non critiche politiche.
Non opinioni sui programmi.
Non domande sui temi della città.
Solo offese.
E la cosa più grave è che tutto questo non è rimasto solo sui social.
Io ero presente per lavoro durante il discorso di Elly Schlein a Castelfranco.
E da lontano ho visto persone arrivate più per curiosità che per ascoltare.
Persone che facevano battute sulla sua persona, sul suo aspetto, su cose che non c’entrano nulla con la politica.
Non ragazzini.
Non profili anonimi nascosti dietro una tastiera.
Nonni.
Mamme.
Padri di famiglia.
Persone adulte.
Ed è questo che dovrebbe farci riflettere.
Perché non è obbligatorio votare Elly Schlein.
Non è obbligatorio essere di sinistra.
Non è obbligatorio essere d’accordo con nessuno.
Si può contestare.
Si può criticare.
Si può dire: “Non condivido una parola di quello che dice”.
Ma quando il confronto diventa insulto, quando si colpisce la persona invece delle idee, quando si ride dell’aspetto fisico invece di parlare di programmi, allora il problema non è più la politica.
Il problema siamo noi.
Noi castellani.
Noi cittadini di Castelfranco Veneto.
Noi che diciamo di volere una città migliore, ma poi spesso alimentiamo il clima peggiore.
Perché ormai sembra tutto una curva da stadio.
Destra contro sinistra.
Civici contro partiti.
Simpatizzanti contro simpatizzanti.
Si applaude o si fischia in base alla maglia.
Non si ascolta più nulla.
Non si entra nel merito.
Non si parla di viabilità, commercio, sicurezza, giovani, anziani, famiglie, servizi, centro storico, quartieri.
No.
Si va direttamente all’offesa.
E poi ci chiediamo perché Castelfranco sia messa così.
Forse anche per questo.
Perché se il livello del confronto è questo, non possiamo stupirci se poi la città resta ferma.
Se nessuno ascolta davvero.
Se nessuno costruisce davvero.
Se tutto diventa solo rabbia, tifo e rancore.
La politica locale dovrebbe riguardare la vita di tutti noi.
Le strade che percorriamo.
Le scuole dei nostri figli.
I negozi che chiudono.
I servizi che mancano.
I problemi che viviamo ogni giorno.
E invece finiamo a commentare il volto, il corpo, il modo di parlare o di vestirsi di una persona.
Questa non è libertà di pensiero.
È povertà di pensiero.
Non serve essere d’accordo con qualcuno per rispettarlo.
Non serve votarlo per riconoscere che davanti abbiamo una persona.
Non un bersaglio.
Non una caricatura.
Non un nemico.
Castelfranco merita cittadini più lucidi.
Più maturi.
Più capaci di discutere senza scadere nel fango.
Perché finite le elezioni, finiti i comizi, finiti i post su Facebook, noi restiamo tutti qui.
Nelle stesse piazze.
Negli stessi bar.
Nelle stesse scuole.
Negli stessi quartieri.
E forse prima di chiederci chi governerà Castelfranco, dovremmo chiederci che cittadini stiamo diventando.