26/11/2021
Ieri sera sono stata a vedere questo film, un film emozionante che fa vedere la realtà che può vivere una persona che convive con la demenza. E anche nel film si intuisce, in maniera dirompente, quanto sia fondamentale educare i familiari alla nuova realtà e quanto sia fondamentale formare le persone che si prendono cura. Formazione ed una empatia innata, questi gli aspetti più importanti per chi, come me, si prende cura delle persone che convivono con la demenza. Con l'obiettivo principale di aiutare a vivere con dignità nonostante la diagnosi💙
Boffelli Stefano firma questa recensione del Film
The Father. Nulla è come sembra.
Così l’inizio: il padre Anthony seduto in poltrona, la musica classica nelle cuffie, e il silenzio assordante della casa vuota. La luce che apre visioni su un mondo (l’appartamento, the flat) creato durante la vita: pareti anni ‘70 verdoline, pianoforte, quadri, mobili, ricordi, tutto quanto può raccontarti di una vita vissuta, piena, di soddisfazione. Ma si percepisce anche l’odore delle cose non toccate da anni, la staticità di un dive**re che un giorno si è cristallizzato, le cose mai più spostate.
Il padre vive sereno ed autosufficiente, almeno questo è quello che dice alla figlia Ann, quando accenna a suonare il pianoforte fermo da tempo, per dissimulare la sua paura e l’insight di una malattia cognitiva che sta iniziando a dare i primi segni. Vive, il padre, la musica classica, fuga dalla realtà del tempo attuale e ritorno al passato felice, sicuro, senza tempo come la teiera e i quadri alle pareti, segni davvero di una felicità vissuta e non solo comprata.
Padre e figlia nello stesso appartamento: i gesti ripetuti, dall’infinito passato all’infinito presente, con la porta della camera che si apre, il percorso nel corridoio, l’apertura delle tende per fare entrare la luce del sole, la preparazione della cena (cooking chicken in the kitchen, una parafrasi di tigre contro tigre..). Gesti quotidiani da anni, che si perdono nella ripetizione della memoria procedurale, senza tempo. Si regge finchè si può.
Poi il protagonista evolve. Dal delirio di latrocinio (l’orologio continua a sparire), al mancato riconoscimento delle persone: la figlia, il suo compagno. Where is Ann? Chiede il padre guardando la figlia. I’m here, risponde Ann, che sprofonda nella tristezza.
Lentamente, dal mild cognitive impairment al CDR 1-2-3, seguendo la procedura in un apparente presente, mentre cambiano le scene e l’appartamento, la disposizione dei mobili ed i mobili stessi, le facce delle persone. Il padre rivela sofferenza e sorpresa, tristezza e paura. Anthony si attacca a quello che può (never out of my flat!). La malattia evolve e arriva l’assistente privata, e con lei i processi di adeguamento familiare, da ambo le parti.
La scala funzionale senza Barthel index: Anthony passa dal vestito alla vestaglia da camera, al maglione, al pigiama. La scala comportamentale senza GDS e UCLA NPI stress: si passa dall’apatia all’euforia del padre, dalla serenità all’imbarazzo della figlia (ed al sogno di strozzare il padre). Tutti i colori dell’arcobaleno dell’adattamento alla nuova malattia, che è una malattia della famiglia.
Le cose cadono per terra, come le tazze che si rompono, come le fragili relazioni familiari. Le cose cambiano, le persone si adattano? La routine è cambiata, la figlia passa al ruolo di madre. Amorevole, dolce, carezzevole. Utile e compassionevole.
Tutta la naturale evoluzione dell’assistenza, dalla casa al dottore alla badante ai servizi sociali, infine al pianto con l’infermiera della RSA, che consola Anthony piangente e disperato, in cerca della propria madre. La musica arriva consolatrice, quella operistica, solo dopo. A ricordare quello che era prima, a sottolineare la tragedia della demenza.
Si possono fare solo brevi annotazioni, perché il film è da vedere ed è superbo, necessario a chi è del mestiere, ma soprattutto fondamentale per il resto del mondo. Uno specchio reale e fedele della dura sofferenza del malato, incompreso ma anche umiliato da se stesso e dal rapporto fallimentare con gli altri.
Serve, per capire la sofferenza del familiare nel realizzare il cambiamento iniziale e tutti quelli che seguono, e la necessità di adattare se stesso e la proprio vita. Deglutire il boccone amaro, come fa mentalmente (ma anche fisicamente, nel film) la figlia.
Anthony Hopkins ha vissuto un anno in un Nucleo Alzheimer, oppure (e forse, solo) è un genio. Sguardi, gesti, posizioni del corpo, tono della voce, cambiamenti repentini dell’espressione del volto.
Il film ci regala una visione reale e diretta di una demenza che inizia ed evolve nello stesso luogo (my flat!) con rare puntate all’esterno (le visite mediche, all’assistente sociale, e il finale verso la RSA). Una visione che non ti aspetti, scevra da tristitismi sociali, cruda, senza musichette stucchevoli e col tono in la minore, che inducono malinconia musicale.
La narrazione, vissuta più come un thriller che una fiction, si svolge a Londra, ma la sua collocazione è universale: the flat, l’appartamento, è uguale a Londra come a Parigi, in Italia come negli Stati Uniti. The flat è il luogo della famiglia, e delle vite che vi vengono vissute.
Nel film, luci e frasi. Luci, con momenti di fermo immagine che richiamano i quadri di Edward Hopper, fasci di sole che tagliano e abbagliano la vista, e dipingono senza pietà la situazione reale. E frasi. Prima i lunghi silenzi, poi le parole: ripetute all’infinito, nel tentativo di fissare punti fermi (My clock, my clock, my clock, my time…). E ancora, nella transitoria illuminazione della riconoscenza (Ann, thank you for everything) o nella disperazione della fragilità sopravvenuta (Who am I? Anthony?).
Il film dà una bella lucidata ai nostri neuroni a specchio. Ci ricorda chi siamo, operatori sanitari con la necessità di muoversi coi piedi leggeri nel rapporto col malato e il caregiver (tutti, mica solo i dottori, interagiamo col malato). Un bel ripasso di professionalità e gentilezza, per quando, alla dodicesima visita in ambulatorio, tendiamo ad astrarci dal contesto e vediamo solo il risultato del MMSE, invece di guardare ed ascoltare chi ci sta davanti. Musica (quando serve) di Ludovico Einaudi, genio per genio.
Da vedere ed ascoltare rigorosamente in lingua madre (la voce di Ann ed Anthony fanno ve**re i brividi), il film vale un intero corso di neurologia sul decadimento cognitivo.
E si impara come in 1000 visite all’ambulatorio CDCD. Se il mondo intero lo guardasse, isolamento sociale e sofferenza verrebbero compresi, e spazzati via nel new deal.