25/07/2026
I fatti di ieri sono a mio avviso un brutto precedente per il nostro Consiglio comunale. Sulla questione dell’ex Pedretti ognuno può legittimamente pensarla come vuole (noi abbiamo portato una soluzione, altri non erano d’accordo: fin qui è la democrazia) ma il problema è che ieri si è verificato un precedente, secondo me assai pericoloso, su come funziona la democrazia rappresentativa.
Sgombriamo subito il campo da equivoci: il progetto che ieri abbiamo portato in Consiglio comunale era, fino a pochi minuti prima dell’eventuale approvazione in aula, perfettamente compatibile con le norme. Nuovi vincoli sono stati apposti dalla Soprintendenza, (sulla base di segnalazioni che la Soprintendenza stessa nella sua stessa comunicazione di ieri ci ha detto aver ricevuto nelle settimane e nei mesi precedenti), durante la stessa seduta del Consiglio Comunale, praticamente in diretta, con una lettera inviata via Pec. Non entro nel merito di quello che la Soprintendenza ci ha comunicato, ci saranno le sedi istituzionali e quelle pubbliche per esprimersi sui temi. Ritengo incredibile il metodo.
Al di là delle legittime opinioni di ognuno, non capire che queste modalità equivalgono a rendere fragile il ramo su cui si poggia la democrazia rappresentativa tutta è ad oggi uno dei principali problemi della politica locale e non solo locale. Come già detto, ci sono discorsi che vanno oltre il merito: se le regole possono cambiare addirittura a partita in corso, mentre si svolgono le assemblee che sono democraticamente elette e deputate a prendere decisioni, chi d’ora in avanti investirà capitale politico, umano e amministrativo in operazione di cambiamento complessa e a volte dolorose, se tutto questo può essere stravolto non prima della partita, ma durante?
E parimenti: si può essere o meno in linea con i progetti di questo o di quel privato, di questa o di quella impresa. Ma non chiediamoci, se possono cambiare le regole in corsa, come mai in Italia sia difficile fare impresa e a cascata produrre crescita, aumenti salariali e più in definitiva, smuovere la paralisi che da decenni affligge il Paese.
Noi a questo non ci rassegniamo. Non è un giudizio di merito sulle idee altrui, che meritano rispetto. È un giudizio di merito sulla palude burocratica che affligge questo paese, una delle motivazioni per cui l’Italia è stabilmente tra i lumicini di coda in termini di crescita e opportunità tra i paesi europei.
Se governare vuole dire produrre cambiamenti e adeguare la città alle necessità e ai bisogni che questi tempi richiedono, andremo avanti con maggior forza e convincimento sugli obiettivi che ci siamo dati. Chi in Italia non si rassegna alla palude, alla paralisi, ai buchi ventennali, non ha vita facile. Ma lo sapevamo. E non ci spaventiamo.