01/06/2026
MARMO E FILIERA CORTA, COMUNICATO CONGIUNTO DI SINISTRA ANTICAPITALISTA E LA COMUNE
Questa mattina Vittorio Briganti ne ha illustrato i contenuti in una conferenza stampa tenuta nel suo studio.
Le dichiarazioni della destra esultante per il fatto che lorsignori non sarebbero tenuti a lavorare il marmo in loco potendone invece disporre a loro esclusivo ed egoistico interesse, la dice lunga sulla natura di queste forze e di questi personaggi che dimostrano di essere, anche a livello locale, solo appendici servili dei padroni.
Tuttavia, se viene da dire, a questo proposito, che “l’elefante è nella stanza”, il palesamento della fragilità su cui è fondata l’intera normativa regionale in materia di cave di marmo ci fa dire che “il re è nudo”.
Sotto il profilo giuridico lo hanno dimostrato le sentenze sui beni estimati e sulla filiera mentre l’assoluto disprezzo degli industriali per quanto concordato in sede di concertazione lo ha sancito sotto il profilo politico. Non era difficile immaginare, in linea con un comportamento costante dal dopoguerra, che dopo accordi giuridicamente traballanti firmati dall’associazione industriali, alcuni importanti esponenti della stessa avrebbero fatto ricorso alla magistratura per vanificarli immediatamente.
Non solo, mentre il comune di Carrara, con provvedimenti ancora una volta claudicanti, proroga lo status quo nelle cave per venticinque anni, alcuni di questi signori, nell’interesse dell’intera categoria, mettono in discussione addirittura la piena proprietà comunale contestando nella sostanza, in sede giurisdizionale, lo strumento concessorio e rivendicando la natura enfiteutica del loro possesso per aprire così la strada alla privatizzazione degli agri marmiferi comunali.
Potremmo aggiungere che da oltre dieci anni abbiamo consigliato al “re” di turno di seguire altre strade e che in questo periodo, più volte, siamo stati facili profeti al punto da domandarci fino a che punto i governanti regionali e gli amministratori locali siano prigionieri di una cieca ideologia dell’accordo con i padroni a tutti i costi oppure se esista una vera e propria collusione, perché se sbagliare è umano perseverare nell’errore è diabolico.
Una cosa è certa, tutto il castello di carta costituito dal CAPO VI “Disposizioni relative al distretto apuo-versiliese” della legge regionale 35/2015 sta franando su sé stesso principalmente per cause extragiudiziali, cioè per il venir meno dei suoi presupposti politici; che si tratti solo di violazione dei patti da parte degli industriali oppure di “intelligenza con il nemico” da parte di qualcuno nel campo politico istituzionale resta una domanda tutt’altro che retorica.
Ora si farà di tutto, con la scusa di limitare il danno, per svuotare ancor più di contenuti il già debole ed effimero concetto di filiera partorito fin qui da una confusa concertazione e intanto l’offensiva estrattivista che mira alla proprietà delle cave e al massimo e indiscriminato sfruttamento dei giacimenti, proseguirà sfruttando proprio la fragilità di una normativa frutto, più che della lungimiranza del legislatore, del tatticismo del politicante.
Pure, lo ripetiamo ancora una volta, non è che l’ordinamento giuridico esistente non consenta di trovare soluzioni migliori, sia per i problemi di natura sociale e ambientale che per quelli che riguardano gli assetti proprietari dei giacimenti.
1) La classificazione dell’estrazione del marmo (non del carbonato di calcio), da parte della regione Toscana, nella categoria delle miniere annullerebbe le pretese proprietarie degli imprenditori e rafforzerebbe al massimo consentito dalle leggi le posizioni di comuni e regione. Sarebbe così risolta anche la questione plurisecolare dei beni estimati.
2) La ricostruzione della filiera del marmo non può essere lasciata alle dinamiche perverse del mercato. Non si può permettere che i padroni facciano il bello e il cattivo tempo. E’ necessario che il pubblico, i cittadini e i lavoratori siano protagonisti, attraverso un percorso partecipativo, della programmazione economica e anche della gestione, almeno riguardo ai beni di proprietà pubblica o di dominio collettivo. La gestione diretta di una parte della produzione da parte pubblica consentirebbe di finanziare gli investimenti necessari al sostegno di attività economiche ecosostenibili e alla costruzione di una nuova filiera del marmo, anche attraverso la disponibilità di materia prima oggi oggetto di accaparramento monopolistico; insomma a finanziare la transizione verso un modello economico meno iniquo socialmente, meno distruttivo e meno inquinante.
3) Parlare di filiera del marmo lasciando che a determinare i ritmi e i quantitativi dei materiali estraibili sia la domanda del mercato mondiale di blocchi e lastre, di carbonato di calcio e di inerti significa soltanto sostenere il modello estrattivista. Sono necessari una forte riduzione dei quantitativi previsti dal piano regionale cave, la progressiva chiusura delle cave nelle aree “contigue” del parco, un effetto calmiere dei prezzi a livello locale fatto da un soggetto pubblico economico a favore della filiera locale.
Su una parte di queste proposte esiste una significativa convergenza nel movimento ambientalista, altre sappiamo essere di maggior interesse a livello sindacale. E’ fondamentale che si apra un confronto tra questi due ambiti respingendo la contraddizione tra ambiente e lavoro. E’ improbabile se non impossibile che, senza una forte spinta dal basso, il livello politico istituzionale riesca ad effettuare la svolta radicale necessaria. Questa spinta non arriverà mai se non si comincia a costruire, anche parzialmente e progressivamente, una visione comune della transizione e di un modello alternativo alla monocultura estrattivista. Le compagne e i compagni di Sinistra Anticapitalista sono impegnati, negli ambiti in cui sono presenti, ad operare con questa impostazione e questa prospettiva. Una svolta radicale è oggi ancor più necessaria proprio perché in questa fase si può anche perdere tutto, lavoro e ambiente, ma anche guadagnare molto. Questa è la posta in gioco, gli industriali dell’estrattivismo lo sanno mentre la politica istituzionale lo ignora o finge di ignorarlo. Partiamo dal basso …..