Pcl puglia sezione di Carmiano

Pcl puglia sezione di Carmiano Via Madonna di Magliano, 73041 Carmiano Lecce

15/05/2020

cari amici e compagni, faccio con voi il punto della situazione alla luce del nuovo piano di cinquanta miliardi varato dal governo. Vi fornisco alcuni dati che servono a chiarire che cosa bisogna intendere per "aiuti alle imprese" e "aiuti ai lavoratori". Molti di voi sentono di appartenere alla categoria degli imprenditori. Ebbene, circa 4,4 milioni di imprese nel nostro territorio (la maggior parte) non supera i quattro addetti; parliamo quindi delle piccole attività, che rientrano per il governo nella categoria "famiglia". Queste piccole imprese possedevano nel totale un capitale di 3,7 trilioni di euro, pari al 20% della ricchezza totale nazionale. Di contro, il 20% più ricco del paese (parliamo quindi delle grandi aziende), deteneva un patrimonio netto di sei trilioni di euro: DUE TERZI DEL TOTALE (dati 2017). Alla luce di questi dati, la nuova manovra finanziari prevede per le grandi aziende la sospensione dell'IRAP( con cui si finanzia la sanità pubblica, vi ricordo). Sei miliardi a fondo perduto alle imprese sotto i 250 dipendenti; inoltre , una detrazione del 30% per gli aumenti di capitale dai 5 ai 50 milioni; sempre per le grandi imprese sopra la soglia dei 250 milioni di fatturato la Cassa depositi e prestiti, ha cumulato un valore patrimoniale di 50 miliardi (con la somma delle manovre finanziarie precedenti) e si appresta a ricapitalizzare con denaro pubblico le grandi aziende attraverso l'acquisto di pacchetti azionari, ma restando fuori dal consiglio di amministrazione. Mentre, per quanto riguarda il reddito di emergenza e gli aiuti alle "famiglie" (vi ricordo che per lo stato le piccole attività commerciali rientrano come aiuti alle "famiglie") il totale messo in campo dal governo è di poco superiore al miliardo di euro, cioè: le briciole. Ovviamente, bisogna tenere conto che buona parte delle grandi aziende non ha avuto un calo di fatturato, penso ad esempio al settore alimentare, e alla speculazione finanziaria in cui molte aziende hanno investito profumatamente in questo periodo, facendo così ricorso ad aiuti di Stato senza averne reale bisogno. Per cui, se è vero che "andrà tutto bene", non è vero che andrà tutto bene per tutti. Gli interessi del capitale hanno trovato nel governo la sponda giusta per la tenuta dei loro profitti, sul mondo del lavoro invece, si hanno e si avranno le ripercussioni in negativo della crisi. Permettetemi di dire, non siamo tutti sulla stessa barca, cari amici e compagni. Grazie.

06/10/2018

"Per Feuerbach l'uomo aliena nella divinità la propria essenza infinita.. La religione viene perciò spiegata riducendola alla sua base terrena, all'uomo. Non Dio crea l'uomo, ma l'uomo crea Dio.. Per Marx l'alienazione religiosa può essere spiegata solo se si comprendono le contraddizioni che sono proprie della società umana. In quanto l'alienazione si produce nella società umana essa si esprime nell'alienazione religiosa. Perciò l'alienazione religiosa non è che il prodotto dell'uomo che vive nella società, dominata dalla proprietà privata. Per Feuerbach l'alienazione dell'uomo nella religione si supera nella comprensione teorica di questa alienazione; per Marx si supera con la pratica rivoluzione che, eliminando nella società la proprietà privata, elimina insieme la ragione di ogni alienazione e quindi anche di quella religiosa".
Engels (nota, alla terza tesi su Feuerbach).

Viva la rivoluzione sociale!Viva l'internazionale!
01/05/2018

Viva la rivoluzione sociale!
Viva l'internazionale!

https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5885
18/04/2018

https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5885

Nei prossimi giorni è probabile un attacco militare in Siria da parte dell'imperialismo USA, dell'imperialismo francese, dell'imperialismo inglese, con l'appoggio attivo dello Stato d'Israele e dell'Arabia Saudita. La motivazione...

RINGRAZIAMENTOVogliamo ringraziare amiche e amici, compagne e compagni, che, con la loro firma, hanno dato il loro appog...
30/01/2018

RINGRAZIAMENTO

Vogliamo ringraziare amiche e amici, compagne e compagni, che, con la loro firma, hanno dato il loro appoggio al nostro diritto democrático a presentarci.
Non avevamo la pretesa dei grandi numeri, ma, nel nostro piccolo, il vostro sostegno ci conforta, per continuare a portare avanti insieme le battaglie future, che ci aspettano contro un sistema capitalista in putrefazione, per il lavoro, per la salute e l´ambiente, per i diritti delle donne, contro il razzismo delle destre xenofobe e neo naziste, per portare avanti istanze di socializzazione e solidarietá, per una societá a misura della umanitá, alternativa alla lógica del sistema che ci domina, una alternativa di classe, per una rottura rivoluzionaria anticapitalista, senza illusioni riformiste interne al capitale per un GOVERNO DEI LAVORATORI, basato sulla forza e la autoorganizzazione del movimiento dei lavoratori e degli sfruttati,.
Il vostro sostegno per noi costituisce motivo di soddisfazione e orgoglio di poter contare su una base , anche se piccola, di contatti e di amabili supporters.

Anche per quesgto vi invitiamo a restare in contatto e a formare insieme un COORDINAMENTO PUGLIESE per una SINISTRA RIVOLUZIONARIA.
Grazie di cuore a tutte e a tutti.
A nome del
Comitato Elettorale Pugliese di ‘’X1SR’’
Freamcesco Semerari
Taranto, 28.01.2018

COMUNICATO A malincuore la lista ‘’Per una SINISTRA RIVOLUZIONARIA’’ Non potrà essere presente in PUGLIA  alle elezioni ...
30/01/2018

COMUNICATO



A malincuore la lista ‘’Per una SINISTRA RIVOLUZIONARIA’’

Non potrà essere presente in PUGLIA alle elezioni politiche del 4 marzo 2018.



1. Da una parte abbiamo avuto il pesante inconveniente di una legge eletttorale iniqua, che accettava la lista, solo a condizione che la lista fosse stata presentata in almeno 3 collegi plurinominali su 4, per un totale 1200 firme.

2. Abbiamo attivato la raccolta firme sui collegi : Puglia1, Puglia2, Puglia3, non avendo contatti in Puglia4 (Foggia)

3. La nostra debolezza nel collegio Bari-Bitonto-Altamura, ha limitato notevolmente la racccolta nel collegio Puglia1.



4. Molto meglio è andata nel collegio Puglia2 (dove abbiamo raccolto firme a Lecce, Maruggio, Manduria, Mesagne, Erchie)

E nel collegio Puglia3 (dove abbiamo raccolto firme a Taranto, San Marzano,Cisternino-ostuni).

5. Riconosciamo le nostre debolezze, che ci proponiamo di superiare.

Ma, Anche se non saremo presenti in Puglia, la lista ‘’Per una SINISTRA RIVOLUZIONARIA’’ sarà presente nella scheda elettorale nel resto del paese.

Il lavoro fatto non va perduto.

Il terreno elettorale non è il nostro terreno privilegiato, il nostro terreno di costruzione sono le lote di tutti i gioni dei lavoratori e degli oppressi, contro i disatri sociali e ambientali di questa società.

Ieri a Roma presso il Centro congressi di Via Cavour si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della lista “Per ...
08/12/2017

Ieri a Roma presso il Centro congressi di Via Cavour si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, un cartello unitario del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Classe Rivoluzione. Il simbolo della lista reca la scritta indicata e i simboli delle due organizzazioni politiche promotrici.
Abbiamo sottolineato l'unicità della nostra lista nel panorama della sinistra italiana.
L'unica lista che assume a proprio riferimento la classe dei lavoratori, non “il popolo" o i “cittadini”, in contrapposizione alla classe dei capitalisti.
L'unica lista che collega le lotte di opposizione e resistenza sociale ad una prospettiva apertamente rivoluzionaria: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e organizzazione, che riorganizzi la società su basi socialiste. È questo il governo che incarna l'unico vero possibile potere del popolo. Contro quella illusione di “sovranità popolare” sancita dalle costituzioni borghesi che maschera solamente la sovranità dei capitalisti.
Infine, l'unica lista che non si è compromessa con le politiche dominanti. A differenza di MDP, il cui gruppo dirigente ha votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, contro i lavoratori e gli sfruttati, incluso il Jobs Act. A differenza del Partito della Rifondazione Comunista, che una volta scaricato da MDP decide di imboscarsi nella lista di Je so' pazzo, ma che ha governato per cinque anni negli ultimi venti (i due governi Prodi), votando Pacchetto Treu, detassazione dei profitti, missioni di guerra.
La nostra è l'unica sinistra che non c'è: una sinistra rivoluzionaria sempre e comunque dalla parte dei lavoratori e di tutti gli oppressi.

Partito Comunista dei Lavoratori

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9 Dicembre 2017 - AREZZO
Presentazione del libro "CEN

Ieri a Roma presso il Centro congressi di Via Cavour si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, un cartello unitario del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra...

http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5704
22/10/2017

http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5704

Le misure annunciate dal governo Rajoy contro la Catalogna sono inaudite. Dopo aver scagliato la Guardia Civil contro persone inermi in coda per votare nel referendum del primo Ottobre, dopo aver arrestato i massimi esponenti del movimento...

22/04/2017
L'intera situazione politica è segnata dall'onda lunga del 4 dicembre. Scissione del PD, indebolimento del renzismo, sta...
19/04/2017

L'intera situazione politica è segnata dall'onda lunga del 4 dicembre.
Scissione del PD, indebolimento del renzismo, stabilizzazione relativa del governo Gentiloni, lavori di ricomposizione a sinistra e nel centrodestra, rilancio del M5S, stanno tutti per ragioni dirette o indirette, e in relazione intrecciata, all'interno di questa cornice d'insieme. Da cui non emerge alcuna prospettiva di soluzione politica stabile per la prossima legislatura.

INDEBOLIMENTO DI RENZI, STABILIZZAZIONE RELATIVA DI GENTILONI

Renzi concepiva il nuovo esecutivo Gentiloni come una propria protesi mascherata, con l'idea di liquidarlo in tempi brevi nella prospettiva di elezioni politiche anticipate. Ma lo stesso indebolimento del renzismo che ha partorito il nuovo governo ostacola la sua liquidazione.

L'indebolimento del renzismo si esprime in forme diverse.
Innanzitutto all'interno del PD.
Renzi vincerà naturalmente le primarie. E rilancerà la propria offensiva, sempre alla ricerca di un plebiscito. Ma il combinato del 4 dicembre e della scissione di MDP ha scosso gli equilibri interni. La candidatura di Orlando è emblematica. Rivela una frattura della vecchia maggioranza renziana, e lo smarcamento dal renzismo di un pezzo importante di apparato che ormai diffida del corso bonapartista-populista del capo e cerca la ricomposizione di un'alleanza di governo di centrosinistra. Il fatto che una parte importante del vecchio apparato DS (incluso Napolitano) e del mondo prodiano (incluso Prodi) sostenga Orlando ha un significato politico che va al di là degli esiti delle primarie. Riflette una ricollocazione politica di settori decisivi dell'establishment in fuga dal renzismo. Il fatto che Orlando sia ministro di Gentiloni aggiunge alla sua candidatura un significato ulteriore. La galassia franceschiniana del PD, che pur sostiene formalmente Renzi, approfitta del suo indebolimento per accrescere il proprio peso negoziale interno.

In secondo luogo nel rapporto col grande capitale.
Il grande capitale, interno ed europeo, non asseconda la tentazione renziana di elezioni politiche anticipate.
La Confindustria, che aveva investito sul referendum istituzionale con una proiezione politica inedita, ha subìto il 4 dicembre come propria sconfitta. Più in generale la vecchia linea dell'investimento politico nel renzismo, nella stagione del suo attacco frontale e vincente al movimento operaio (Jobs Act), è oggi disarmata dall'indebolimento di Renzi e dalla sua ritirata forzata (vedi vicenda voucher). La crisi interna a Confindustria - riflesso più generale della disarticolazione degli assetti capitalistici - è anche una risultante della sua crisi di linea.
Il potere bancario, a sua volta, è segnato dalla crisi irrisolta dei crediti deteriorati e da processi di profonda ristrutturazione o ricapitalizzazione (MPS, banche venete, Unicredit), che da un lato rafforzano la sua dipendenza dal quadro politico di governo e dalle sue relazioni negoziali in sede UE su tutti i terreni cruciali (assicurazione sui depositi, criteri della vigilanza, tetti consentiti di titoli di Stato nel patrimonio bancario...); dall'altro, proprio per questo, espongono le banche più di ieri a ogni rischio di crisi politica. Il fatto che Gentiloni abbia messo 20 miliardi a garanzia delle banche, mentre i gruppi parlamentari a trazione renziana del PD hanno votato con M5S e Lega per una commissione d'inchiesta parlamentare sulle banche (in una logica di pura concorrenza populistico elettorale) dà la misura delle contraddizioni del quadro politico rispetto alle ragioni di sistema del capitale finanziario.

In questo quadro l'idea renziana di liquidare Gentiloni alla vigilia della futura legge di stabilità, per scaricarne gli oneri impopolari sul governo successivo, è apertamente osteggiata dalla borghesia italiana e dalla grande stampa. Elezioni a settembre (in coincidenza con quelle tedesche) obbligherebbero a fare un nuovo governo in tempi rapidissimi per il varo della legge di bilancio proprio nel contesto in cui tutte le previsioni attendibili annunciano una probabile crisi di governabilità nel prossimo Parlamento. Il rischio di un intreccio esplosivo di crisi economica e istituzionale si farebbe altissimo. La borghesia non vuole porre a rischio i propri interessi generali per subordinarli al gioco di poker di un avventuriero dalle incerte fortune.

Il governo Gentiloni, per quanto precario, è il paradossale beneficiario passivo di questo scenario d'insieme. Beneficia dei suoi elementi politici: l'indebolimento di Renzi; il sostegno obbligato di MDP, che vorrebbe smarcarsi dal governo ma non può provocare la sua crisi; l'interesse di FI a guadagnare tempo anche in attesa di una sentenza di riabilitazione per Berlusconi. Ma beneficia anche del sostegno di una borghesia che si aggrappa all'attuale esecutivo come unico ancoraggio di stabilità, per quanto di breve durata, di fronte alle incognite del futuro.

LE CONTRADDIZIONI TRA GOVERNO E RENZISMO E LA MANOVRA ECONOMICA SUL 2018

Per questa stessa ragione, l'allungarsi dei tempi di durata del governo si combina con contraddizioni crescenti tra esecutivo e renziani.
La manovra economica di aggiustamento dei conti del 2017 e soprattutto la definizione del DEF e della prossima legge di stabilità ne sono la cartina di tornasole.
Dentro la cornice del fiscal compact, e dopo l'esaurimento dei famosi margini di flessibilità negoziale concessi al governo Renzi, la prossima legge di stabilità per il 2018 è zavorrata al piede di partenza dalla necessità di trovare 19,5 miliardi per la sola sterilizzazione degli aumenti dell'Iva. Cui si aggiunge l'”obbligo” di una riduzione del deficit dall'attuale 2,2% all'1,2%, e l'esigenza di invertire la dinamica del debito pubblico (salito a 2250 miliardi, il 133,1% del PIL).

I ministri economici chiave del governo (Padoan e Calenda) puntano a un'intesa in sede europea. Sanno che i margini negoziali sono molto ridotti, tanto più alla vigilia delle elezioni tedesche. Ma soprattutto sanno di non potersi permettere procedure d'infrazione. Con una crisi bancaria in pieno corso, e con la prospettiva dell'esaurimento del quantitative easing della BCE (decisivo in questi anni per la tenuta delle banche italiane e per la riduzione drastica degli interessi sul debito), una rottura in sede UE, o anche solo un braccio di ferro prolungato ed estenuante con la Commissione europea, potrebbero trascinare con sé effetti economici pesanti sui titoli di Stato (e dunque sulle banche che li detengono). Da qui il tentativo di trovare una via d'uscita in un mix di operazioni congiunte: rilancio delle privatizzazioni, incluse Ferrovie e Poste (con l'obiettivo di cassa di 8 miliardi), tagli di spesa orizzontali su ogni ministero (riduzione del 3%), estensione alle società partecipate dal Tesoro del meccanismo dello split payment (lo Stato trattiene l'Iva ai fornitori). Inoltre, per garantirsi un margine di manovra più certo, Padoan e Calenda vorrebbero tenersi aperta la possibilità di un aumento parziale dell'Iva, fortemente consigliato peraltro dalla Commissione europea (il famoso trasferimento del prelievo fiscale “dalle persone alle cose”), e oggi sostenuto da Confindustria contro Confcommercio.

Ma questa impostazione generale c***a significativamente con le ambizioni elettorali del renzismo. Renzi già ha posto un veto sull'aumento delle accise per la benzina in ordine alla manovrina di aggiustamento di primavera. A maggior ragione osteggia frontalmente l'aumento dell'Iva e chiede una nuova operazione di decontribuzione a vantaggio delle imprese sui nuovi assunti. La campagna d'immagine sulla cosiddetta diminuzione delle tasse, rivolta al blocco popolare piccolo borghese, non può essere compromessa dalla cosiddetta subordinazione a Bruxelles. Al contrario: il rilancio da parte di Renzi di una impostazione di sfida verso la UE e “le sue regole”, «anche a costo di subire una procedura d'infrazione», si configura come marchio della sua reinvestitura, e come terreno di concorrenza aperta con M5S e Lega.

Il punto di equilibrio all'interno del governo tra le pressioni opposte della Commissione europea e del renzismo non sarà semplice. Renzi userà la vittoria annunciata alle primarie per accrescere le pressioni sul governo, sino a minacciare nuovamente elezioni a settembre. Gentiloni prova a smussare preventivamente la pressione di Renzi, garantendogli una volontà negoziale e non remissiva verso la UE. Ma la mediazione letteraria è più facile di quella sui conti. E ancora una volta la grande stampa borghese milita con Gentiloni, non con Renzi.

LE INCOGNITE DI PROSPETTIVA GENERALE

Ma la preoccupazione centrale della borghesia italiana non riguarda le sorti di Gentiloni, che pure sostiene. Riguarda le prospettive più generali dello scenario italiano.
La sconfitta del referendum istituzionale del 4 dicembre ha non solo colpito il progetto del bonapartismo renziano, ma ha aggravato tutte le incognite di prospettiva in termini di governabilità.

Il bipolarismo dell'alternanza, già da tempo in crisi, è stato sepolto dal 4 dicembre. Il disegno di un populismo di governo (il renzismo) in grado di contenere il populismo di opposizione (M5S) e di sfondare nell'elettorato del centrodestra è definitivamente fallito. Il tripolarismo attuale configura uno scenario per molti aspetto opposto. Parallelamente, la spinta proporzionalista del 4 dicembre favorendo una nuova frammentazione politica (MDP sul versante del centrosinistra, Energie per l'Italia di Parisi al centro, il nuovo polo sovranista di Storace e Alemanno sul versante del centrodestra) introduce un fattore di ulteriore complicazione e disarticolazione interna ai poli tradizionali.

La paralisi della legge elettorale è un riflesso di questo scenario generale.

Nessuno dei tre poli è oggi in grado realisticamente di ambire alla soglia del 40% che consenta di incassare il premio di maggioranza alla Camera, secondo la legge elettorale scaturita dalla Consulta. Al tempo stesso, una rappresentanza proporzionale dei soggetti politici esistenti non configura alcuna maggioranza politica nel prossimo Parlamento. Neppure nella forma di una maggioranza PD-Forza Italia. Da qui l'invocazione di una nuova legge elettorale di tipo maggioritario che “consenta di governare” da parte di tutte le forze dell'establishment. Ma la stessa crisi politica che sospinge l'invocazione di una nuova legge elettorale ostacola pesantemente il varo della nuova legge.
Il Mattarellum - che peraltro rappresenterebbe una incognita nell'attuale quadro tripolare - è respinto sia da M5S sia da Forza Italia, e non ha i numeri per passare al Senato.
Il premio di maggioranza per le coalizioni invece che per le liste è ovviamente osteggiato dal M5S, ma oggi anche dalla maggioranza renziana del PD: Renzi avrebbe potuto concedere questa soluzione a Pisapia prima della scissione, in una logica di propria egemonia su un centrosinistra a propria immagine e somiglianza; non vuole concederla oggi a MDP, perché non vuole incoraggiare la spinta della scissione; e tutta la sua impostazione sembra riproporre la campagna elettorale per il 40% al PD contro Lega e M5S, per schiacciare lo spazio a sinistra nel nome del voto utile e riprovare a capitalizzare una quota di voto di centrodestra contro M5S. Una impostazione finalizzata a massimizzare il risultato per sé, e per il proprio controllo sul PD, ma che tanto più nelle condizioni date post-scissione non può offrire una soluzione di governo.
Parallelamente incide la disarticolazione interna al centrodestra. Berlusconi si tiene aperte tutte le porte. Un po' per calcolo, un po' per necessità. È sospinto dalla crisi del renzismo a un rilancio della coalizione di centrodestra. E al tempo stesso non sa se potrà ricomporla, dubita che possa vincere, e vuole tenersi libero lo spazio per ipotesi di governo col PD e altre forze di sistema, senza vincolarsi a un patto con la Lega. Anche per questo propone un proporzionale puro con soglia di sbarramento del 5% in entrambe le Camere. Per la stessa ragione è restio a concedere un premio di coalizione al PD, dubitando di poterlo utilizzare lui.
La terza soluzione è la cosiddetta armonizzazione della legge elettorale tra le due Camere, attraverso l'estensione dell'attuale “Consultellum” al Senato (con sbarramento unificato al 3%). Renzi punta a questa soluzione, perché gli permetterebbe sia di rispondere alle condizioni poste da Mattarella sia di salvaguardare una impostazione propagandistica di campagna elettorale maggioritaria (“per il 40%”), e i capilista bloccati, col relativo controllo dei gruppi parlamentari. Il M5S è interessato perché è la soluzione più congeniale per le proprie ambizioni, ma non vuole sottoscrivere per pure ragioni di immagine i capilista bloccati, essenziali per Renzi e Berlusconi. E senza i voti di M5S la soluzione si arena.
In ogni caso, neppure questa soluzione di legge elettorale, rispondente agli interessi del renzismo, configurerebbe una soluzione di governo.
In questo quadro di paralisi la possibilità che si vada al voto con l'attuale Consultellum, con la relativa difformità tra Camera e Senato, non può essere esclusa. Ma configurerebbe non solo il rischio di nessun vincitore, bensì quello (estremo) di due diversi vincitori nelle due Camere, con la crisi verticale di tipo istituzionale che questo scenario inevitabilmente aprirebbe.

LA PARTICOLARITÀ DELLA CRISI ITALIANA IN EUROPA

Lo scenario italiano si colloca nel quadro della crisi politica europea, ma con un tratto particolare.
Tutti i paesi imperialisti europei, a dieci anni dall'esposione della grande crisi capitalistica e dopo l'effetto di una doppia recessione (2008/2009 e 2011/2012), sono stati investiti in forme diverse da processi di polarizzazione politico-elettorale che hanno indebolito le basi d'appoggio dei partiti borghesi tradizionali, e in qualche caso destabilizzato il vecchio pendolo dell'alternanza.
Ma la maggior parte di essi sembrano ancora disporre o di strumenti politici o di meccanismi istituzionali che in qualche modo possano preservare, in varie forme, gli equilibri della governabilità borghese, o quantomeno ostacolare la loro rottura.

La Germania, principale imperialismo europeo, può ancora confidare sulla forza della CDU e della socialdemocrazia, che insieme contengono l'avanzata del nazionalismo populista. L'Olanda ha fermato la corsa di Wilders grazie alla forza del principale partito borghese di governo. La Gran Bretagna, segnata dalla Brexit, può contare sulla forza del Partito Conservatore e su un sistema maggioritario puro. La Spagna, segnata dalla crisi del vecchio bibartitismo e minacciata dalla pressione indipendentista catalana, continua a disporre nonostante tutto della forza centrale del Partito Popolare. La Francia, segnata dalla crisi verticale del Partito Socialista e dall'avanzata del lepen*smo, si affida ai meccanismi istituzionali della Quinta Repubblica e alle ambizioni di Macron per fare argine alla deriva lepen*sta (seppur con un rischio davvero inedito, anche a livello di UE).

L'imperialismo italiano non dispone ad oggi di una prospettiva certa di “governabilità”. Né in termini di una forza di sistema capace di fare baricentro, né in termini di coalizioni di governo sperimentate o dotate di sufficiente consenso, né in termini di leggi elettorali e meccanismi istituzionali "di garanzia". A un anno (o forse meno) dalle elezioni politiche, la politica borghese procede a fari spenti, a fronte di una crisi bancaria immutata e della prospettiva di esaurimento del Quantitative Easing della BCE. Il M5S e le sue ambizioni di governo sono al momento i beneficiari della crisi politica borghese. E una nuova precipitazione della crisi di governabilità in Italia potrebbe avere ricadute pesanti sulla UE, nel momento della sua massima instabilità.

Difendere l'autonomia del movimento operaio dai tre poli reazionari (renzismo, salvinismo, grillismo), rilanciare e unificare l'opposizione sociale di massa attorno a un proprio programma indipendente, costruire la prospettiva di un'alternativa di classe alla crisi politica borghese, è tanto più oggi il compito dell'avanguardia.

Marco Ferrando

CONDI
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La “svolta” della politica estera di Trump è al centro dello scenario mondiale. L'attacco militare in Siria, la minaccia...
18/04/2017

La “svolta” della politica estera di Trump è al centro dello scenario mondiale. L'attacco militare in Siria, la minaccia militare alla Corea del Nord, si pongono in evidente linea di continuità.

Larga parte del commentario borghese tradizionale, ma anche gli ambienti populisti reazionari europei, si erano rappresentati la figura di Trump come quella di un politico principalmente proiettato sul mercato elettorale americano, estraneo ai grandi temi della politica internazionale, orientato alla rottura isolazionista con la tradizionale politica estera dell'imperialismo USA (inclusa la tradizione repubblicana). Le cancellerie degli imperialismi alleati, in primo luogo europei e giapponese, vedevano tutto questo con comprensibile preoccupazione. I diversi ambienti del sovranismo nazionalista come esempio luminoso. Persino alcuni settori politici e culturali (particolarmente sciagurati) del “nazionalismo di sinistra” volevano vedere nel trumpismo un lato positivo nel segno di un supposto disimpegno dal vecchio imperialismo yankee.

I fatti si sono incaricati di dimostrare, nella forma più brutale, l'inconsistenza di queste rappresentazioni ideologiche. Da ogni versante.

I RISVOLTI POLITICI INTERNI DEL NUOVO CORSO. LA RISPOSTA ALLA CRISI DELL'IMPERIALISMO USA

Donald Trump ha sicuramente costituito un candidato outsider, estraneo al vecchio establishment USA. Proprio la sua estraneità al vecchio potere americano ha rappresentato la principale leva della sua vittoria. Ma se Trump poteva in un certo senso vincere “da solo”, certo non poteva e non può governare “da solo” gli Stati Uniti d'America. Può governare solamente trovando un punto di equilibrio con l'insieme dell'apparato statale americano in tutta la sua articolazione e complessità interna (Federal Reserve, Pentagono, corpo diplomatico, servizi segreti, Corte Suprema, Congresso...).

I primi mesi dell'amministrazione Trump dimostrano che il punto di equilibrio non è facile. La fronda del FBI , la diffidenza della banca centrale, l'ostilità di parte rilevante della magistratura hanno rappresentato ostacoli potenti al consolidamento interno del trumpismo. Il suo blocco sociale elettorale ancora regge fondamentalmente, nonostante lo sviluppo di forme diverse di opposizione politica di massa. Ma la sconfitta clamorosa in sede parlamentare sull'abolizione della riforma sanitaria di Obama, l'invalidazione giudiziaria dei suoi famigerati decreti sull'immigrazione, la campagna anti-Trump sui rapporti ambigui con la Russia condotta da settori dei servizi e della grande stampa, hanno dimostrato alla nuova presidenza USA che governare gli Stati Uniti è cosa ben più complessa di una campagna elettorale o di una somma di tweet.

Il nuovo corso della politica estera di Trump è anche parte della ricerca di un equilibrio nuovo. Il rilancio di una politica muscolare e l'ostentazione della forza rispondono infatti a obiettivi interni molteplici. Da un lato giocano sul richiamo del consenso popolare attorno al prestigio della Nazione e del suo comandante in capo, declinando in forme nuove quella petizione nazionalista ("America First") che ha rappresentato tanta parte dell'ascesa del trumpismo. Dall'altro lato sono funzionali a ricomporre una relazione con ambienti decisivi per l'esercizio della presidenza: con l'insieme del Partito Repubblicano, a partire dal Congresso, e con l'ambiente militare del Pentagono e dei suoi alti gradi, cuore della potenza imperialista degli USA. L'emarginazione dell'ideologo di estrema destra Bannon a favore di esponenti di alta estrazione militare (ministro della Difesa Mattis, consigliere McMaster, ex capo di Stato Maggiore Mullen) accompagna non a caso il nuovo corso.

Ma il nuovo corso vuole rispondere innanzitutto alla lunga crisi di direzione politica dell'imperialismo USA nel mondo. All'esigenza di una risposta nuova alla sfida dell'imperialismo russo e soprattutto, su scala globale, dell'imperialismo cinese. L'attacco in Siria e la minaccia alla Corea del Nord sui mari del Pacifico vogliono segnare un punto di svolta. La fine della “ritirata americana” e la rivendicazione dell'egemonia USA nel mondo.

L'ATTACCO IN SIRIA: IL RIEQUILIBRIO DELLE FORZE CON MOSCA

L'attacco in Siria ha voluto soprattutto marcare un segno di svolta della politica estera USA nello scenario mediorientale e internazionale, in rapporto all'imperialismo russo.

Il marcato indebolimento di peso e ruolo dell'imperialismo USA, dopo la disfatta delle guerre di Bush e la lunga paralisi dell'amministrazione Obama, aveva aperto il varco all'inserimento dell'imperialismo russo in Medio Oriente. Sia sul terreno della presenza militare, dove l'intervento russo ha segnato una svolta nella guerra siriana a favore di Assad (Aleppo), sia sul terreno dell'iniziativa politico-diplomatica, dove Putin aveva capitalizzato progressivamente a proprio vantaggio la crisi profonda delle tradizionali alleanze USA: ricostruendo una propria relazione diretta col regime di Erdogan, attivando un proprio rapporto diretto con lo Stato sionista d'Israele, gestendo un ruolo centrale di promozione e regia nel negoziato internazionale attorno alla “soluzione” politica della crisi siriana (negoziati di Astana).

L'attacco di Trump alla Siria esprime la volontà della nuova amministrazione USA di ribaltare questo scenario. L'attacco non prelude probabilmente ad una escalation militare americana in Siria, ma certo ha un significato politico enorme. Trump vuole dire alla Russia e a tutti gli attori della scena mediorientale che ora il gioco è cambiato; che gli USA non intendono più rassegnarsi ad una propria marginalizzazione a vantaggio di Putin; che gli USA vogliono riproporsi come grande potenza capace di ricomporre attorno alla propria forza (e alla propria determinazione ad usarla) la rete delle relazioni in Medio Oriente. A partire dall'asse speciale con lo Stato sionista e la sua attuale leadership, cui si lascia mano libera in Palestina, e che si vuole rassicurare contro l'Iran. Ma con la volontà di recuperare la relazione con l'Arabia Saudita, non a caso plaudente ai bombardamenti americani in funzione anti-iraniana; di ricostruire il rapporto con la Turchia di Erdogan, rapidamente collocatosi al fianco di Trump in funzione dei propri appetiti neo-ottomani (e dello scambio negoziale con garanzie anti-curde); di ostacolare l'avvicinamento in corso dell'Egitto alla Russia, riattivando una relazione diretta con Al-Sisi (per la prima volta ricevuto a Washington). Le ragioni dei bombardamenti USA sono rivelate in queste ore proprio dai primi effetti politici che hanno prodotto. Lo spiazzamento di Putin, che aveva realmente puntato sulla nuova amministrazione Trump, non poteva essere più clamoroso.

LA MINACCIA IMPERIALISTA ALLA COREA E IL CONTENIMENTO DELLA CINA

Ma l'attacco di Trump in Siria non ha avuto solo una finalità mediorientale. Ha voluto produrre un segno più ampio nella politica mondiale. Trump ha voluto ricordare che l'imperialismo USA resta la principale potenza militare su scala mondiale, e che è nuovamente disponibile a usare la propria forza, ovunque occorra, nel proprio interesse nazionale. È un segnale inviato non solo alla Russia ma anche (e per alcuni aspetti) soprattutto in Asia.

L'Asia e il Pacifico sono sempre più il terreno centrale di misurazione dei rapporti di forza imperialisti su scala mondiale. È l'area continentale di più elevato sviluppo economico del pianeta, il baricentro delle rotte commerciali, ma soprattutto il terreno di ascesa della grande potenza cinese e delle sue ambizioni espansioniste. Il confronto strategico centrale con l'imperialismo cinese segna da anni la politica estera americana. Il tentativo (fallito) dell'amministrazione Obama di disimpegnarsi dal teatro mediorientale era in funzione della concentrazione delle forze (economiche e militari) sul Pacifico. Il disegno (arenato) dei grandi accordi di libero scambio con la UE (TTIP) e in Asia (TPP) era in funzione dell'isolamento della Cina e di un nuovo bilanciamento delle forze. Trump rimpiazza gli accordi di libero scambio a favore di una politica protezionista, ma sempre in funzione della contrapposizione strategica alla Cina, vera costante della politica USA. Lo stesso ammiccamento iniziale di Trump a Putin, poi radicalmente rimosso, mirava all'indebolimento della Cina. Di certo l'imperialismo USA non può mollare la centralità del Pacifico: significherebbe abbandonare ogni Paese (dal Vietnam alle Filippine di Duterte) all'egemonia cinese e compromettere le relazioni decisive con l'imperialismo giapponese. Garantire i propri alleati asiatici e la loro “sicurezza” è dunque una necessità strategica irrinunciabile per gli USA. Il nuovo corso di Donald Trump mette al servizio di questa necessità la politica delle cannoniere.
La minaccia militare USA contro la Corea del Nord si pone in questo scenario generale.

LA POSSIBILITÀ REALE DI UNA GUERRA IN COREA

L'iniziativa militare USA non è ancora compiutamente definita. Ma non siamo in presenza di un bluff. Siamo in presenza realmente di una possibile dinamica di guerra tra USA e Corea, con eventuali riflessi di propagazione in Asia. Mai dagli anni '60 il rischio di un conflitto potenzialmente nucleare ha raggiunto una soglia tanto elevata.

Il nuovo corso dell'amministrazione Trump mira al disarmo nucleare della Corea del Nord, nel momento stesso in cui il regime dinastico nordcoreano usa e rivendica sempre più il proprio armamento nucleare come scudo protettivo e assicurazione sulla vita. Se il regime proseguirà, come annunciato, il lancio propagandistico dei propri missili nucleari, è assai probabile che l'imperialismo USA bombarderà la Corea. Se la flotta americana bombarderà la Corea, fosse pure con armi convenzionali, è possibile una replica militare coreana sulle basi militari americane dell'area, e sugli alleati asiatici degli USA (Corea del Sud e Giappone). Ciò che innescherebbe una dinamica di conflitto più ampia, potenzialmente incontrollabile. Sia dal punto di vista dei paesi coinvolti, sia dal punto di vista del livello militare del conflitto.

Naturalmente questo scenario non è l'unico possibile. L'imperialismo USA sta esercitando la massima pressione sulla Cina, grande protettore del regime nordcoreano, perché provveda a “risolvere il problema”. La Cina, dal canto suo, impegnata nella pacifica espansione della propria area d'influenza su scala mondiale, a partire dall'Asia, non ha alcun interesse a uno scontro militare in Corea. Da qui le molteplici pressioni cinesi sul regime di Kim Jong-un a favore di un suo passo indietro nel contenzioso apertosi. Ma gli strumenti di pressione di Pechino, notevoli sul piano economico (riduzione delle importazioni di carbone e delle esportazione di beni alimentari), sono limitati sul piano politico. La dinastia regnante coreana ha consolidato negli anni una propria autonomia politica dalla Cina, anche attraverso l'eliminazione fisica dei possibili interlocutori interni dell'”alleato” cinese. La Cina non sembra disporre ad oggi di proprie leve politiche con cui operare e imporre un cambio di leadership a Pyongyang. La politica interna di terrore da parte di Kim Jong-un non serve solo a proteggere il regime da ogni possibile ribellione di massa, ma anche a chiudere il varco ad ogni defezione d'apparato. La lunga resistenza alle sanzioni internazionali e alla stessa pressione cinese è la misura del successo (sinora) di questa politica.

Il regime di Kim Jong-un maschera tuttavia con le parate militari la debolezza delle proprie retrovie e le contraddizioni strutturali del paese (contraddizione tra economia pianificata e sviluppo delle venti zone speciali a economia di mercato, crescita di una nuova oligarchia interessata alla proprietà privata, espansione abnorme del mercato nero, collasso cronico della produzione agricola dopo le inondazioni degli anni '90, 41% della popolazione sotto il livello minimo di nutrizione). Sostenere i costi di una guerra con la più grande potenza del pianeta appare un impresa disperata. È possibile dunque che il regime scelga di evitare la guerra rinunciando a nuove esibizioni nucleari. Gli USA userebbero propagandisticamente questa eventualità come risultato della propria prova di forza. La Cina la sbandiererebbe come frutto della propria pressione rivendicando il primato di mezzi pacifici e l'insostituibilità del proprio ruolo diplomatico contro ogni unilateralismo USA.

Ma se la dinamica di guerra si aprirà, occorrerà misurare la sua ampiezza. Nel caso di un attacco militare americano limitato e “simbolico”, come avvenuto in Siria, non si può escludere una risposta unicamente politico-propagandista del regime in funzione della propria autoconservazione. In caso contrario, o nel caso di un'escalation dell'imperialismo USA che mettesse in gioco la sopravvivenza del regime, la Cina si troverebbe di fronte a un bivio drammatico: assistere passivamente alla sconfitta di un proprio alleato per mano americana, al rischio di una riunificazione americana delle due Coree, al mutamento dei rapporti di forza in Asia; o sostenere il proprio “alleato” al prezzo di un confronto militare potenzialmente incontrollabile, che può mettere a rischio l'intero progetto di ascesa Cinese? Di certo l'imperialismo USA non potrebbe subire passivamente ritorsioni coreane sui propri alleati asiatici, proprio nel momento in cui rivendica il proprio primato mondiale agli occhi innanzitutto della Cina.

PER UNA MOBILITAZIONE CONTRO LA GUERRA E L'IMPERIALISMO

Vedremo gli sviluppi dello scontro nei prossimi giorni e settimane. Certo colpisce il divario drammatico tra il livello delle minacce di guerra e l'assenza di mobilitazione internazionale. È necessario da subito che tutte le forze del movimento operaio, in ogni Paese, sviluppino un'iniziativa di massa contro la guerra. Sul nostro versante, italiano ed europeo, una mobilitazione innanzitutto contro l'imperialismo USA, la più grande potenza militare del pianeta, e la sua pretesa intollerabile di riproporsi come il gendarme dell'ordine mondiale; una mobilitazione contro ogni forma di solidarietà e sostegno all'imperialismo USA da parte dell'imperialismo italiano e degli imperialismi europei. Che dopo aver fatto campagna ideologica anti-Trump sui propri fronti interni si sono tutti dichiarati “trumpisti” in occasione dell'attacco militare USA in Siria, nel nome del superiore interesse della NATO e della solidarietà atlantica.

Ma ciò che sta avvenendo in queste settimane assume un significato che va al di là del contingente. Chi credeva all'isolazionismo di Trump ha dimenticato che nessuna potenza imperialista può “isolarsi” dalla competizione mondiale. Tanto meno può farlo la più grande potenza imperialista del mondo, come del resto dimostra l'intera storia del Novecento. “America First” non solo non significa disimpegno USA dagli affari mondiali, ma rappresenta l'armatura ideologica di una nuova politica di potenza dell'imperialismo americano, la sua volontà di reagire ad ogni rischio di declassamento e alla sfida dei nuovi imperialismi. Il nuovo corso dell'amministrazione Trump, al di là delle sue motivazioni interne e dei suoi aspetti empirici, annuncia dunque una stagione nuova delle relazioni internazionali. Il rilancio dei nazionalismi imperialisti, delle guerre commerciali e valutarie, delle minacce e pratiche protezioniste, della contesa di vecchie e nuove aree di influenza, a partire dall'Asia, si accompagna al grande ritorno delle politiche di guerra. Con tutti i rischi di prospettiva, su scala storica, per il futuro stesso dell'umanità. Per questo, tanto più oggi, la mobilitazione contro la guerra è inseparabile dalla lotta per il rovesciamento del capitalismo e dell'imperialismo - di ogni imperialismo - e dalla lotta per la rivoluzione socialista internazionale. L'unica vera alternativa alla barbarie.

Marco Ferrando

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