25/09/2024
[...]
Carbonia è un'isola di terra dentro l'isola di Sardegna, un inserto moderno in quelle rituali immutabili pergamene; con tutti i drammi, le tragedie, le assurdità, gli orrori, le battaglie, i dolori, le contraddizioni dell'oggi, e anche con il suo coraggio, la sua fiducia, e le virtù di una volontà collettiva e creatrice.
Dopo aver corso per chilometri a perdita di vista nella piana senz'alberi e senza persone, si entra, a un tratto, in una città artificiale, come nata da una mente astratta, disumana e pretensiosa. Case tutte dello stesso stile, squallide di mancanza di fantasia, dalle gerarchie predeterminate e imposte da una ambizione pianificatrice e paterna, ignorante e paurosa della libertà: le abitazioni degli operai diverse da quelle degli impiegati minori e da quelle degli impiegati superiori e da quelle dei dirigenti: tutte attorno a una piazza littoria; un misto di falsi ideali romani e di città della Prateria e della Frontiera. Con la sommarietà del villaggio improvvisato dei pionieri e la tetraggine delle opere di un regime miseramente imperiale, le facciate di pietra e le strade sporche, che il Comune, poverissimo, non può materialmente tenere in ordine, e il mercato di baracche nel vento polveroso, come in un villaggio africano, Carbonia è la seconda città di Sardegna per numero di abitanti. I suoi problemi, e i caratteri, i sentimenti, il linguaggio, la cultura, sono diversi da quelli di ogni altra parte della regione, problemi tutti attuali di tecnica, di produzione, di adattamento, di lotte sociali. È il virile inferno di uomini piovuti da ogni parte d'Italia, siciliani, veneti, romagnoli, toscani, mandati qui senza preparazione, quindici anni fa, nel 1939, quando queste lande erano ancora un assoluto deserto; e tuttavia in questi quindici anni e da questa massa casuale e raccogliticcia e in gran parte male scelta, si è venuto formando una città, un popolo, un proletariato, che parla tutti i dialetti d'Italia (solo il 20% degli abitanti di Carbonia è sardo), che vive di privazioni, che spesso non ha da mangiare, ma che ha già come valore comune una propria tradizione recente, e la tenacia e la speranza.
Le storie individuali degli abitanti di Carbonia sono ciascuna un romanzo di povera vita moderna, in un luogo chiuso e isolato al di là di ogni sforzo di fantasia. C'è chi è naufragato qui e non trova piú, da anni, il modo o il danaro per fuggire, chi vi è piombato per il miraggio di una impossibile fortuna, chi accetta con fierezza il duro lavoro della miniera e chi agisce per migliorarlo. Certo, i discorsi che vi senti sono tutti appassionati, pieni di totale partecipazione, sono tutti volontà rivolta al presente: è l'altra faccia della Sardegna, totalmente ignara di pastori e di nuraghi, con un tempo che si conta a giorni e a ore e non a millenni. Punti di vista opposti vi si affrontano, da quelli di chi nega radicalmente il valore degli impianti e la qualità del minerale, all'appassionato elogio del carbone di Carbonia e delle sue possibilità future che mi fece il direttore della miniera, con la commozione del tecnico, il piú sentimentale e toccante fra tutti gli affetti contemporanei. Tutti ti parlano dell'organizzazione industriale e della pianificazione, della necessità dei grandi impianti termoelettrici e della utilizzazione dei sottoprodotti per la bonifica agraria del resto dell'isola. Le donne piú modeste conoscono questi problemi e ne parlano come di cose da cui dipende la propria vita, che oggi è ben dura e difficile, con la scarsa occupazione, gli scarsi stipendi, gli anni di crisi passati, l'incertezza del futuro.
Ho visto le risposte delle donne a un questionario sullo stato dei loro bambini:
Dormono in genere tutti in un letto, con o senza lenzuola, mangiano, i piú, un solo pasto al giorno. E che cosa mangiano? Pane asciutto, pane e minestra. Qualcuna risponde genericamente: .
Carbonia, questo ghetto minerale, è senza radici, senza passato: una vita di oggi, una lotta di oggi. Un mercante siciliano, sulla piazza, mi dice: - Viviamo di carbone, moriamo di carbone.
Grandi montagne di detriti fumanti chiudono l'orizzonte delle miniere. Sono le colline delle , che fanno piú astratto l'astratto paesaggio. Le miniere sono difese gelosamente dagli occhi degli estranei: non ci è consentito di scendervi, ma soltanto di visitare gli impianti esterni della cernita del minerale. Ci rassegnamo a tornare sulla piazza. È l'ultima settimana prima delle elezioni; l'ex federale fascista di Nuoro sta arringando una folla ostile e silenziosa. Parla, con la vecchia oratoria, del sangue dei caduti di tutte le guerre, del- le glorie militari, dei sacri confini della patria. Lo ascoltano stupefatte contadine, e i minatori e le donne coi bambini che mangiano .
Tutto il miele è finito, Carlo Levi, 1964.