04/06/2026
Ullah Ismat Qiemi aveva 19 anni. Era il più giovane dei ragazzi morti ad Amendolara. Gli altri non avevano neppure trent'anni.
Ragazzi con una vita davanti, arrivati nel nostro Paese per sopravvivere, per aiutare le proprie famiglie, forse per inseguire un sogno di dignità e riscatto.
Schiavi moderni, costretti a lavorare nei campi in condizioni disumane. Sfruttati, sottopagati e, infine, bruciati vivi.
Braccianti agricoli, rider che sfrecciano a tutte le ore, manovali e guardiani nei cantieri delle grandi opere, operai nell'industria della moda e della nautica, lavoratori della logistica. Numeri senza volto e senza nazionalità, perché la precarietà schiaccia anche chi in Italia ci è nato e, sempre più spesso, si trova costretto ad accettare salari insufficienti e condizioni di continua ricattabilità.
Esseri umani con un volto, una storia, una famiglia, trattati come forza lavoro usa e getta. Invisibili finché non arriva il giorno in cui diventano protagonisti di una tragedia.
Gli ultimi degli ultimi in un'Italia che sembra essersi abituata alle disuguaglianze, in cui chi ci governa urla parole come rimpatrio e revoca della cittadinanza, aggirando i veri problemi: sfruttamento, sicurezza sul lavoro, salari troppo bassi e diritti negati.
Un'Italia in cui si continua a osteggiare un salario minimo dignitoso mentre cresce il numero di persone che, pur lavorando, restano povere.
Diritti. Una parola universale, che vale per tutti, che non chiede nazionalità, colore della pelle o passaporto.
L'ennesima storia senza lieto fine, quella di Ullah e dei suoi amici, dovrebbe insegnarci qualcosa. Dovrebbe aiutarci a costruire un Paese più giusto, in cui nessun essere umano sia costretto a scegliere tra lavoro e dignità, tra sopravvivenza e vita.