07/01/2023
Oggi parliamo di una antichissima chiesa di Capaccio Paestum, ormai del tutto sconosciuta a noi contemporanei, ma che nel medioevo ebbe invece una grandissima importanza religiosa ed economica. La sua influenza si esercitava in un ampio ambito territoriale, che andava da Salerno al Cilento.
Questa chiesa era quella di San Nicola di Casavetere.
LA STORIA SCONOSCIUTA DI UNA ANTICA CHIESA CAPACCESE: S. NICOLA DI CASAVETERE.
Quella che tenterò di narrare attraverso la ricognizione di antichi documenti conservati presso l'Abbazia di Cava è la storia di un'antica chiesa capaccese, oggi, del tutto dimenticata.
Questa chiesa ebbe una grandissima importanza sotto il profilo religioso ed economico per la nostra comunità.
Non ne conosciamo l'origine. La Chiesa di San Nicola potrebbe risalire al periodo tardo antico, quando piccole comunità si formavano e riunivano intorno a delle piccole chiese rurali.
Il casale presso cui sorgeva era già detto intorno all'anno mille "Casavetere di Capaccio". Nei documenti antichi la chiesa è indicata come ".. constructa... a suptus et prope castellum quod Caputaquis dicitur". La località di cui parliamo era vicino allo specchio d'acqua in cui si origina il Capodifiume, ai piedi della collina costeggiata dalla SP318.
La memoria di questa chiesa è rimasta nella tradizione popolare nel nome di una fontana, da cui sgorga acqua sorgiva, detta per l'appunto di " San Nicola" (foto 1). Questa fontana era originariamente posta lungo la SP318, ma poi negli ultimi anni la sua vasca, un sarcofago del IV o V secolo, è stata spostata verso l'interno vicino a quella detta "ra' zita".
A metà dell'anno mille la famiglia di Pandolfo di Capaccio, figlio di Guaimaro III, Principe di Salerno, costituisce sulla piccola Chiesa di San Nicola, una fondazione patrimoniale, che nel tempo diverrà di vaste proporzioni, comprendente uomini, terre e beni di diversa natura a Capaccio e nel Cilento, insieme a chiese e quote di chiese disseminate tra Salerno, Trentinara, Brienza e Corleto.
L’ecclesia Sancti Nikolai de Caputaquis diventa così il punto di riferimento delle dinamiche di affermazione della famiglia di Paldolfo, al quale nella divisione patrimoniale operata tra il 1047 e il 1049 spetta il castrum di Capaccio.
Ciò ci indica l'importanza che aveva all'epoca la Contea di Caputaquis, se divenne signoria di un erede del Principe di Salerno. Principato, che ricordiamo, fu all'epoca il più potente stato dell'Italia meridionale.
La ca****la di San Nicola diviene così il nucleo intorno al quale si realizza un’azione di coordinamento, che coinvolge tutte le pertinenze della “familia”, rappresentando il baluardo patrimoniale, religioso ed identitario dei signori di Capaccio.
In pratica è anche un'operazione di concentrazione e razionalizzazione di un vasto patrimonio in un'unica entità, la Chiesa di San Nicola, altrimenti disperso.
Il castrum e la chiesa, legati al ramo egemone della famiglia di Paldolfo, quello di Gregorio, evidenziano la sopravvivenza di una forte coscienza signorile, che intrattiene relazioni cordiali con il monastero cavense, ma frena il flusso delle elargizioni, fino all’estinzione fisica del ramo maschile. Il legame parentale con la tradizione principesca si configura come un tramite potente per i rapporti con Cava, tuttavia l’ingresso della Chiesa di San Nicola nel patrimonio cavense avviene con un processo lungo ed articolato, che si potrà considerare concluso soltanto nella seconda metà del XII secolo, quando nella documentazione comincia a comparire la figura di un “prior ecclesie Sancti Nikolai” e, nel gennaio del 1168, il pontefice Alessandro III la ricorda, “cum cellis suis”, tra le pertinenze confermate a Cava.
Negli anni novanta dell’XI secolo il dominatus loci di Capaccio appare già piuttosto sviluppato, comprendendo diversi centri che gravitano attorno al castrum, e Gregorio si presenta come colui che gestisce una sorta di supremazia informale sul resto della famiglia. Nel 1092, accompagnato da sua moglie Maria, dona alla chiesa di San Nicola di Casavetere, di cui risulta proprietario, un vasto patrimonio comprendente uomini e terre a Capaccio e in loco Cilento, ubi proprie a lu Betrano dicitur, insieme a chiese e quote di chiese disseminate tra Salerno, Trentinara, Brienza, Corleto e il castello di Capaccio.
Vengono menzionate in questa circostanza la chiesa di San Matteo apostolo in loco “Caputaquis, ubi sub arci dicitur”, con le terre “ubi ad casotta et Sanctum Ianuarium”, la popolazione servile di Rutino, Trentinara e Capaccio e le proprietà presenti negli stessi territori. Seguono la chiesa di Sant’Angelo ancora a Capaccio, “ubi belanzanu dicitur”, le “terre ubi a li lauri dicitur” e la popolazione asservita e residente in diversi luoghi del castrum.
Accanto ai beni salernitani compaiono, invece, la chiesa di San Biagio “de loco Silefone” (Solofrone) e, “ubi Aquarella dicitur”, la chiesa di San Michele Arcangelo insieme ad altre cappelle dirute, la terza parte delle chiese di San Giovanni “foris porta veteris castelli Capudaquis”, di Santa Maria nel castello di Cornitu, di San Nicola de Orteiano, presso Salerno, di Santa Marina e di San Giovanni a Brienza.
La ricca concessione effettuata dai signori di Capaccio si completa con le quote loro spettanti della chiesa di San Bartolomeo apostolo, in loco “ubi Paczanum dicitur” (Pazzano), di San Pietro e di San Nicola nel castello “quod Capud aquis dicitur”, tutte dotate di beneficia, la chiesa di Santa Maria “quod dicitur casella”, quella di San Nicola “quod dicitur da lu murtillitu”, del monastero di Gemmato, delle chiese di San Mauro, San Giovanni e San Silvestro fuori dal castrum di Trintinaria, nonché della ca****la di Santa Maria posta dentro il castello.
Il 1094 è un anno particolarmente prospero per la chiesa di Capaccio, si rintracciano una vendita e ben sei “cartulae offertionis”, che consegnano nelle mani di “Romoaldus, sacerdos et abbas” della ca****la, diverse terre “in pertinentiis Capuacii” ed in “loco Trintinariae”, la proprietà di metà della chiesa di San Nicola, “que costructa est in locum ubi ad Mairanum dicitur” ed i beni ad essa connessi.
I coniugi Giovanni e Gemma, la concedono, insieme a Grimoaldo e Renata, con alcune case a Capaccio, “super porta que dicitur Paganensi”. Costoro offrono se stessi e i loro beni, ma ne mantengono l'usufrutto, rimanendo liberi, in cambio di un annuo di 32 tarì.
Il flusso delle donazioni di cui la chiesa di San Nicola beneficia non si arresta.
Tra il febbraio del 1095 e l’aprile del 1100 si contano ancora 10 lasciti ed un solo atto di vendita, tutti concentrati “intra et extra civitatem Capuacii” ed altri ancora nel corso dei primi quarant’anni del XII secolo.
La chiesa di San Nicola è il baluardo patrimoniale, religioso e identitario dei signori di Capaccio.
Il castrum e la chiesa di Capaccio, legati al ramo egemone della famiglia di Paldolfo, quello di Gregorio, evidenziano la sopravvivenza di una forte coscienza signorile, che intrattiene relazioni cordiali con il monastero cavense, ma frena il flusso delle elargizioni, fino all’estinzione fisica del ramo maschile.
Nell’agosto del 1101 i fratelli Landolfo e Romualdo donano alla chiesa di San Nicola tutto ciò che hanno ereditato dal padre a Capaccio, “ubi Casavetere dicitur".
Qualche mese più tardi “Landoarius e Maria, uxor sua”, offrono i loro beni, posti dentro e fuori la "Civita Nova" di Capaccio, come anche Amata e Pando, le loro proprietà nel luogo “ubi ad Aremulum dicitur, in pertinentiis Capuacii”, mentre Pietro e Raus offrono se stessi e la somma di 12 tarì all’anno, da versare nel giorno della festa di San Nicola, per garantirsi la libertà.
Pare quindi che la chiesa di San Nicola, i suoi presbiteri ed i suoi domini esercitino una grande attrazione nei riguardi dei patrimoni fondiari e degli uomini, rientranti nel territorio del dominatus, ai quali servono garanzie e protezione che la ca****la evidentemente può offrire.
In tutto ciò si evidenzia lo “stato libero” che i caputaquensi rivendicano e tengono a conservare nei loro rapporti con l'istituzione religiosa.
Nel marzo del 1114 il monastero cavense, tramite la chiesa di San Nicola, concede a Landemario una terra appartenente alla chiesa di Sant’Angelo in “loco Felicta, pro tarenis tribus annualibus”, e nell’agosto del 1157 l’abbazia riceve, all’interno della chiesa di San Nicola, la donazione di una domus, edificata nella cittadina di Capaccio, “prope portam quae de Paganigno dicitur”, e contestualmente ne autorizza la concessione di una seconda, posta nella stessa zona, per il censo di 1 tarì all’anno.
Tali donazioni alla Trinità, però, sono poca cosa e sottolineano, ancora una volta, il ruolo determinante svolto dalla ca****la di San Nicola nel controllo di terre, uomini e strutture posti sotto la giurisdizione del castrum di Capaccio.
Interessante, poi, è l'evidenziarsi intorno alla ca****la di San Nicola di Casavetere di Capaccio di una comunità monacale di cui abbiamo anche traccia nell'appellativo dei suoi referenti quando ad esempio nel febbraio del 1132 Lando, “presbiter et abbas ecclesiae beati confessoris Nicolai”, concede ai fratelli Pietro, Alferio e Nicola, una terra "cum aliquantulum fabrice" fuori della Civita Nova di Capaccio, non molto lontano dalla porta “que dicitur de Pagagno”, a patto di costruirvi una casa e di versare 2 tarì all’anno, mentre a Mauro affida una terra “intus civitate Capuacii”, vicino alla porta “que dicitur de Satrisi”, per un tarì.
Altro esempio è quando nel settembre del 1161, i fratelli Donodeus e Bartolomeo offrono al preposto della chiesa di San Nicola, Pietro, tre terre poste fuori dal perimetro urbano di Capaccio, una in “loco ubi forcillum dicitur et proprie de carpinino vocatur” e altre due “ubi de campus de gratia”. Pietro, in cambio, si impegna a fornire a Sica, madre dei due benefattori, tutto ciò che le occorrerà, dal momento che la donna ha vestito l’abito monastico presso la chiesa di San Nicola e i suoi figli non hanno i mezzi per sovvenzionarne la monacazione.
Il preposto garantisce che se Sica non volesse abitare nelle case edificate presso la chiesa, perché non adatte ad una donna, gliene avrebbe trovata un'altra a Capaccio, continuando a fornirle vitto ed abiti.
E' solo però nel 1164, che si ha certezza che la Ca****la di San Nicola e la sua comunità monastica siano passate alle dipendenze dell'abazia benedettina di Cava. Quando cioè il già citato Pietro è indicato come monaco e priore della ca****la e, “licentia monasterii cavensis”, concede ad Otone Lombardo e a Guglielmo Lombardo una domus nella cittadina di Capaccio, “ubi rupa dicitur, non longe a porta de Paganigno”, per 2 tarì all’anno.
Con questo antico documento abbiamo, dunque, la certificazione che l’abbazia cavense ha assorbito la ca****la e, con essa, tutto il suo ingente “corredo” patrimoniale, lasciando al suo posto un preposto già incardinato, secondo una pratica ampiamente sperimentata nel corso delle precedenti annessioni.
Nell’ultimo ventennio del XII secolo, infatti, la maggior parte della documentazione superstite è costituita da “cartulae concessionis”, con le quali la Trinità affida terre e case, disseminate sia dentro che fuori il circuito murario della città nuova di Capaccio, chiedendo in cambio la corresponsione di un censo annuale, quasi sempre in denaro o in natura e, solo in alcuni casi, legato a prestazioni lavorative su terre rimaste sotto la gestione diretta della chiesa di San Nicola.
Nell’agosto del 1181 la concessione riguarda una domus a Capaccio, nei pressi della Chiesa di Santa Maria de platea, due anni dopo a beneficiare dell’affidamento sono il “dominus Turgisio di Campora, regio iusticiario”, che riceve dal priore della chiesa di San Nicola una terra in “pertinentiis Capuacii, ubi dicitur filicta”, poi un certo Pietro, al quale spetta una terra “ubi cortello dicitur” e dunque un certo Maraldo, che ottiene una “terra laboratoria”... “extra civitatem Caputaquis, in loco Seleianelli”.
Nel 1187 il priore di San Nicola, per ordine dell’abate di Cava, concede a Pietro Cossagallina ancora terre “ubi proprie Seleianiellu dicitur”, ottenendone in cambio la decima dei frutti e un giorno all’anno, in cui Pietro e i suoi discendenti, “cum uno pario bovum”, lavorino nel campo di San Nicola “ad seminandum frumentum et operam unam ad zappandum et aliam ad secandum”.
Non mancano affitti di “casalinae muratae”, come quella in “civitate Capuacii” che viene data a Giovanni, “qui dicitur duca”, nel marzo del 1190, al prezzo di 1 tarì all’anno, e la casa “solarata con catodeo”, nella Civita Nova di Capaccio, non lontano dalla porta “que de Pazzanis dicitur”, che il dominus Pietro, monaco e vestarario di Cava, accorda a Guardiano e ai suoi discendenti maschi nel luglio del 1192, al prezzo di 2 tarì all’anno.
Le testimonianze citate e gli atti relativi alla fine del XII secolo, che conservano le vicende patrimoniali della chiesa di San Nicola, paiono rivelare un’attenzione particolare del monastero cavense verso alcuni ambiti territoriali.
Accanto agli spazi urbani, quali le aree edificate nei pressi delle porte de Paganigno e de Pezzanisi, e alle località esterne al perimetro della cittadina di Capaccio, come il “locus ubi proprie Seleianiellu dicitur”, si rintracciano i territori “ubi dicitur Cornu et Cardonito”, all’interno dei quali Cava effettua due concessioni. La prima nell’aprile del 1190, con la quale Rainaldo riceve tutte le pertinenze della chiesa di San Nicola presenti nei loca di C***o e Cardonito, per una durata di 19 anni e un canone annuale di 3 tarì; la seconda nel febbraio del 1192 a favore di Roberto, Giovanni, Lorenzo, Guido e Filippo che ricevono in enfiteusi, per conto della chiesa di San Nicola, terre in “pertinentiis Capuacii ubi Curtilianum et Licinella dicitur”.
Nel corso del XIII secolo le vicende della ca****la di San Nicola si legano a quelle della chiesa di Santa Barbara di Capaccio.
In una “cartula offertionis” del maggio 1202 viene menzionato un unico priore per le due cappelle, specificando che entrambe rientrano tra le pertinenze del monastero cavense e, nell’estate del 1220, il priore della chiesa di Santa Barbara, per ordine di Cava, concede terre fuori da Capaccio, pertinenti alla chiesa di San Nicola, al censo annuo di 7 tarì.
Aspetto interessante è che le concessioni enfiteutiche del XIII secolo riportano, talvolta, l’obbligo di impiantare nuove coltivazioni, soprattutto viti, dalle quali l’abbazia riceverà la decima o, comunque, una quantità pari al censo in denaro che viene pattuito per i primi anni.
Nel gennaio del 1221 Cecilia, figlia del defunto principe di Salerno, Filippo, e moglie di Raone, concede alla chiesa il censo che annualmente le spetta, mentre dal 1261 al 1263 l’intero beneficium di San Nicola risulta nuovamente dato in affitto, così come nei primi anni del XIV secolo e tra il 1353 e il 1362, in questo caso per la cifra 8 once d’oro e 8 tarì.
Tra la fine del XIII e la prima metà del XIV secolo, la dipendenza spirituale ed economica dalla Trinità di Cava della ca****la di San Nicola attraversa il momento più difficile, mettendo probabilmente in discussione la stessa presenza cavense sul territorio del castrum di Capaccio, se si considera che, alle molteplici concessioni che continuano ad essere stipulate, questa volta per tutti i tenimenta della ca****la, si aggiungono le velleità del vescovo di Capaccio che, solo nel luglio del 1362, conferma l’appartenenza della chiesa, “cum cellis suis”, a Cava, esentandola dalla giurisdizione diocesana.
Nel 1478, però, la ca****la di San Nicola di Capaccio, insieme alle sue proprietà, viene nuovamente concessa in enfiteusi.
Dalla ricognizione degli anche parzialmente citati si evince come le numerose cappelle e chiesette presenti sia in collina (comprese quelle cittadine) che nella Piana, che avevano svolto il già ricordato ruolo di aggregazione comunitaria, entreranno nel tempo nella disponibilità dell'ingente patrimonio della comunità monastica di S. Nicola di Casavetere e quindi successivamente dell'Abazia di Cava. Tra questi ricordiamo: San Matteo in sub arce, Sant’Angelo de Belenzanu, San Giovanni, San Biagio de loco Silefone (Solofrone), San Nicola de Orteiano, Santa Marina de Cornitu, San Bartolomeo di Paczanum, San Pietro de Cornitu, San Nicola (nel perimetro cittadino di Caputaquis), Sancta Maria et Sancti Nicolai de Mercatello, Sancta Barbara de Capuacio.
Ma al di là dei significativi risvolti patrimoniali, non meno importanti furono quelli religiosi. Le numerose donazioni sono indicative, come abbiamo già detto, dell'importanza che ebbe la comunità di religiosi che intorno ad essa si raccolse, grazie anche alle "fusioni" con altre come quella, forse più antica, di Sant'Angelo di Belenzanu, che in altri post abbiamo visto centrata su un santuario rupestre nei pressi del Capoluogo (Rodigliano).
Tale ruolo cominciò a decadere con l'estinguersi del ramo maschile della famiglia signorile di Caputaquis, che ne aveva fatto un baluardo del proprio prestigio e potenza, e poi con l'ingresso nell'orbita cavense, sino alla sua assimilazione con Santa Barbara di Capaccio, che riduce tale chiesa ad un solo ruolo economico e patrimoniale da cui Cava poteva attingere risorse.
Nel XV secolo non sappiamo se la Chiesa di San Nicola svolgesse ancora una funzione spirituale e religiosa, anche se essa sorgeva lungo la Via per il Cilento, dove sappiamo vi erano alcune taverne. Il luogo era quindi ancora intensamente frequentato, anche per la vicinanza di Capodifiume dove vi era una ricca attività molitoria.
Di essa oggi forse rimane nulla.
Fino a pochi anni fa erano ancora visibili i ruderi, in particolare delle absidi, ridotti però a petraia, cioè a luogo di accumulo di pietre per liberarne i campi vicini.
Un altro pezzo della nostra storia che scompare nell'ignoranza e nell'indifferenza di noi contemporanei.
Una comunità che non ha memoria della propria storia, non ha una identità e quindi un futuro.
(La foto a corredo del post è una delle poche testimonianze, se non l'unica, della fontana di San Nicola nella sua collocazione originaria.
È tratta dal libro di Mario Mello "Da Poseidonia a Caputaquis Medievale").