17/05/2023
IL TEMA NON E' IL TERMINILLO MA LA MONTAGNA
di Maurizio Aluffi (Presidente Gal Vette Reatine)
Periodicamente ritorna in auge il Terminillo. Dopo tanti anni e sempre più distrattamente, provo a capire e
a riflettere sul perché il tema sia sempre lo sci e non le tematiche legate alla montagna, con tutte le loro
sfaccettature.
Qualcuno già starà pensando che io abbia cambiato idea sul TSM e mi stia avvicinando a posizioni filo-
ambientaliste. Colgo l’occasione per chiarire che, personalmente, amo la natura in tutte le sue
sfaccettature, più di tanti “pseudo verdi”, e in particolare la montagna. Quello che probabilmente mi
differenzia è che ho sempre messo l’uomo al centro di tutto, convinto che senza di esso la montagna
muore. Non intendo quindi riaprire il dibattito o, peggio, la polemica sullo sci, sulle piste, sugli impianti di
risalita, ecc. Ho guardato però con attenzione il reportage di Lega Ambiente “Neve diversa” relativo al 2022.
Al di là di tutte le considerazioni possibili, non si può nascondere che la situazione non è più quella di dieci
anni fa e che il cambiamento climatico non è un’invenzione, bensì un fatto reale.
Ripensare la montagna è un dovere. In natura, d’altronde, non c’è niente di perenne. E questo vale anche
per le piste da sci, che prima o poi bisognerà capire se ce le potremo permettere. Si dovrà, inevitabilmente,
reinventare la montagna turistica invernale e integrare le grandi infrastrutture con il turismo dolce,
collegando l’inverno all’estate e alle mezze stagioni. La veloce trasformazione dei contesti ha spazzato via
anche l’aggettivo “perenne”. Di solito era abbinato proprio alla neve, ce lo insegnavano a scuola, perché
almeno su quella non si discuteva, in montagna ci sarebbe sempre stata, cadesse il mondo. La neve è
perenne e basta. Invece anche questa si è rivelata un’illusione o meglio un falso, perché in natura non c’è
niente di eterno, meno che mai nei progetti umani.
Dopo una seconda metà del Novecento, quanto le montagne furono trasformate in dorate periferie e lo sci
portò soldi e promesse nei luoghi da cui i montanari emigravano per povertà, tutti pensavano che fosse una
ricchezza senza fine, ma cinquant’anni dopo siamo qui a leccarci le ferite, non solo per avere spremuto
oltre misura aree di pregio e danneggiato e devastato territori immensi, ma anche e soprattutto perché il
sistema si è inceppato e non esistono alternative. La questione è complessa e ogni semplificazione
diventerebbe fuori luogo.
I dati riportati su “Neve diversa” sono da brivido: 234 impianti dismessi, 54 in più rispetto al 2021; 135 le
strutture temporaneamente chiuse; 149 impianti soggetti ad “accanimento terapeutico”, cioè che
sopravvivono solo con iniezioni di denaro pubblico, per lo più piccole stazioni che rischiano solo di
posticipare di qualche stagione un’inevitabile agonia.
Abbandonare lo sci? il tema non è questo e mi sembra stucchevole la solita polemica messa in campo dagli
ambientalisti reatini sui conti forniti da Comune di Rieti e ASM rispetto alla stagione sciistica appena
conclusa. Lo sci fa parte del patrimonio turistico-culturale dei comprensori, ma non si può pensare che
possano sopravvivere stazioni sciistiche ad altitudini inferiori a 1600/1700 mt. È semplicemente
antieconomico. Bisognerebbe smettere di progettare nuovi impianti, rimuovendo quelli vecchi solo quando
ha senso farlo e occorrerebbe distinguere attentamente tra comprensori capaci “di futuro” e quelli troppo
bassi, obsoleti ed economicamente improduttivi.
È però decisamente riduttivo legare l’economia montana con lo sci. Questo è il tema centrale. Arrestare lo
spopolamento ricreando attività economiche legate al territorio. Sia che siano turistiche, sia che siano
sportive, a basso impatto ambientale e che producano ricchezza e qualità.
Ma c’è anche un altro tema: ridare splendore a località abbandonate, ma che conservano una bellezza
straordinaria dal punto di vista paesaggistico e naturalistico. Fa davvero rabbrividire vedere tralicci, funivie,
strutture in cemento armato abbandonate e che oltre a rappresentare un pericolo sono visivamente
inguardabili. Non sarebbe male una legge che imponesse il ripristino primordiale delle aree dismesse.
Il tema montagna, aree interne, terre alte ecc, va portato sui tavoli del Governo. Alcune problematiche non
possono ricadere solo sulle comunità locali o le regioni, ma vanno affrontate come di interesse nazionale,
ad esempio la fiscalità di favore per le attività economiche o le normative relative ai laboratori artigianali di
produzione ecc.
Inutile negare che le diseguaglianze permangono, l’iniquità divide i cittadini da inclusione ed esclusione, ma
il contesto è profondamente cambiato. Anche il ritorno alle terre alte è un segnale di come una pandemia
può avere cambiato il senso di pensare e vivere. Non è quindi solo una questione legata alla rapidità di
come la crisi climatica si manifesta e si intreccia con le altre crisi sistemiche, ma un mito che si va
incrinando: vivere nelle metropoli non è più la massima aspirazione di molti.
Il corso della storia può davvero cambiare e la montagna può tornare a nuova vita. Spetta alla politica
accompagnare questo percorso che cambierà i termini della ricchezza e dei valori restituendo alle persone
una nuova vita fatta di relazioni e di integrazione con l’ambiente.