27/07/2021
Non chiamatela calamità naturale, qui il destino, il caso e il suo caos, le imponderabili fatalità, non c’entrano nulla.
Qui tutto è prevedibile, tutto si ripete dolorosamente, anno dopo anno, incendio dopo incendio.
Il fuoco che brucia un frammento pregiato di Sardegna, che sfregia il paesaggio e la vita civile, che vomita per strade f***e di sfollati, che incenerisce il passato e il futuro di luoghi che erano incantati e che ora sono spettrali, il fuoco maledetto che divora la bellezza di una vegetazione secolare, la vita che la popola e che assedia la quiete di paesi che sono presepi.
Ecco, quel fuoco non evoca l’apparizione improvvisa di un mostro, piuttosto rivela la mostruosa e colpevole sciatteria della politica del territorio, l’incuria nella protezione del patrimonio boschivo, la disastrosa assenza di prevenzione e la penosa fragilità dei sistemi di protezione civile.
Il fuoco lo devi spegnere prima che venga appiccato, con la pulizia del sottobosco, organizzando e dando risorse al volontariato civico e ambientale.
Lo spegni contrastando le mafie del fuoco e il fuoco dell’incultura.
Lo spegni se la protezione civile è una programmazione seria anche degli eventuali momenti emergenziali.
La Sardegna oggi piange la sua sventura.
Il dovere della politica non è quello di moltiplicare le lacrime, ma quello di spegnere oggi i fuochi di domani.