Mauro Congia

Mauro Congia Laurea in Medicina e Chirurgia. Specialista in Pediatria, lavora al Microcitemico. È stato ricercatore alla Stanford University California USA.

Candidato M5S alle politiche 2022 e al Consiglio regionale della Sardegna alle elezioni 2024 Sono un Medico Pediatra che da oltre 30 anni lavora nell’Ospedale Microcitemico di Cagliari dove ho ricoperto quasi tutti i ruoli; da Medico di reparto a Responsabile di Day Hospital di Gastroenterologia Pediatrica e Malattie Metaboliche, a sostituto prima e F.F. poi di Direttore della Clinica Pediatrica e

Malattie Rare durante il recente difficilissimo periodo della pandemia. Conosco dunque bene le difficoltà dei piccoli pazienti fragili e dei loro genitori nell’affrontare la malattia che talvolta richiede lunghi viaggi fuori dalla Sardegna per interventi non effettuabili nella nostra Isola. Ho svolto attività di ricerca a Cagliari e per oltre 3 anni negli USA, alla Stanford University and Medical School, in California. Questa esperienza mi da ancora la forza per cercare un domani migliore per i bambini di tutta la Sardegna, senza più viaggi della speranza, che solo con la realizzazione di un vero Ospedale Pediatrico, racchiudente tutte le specialità pediatriche, potrà concretizzarsi. Sono stato candidato alle elezioni 2022 all’Uninominale di Cagliari Città Metropolitana per dare il mio contributo per migliorare il Sistema Sanitario Nazionale, in Italia ma ancora di più da noi, in Sardegna. Sono con il Movimento 5 Stelle, unica forza politica da sempre dalla parte dei più fragili e mi dedicherò a questa missione. Qui trovi il mio CV:
https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwjGnLbcnaOBAxWhRPEDHRDBB904FBAWegQIFhAB&url=https%3A%2F%2Fportale.movimento5stelle.eu%2Fweb%2Fcontent%2F%3Fid%3D335832%26download%3Dtrue%26access_token%3D73430d19-f620-4f3a-a643-63527ff0a707&usg=AOvVaw3auWyIqLyMmnKWC59L3wsG&opi=89978449

LA FINE DI UN MODELLO PERCHÈ NE NASCA UNO NUOVOCondivido molte delle riflessioni di Franco Meloni sulla crisi del medico...
07/06/2026

LA FINE DI UN MODELLO PERCHÈ NE NASCA UNO NUOVO

Condivido molte delle riflessioni di Franco Meloni sulla crisi del medico di famiglia, pubblicate sull'Unione Sarda del 7 giugno.

Il modello del medico condotto, radicato nel territorio, capace di seguire intere generazioni di pazienti, ha rappresentato uno dei pilastri più importanti della sanità pubblica italiana. Non è un modello sbagliato. È un modello che sta incontrando crescenti difficoltà a sopravvivere in una Sardegna profondamente diversa da quella di cinquant'anni fa.

Tuttavia il problema non riguarda soltanto i Medici di Medicina Generale.

Riguarda anche i Pediatri di Libera Scelta, un'altra figura fondamentale della medicina territoriale che rischia progressivamente di scomparire dalle aree interne e dai piccoli comuni.
Spesso si sostiene che i giovani medici non vogliono più lavorare nei territori periferici perché sono cambiati rispetto alle generazioni precedenti. Una parte di verità c'è. Ma questa spiegazione da sola non basta.

Oggi lavorare in un piccolo paese non significa più affrontare l'isolamento professionale degli anni Settanta. Esistono cellulari, telemedicina, banche dati scientifiche, aggiornamento online continuo, collegamenti stradali migliori e la possibilità di confrontarsi rapidamente con gli specialisti ospedalieri.

Il vero problema è un altro.

In molti territori della Sardegna la popolazione diminuisce, invecchia e si concentra sempre meno. Nascono pochi bambini e molti comuni perdono abitanti ogni anno. Per raggiungere un numero sufficiente di assistiti, un medico o un pediatra dovrebbe spesso coprire contemporaneamente quattro, cinque o sei paesi diversi, percorrendo decine di chilometri ogni giorno.

Per i Pediatri di Libera Scelta il problema è ancora più evidente. In molti territori i nuovi nati sono ormai così pochi da non consentire la formazione di un numero adeguato di assistiti. Questo rende sempre più difficile garantire la presenza stabile di un pediatra nei piccoli centri.

Gli incentivi economici messi in campo dalla Regione sono importanti e vanno riconosciuti, ma da soli non possono compensare gli effetti dello spopolamento e della crisi demografica.

Esistono poi altre ragioni che contribuiscono alla disaffezione verso la medicina territoriale come la crescente complessità burocratica, l’aumento delle responsabilità medico-legali, la difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata e le aspettative sempre più elevate da parte dei cittadini.

A queste criticità si aggiunge un tema spesso ignorato nel dibattito pubblico.

Le Case della Comunità comportano inevitabilmente una diversa organizzazione del lavoro. Molti medici temono che ciò possa tradursi nella perdita dell'autonomia professionale che ha caratterizzato per decenni la medicina convenzionata. Altri guardano con preoccupazione all'ipotesi di un rapporto di dipendenza e all'introduzione di un vincolo orario definito, con una presenza strutturata per 38 ore settimanali.
Si tratta di preoccupazioni legittime, che meritano rispetto e non slogan.

Ma dobbiamo anche prendere atto della realtà.

Se vogliamo mantenere un Servizio Sanitario Nazionale pubblico, universalistico e accessibile a tutti, dobbiamo costruire modelli organizzativi sostenibili per i prossimi trent'anni.

Per questo credo che le Case della Comunità non rappresentino la fine della medicina territoriale, ma il tentativo di salvarla. Non devono essere viste come semplici contenitori edilizi, ma come luoghi nei quali medici di famiglia, pediatri, infermieri di comunità, specialisti, fisioterapisti, psicologi e operatori sociali possano lavorare insieme, condividendo competenze, tecnologie e responsabilità.

Naturalmente non basta prendere atto del problema. Occorre anche individuare soluzioni realistiche per popolarle.

La prima consiste nel favorire, esclusivamente su base volontaria, la mobilità verso le Case della Comunità di professionisti ospedalieri che, per ragioni di salute o limitazioni funzionali, non possono più svolgere attività assistenziali particolarmente gravose nei reparti per acuti. Medici, infermieri e altri professionisti con grande esperienza potrebbero continuare a rappresentare una risorsa preziosa per il Servizio Sanitario Regionale, contribuendo alle attività ambulatoriali, alla gestione delle cronicità, alla prevenzione e alla telemedicina.

La seconda riguarda il patrimonio di competenze rappresentato dai professionisti appena andati in pensione. Molti medici ospedalieri, pediatri e specialisti lasciano il servizio ancora in piena efficienza professionale. Offrire loro contratti flessibili ad ore nelle Case della Comunità consentirebbe di mantenere sul territorio competenze maturate in decenni di esperienza, garantendo contemporaneamente attività di tutoraggio per i professionisti più giovani. Personalmente, quando andrò in pensione, sarei disponibile a dedicare alcune ore settimanali alle Case della Comunità nella mia disciplina. Credo che molti professionisti con una lunga esperienza possano rappresentare una risorsa preziosa per il territorio anche dopo il pensionamento.

La terza, forse la più importante, riguarda la missione stessa delle Case della Comunità.
Non devono limitarsi alla presa in carico della cronicità. Devono diventare i grandi centri territoriali della prevenzione. Screening oncologici, cardiovascolari e metabolici, vaccinazioni, educazione sanitaria, monitoraggio delle malattie croniche, telemedicina, medicina personalizzata e identificazione precoce dei fattori di rischio devono diventare attività ordinarie e permanenti.

In una Sardegna che si spopola, invecchia e registra sempre meno nascite la politica (destra e sinistra) deve costruire una sanità territoriale capace di garantire prossimità, prevenzione e cure di qualità per i prossimi trent'anni.

È una questione imprescindibile per salvare il sistema sanitario pubblico.


PRIMA DELLA PATRIMONIALE, PARLIAMO DELL'EVASIONE FISCALENegli ultimi mesi è tornata al centro del dibattito politico la ...
05/06/2026

PRIMA DELLA PATRIMONIALE, PARLIAMO DELL'EVASIONE FISCALE

Negli ultimi mesi è tornata al centro del dibattito politico la proposta di una patrimoniale sui grandi patrimoni. Non si tratta di quisquiglie perché è probabile che parte della campagna elettore delle politiche 2027 si giocherà a colpi di clava proprio sulla patrimoniale. Ha cominciato AVS seguita dalla segretaria del PD Elly Schlein che ha più volte sostenuto l'opportunità di tassare maggiormente le grandi ricchezze. Le proposte più discusse prevedono un prelievo sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, con un gettito stimato tra i 23 e i 26 miliardi di euro all'anno.

La discussione è assolutamente legittima. Tuttavia, all'interno dello stesso campo progressista esistono sensibilità diverse.

Molte forze politiche, compreso il Movimento 5 Stelle, hanno storicamente insistito sulla necessità di concentrare gli sforzi innanzitutto sul recupero dell'evasione fiscale e sul contrasto alla corruzione, fenomeni che non solo sottraggono risorse alla collettività, ma producono effetti economici molto più profondi di quanto normalmente si pensi.

La letteratura economica internazionale descrive infatti un vero e proprio circolo vizioso.
L'OCSE evidenzia come economia sommersa, lavoro irregolare, bassi salari, basse competenze e scarsa protezione sociale tendano ad alimentarsi reciprocamente.
Quando una parte dell'economia evade il fisco operando fuori dalle regole, ad essere penalizzate sono proprio le imprese che investono, innovano e competono lealmente sul mercato.

Il risultato è una minore crescita della produttività.

E senza produttività non crescono nemmeno i salari.

La Banca d'Italia ha mostrato che l'evasione fiscale non rappresenta soltanto un problema di gettito. Essa altera la concorrenza, protegge attività meno efficienti e riduce il potenziale di crescita del sistema economico.

In altre parole, l'evasione fiscale non sottrae soltanto denaro allo Stato. Contribuisce anche a mantenere più bassi i salari.

Quando poi arriva l'inflazione, il problema si amplifica.

Le famiglie con redditi bassi spendono gran parte delle proprie entrate per alimenti, energia, trasporti e abitazione. Ogni aumento dei prezzi si traduce immediatamente in una perdita del potere d'acquisto.
L'inflazione colpisce tutti.
Ma colpisce molto di più chi ha salari bassi.
Per questo evasione fiscale e inflazione finiscono per sommarsi nei loro effetti sociali, la prima contribuisce a mantenere bassi salari e bassa crescita, la seconda erode ulteriormente quei salari già insufficienti.

A questo quadro si aggiunge la corruzione.
Numerosi studi mostrano che sistemi amministrativi poco trasparenti, controlli inefficaci e retribuzioni pubbliche non adeguate rispetto alle responsabilità esercitate possono aumentare il rischio di comportamenti corruttivi. Comunque il legame più robusto e meglio documentato dalla letteratura economica resta quello tra evasione fiscale, economia sommersa, bassa produttività e stagnazione salariale.

La differenza fondamentale
A questo punto è importante fare una precisazione.
Una patrimoniale può aumentare le risorse disponibili per lo Stato e contribuire a ridurre le disuguaglianze.
La riduzione strutturale dell'evasione fiscale può produrre un aumento delle entrate pubbliche comparabile, ma con effetti economici aggiuntivi che vanno oltre il semplice gettito. La letteratura economica suggerisce infatti che il contrasto all'evasione non produce soltanto maggiori entrate fiscali. Riducendo l'economia sommersa, favorisce la concorrenza leale, premia le imprese più produttive e innovative, migliora l'efficienza complessiva del sistema economico e crea le condizioni per una crescita più sostenuta dei salari reali.

Per questo la lotta all'evasione fiscale non è soltanto una misura fiscale. È contemporaneamente una politica economica, industriale, salariale e sociale. La differenza è sostanziale.

Una patrimoniale redistribuisce una parte della ricchezza esistente. Una seria lotta all'evasione può redistribuire ricchezza ma anche contribuire a crearne di nuova attraverso maggiore produttività, salari più elevati e crescita economica.

Per questo motivo ritengo che il vero dibattito non debba essere semplicemente, patrimoniale sì o patrimoniale no.

La vera domanda è un'altra.
Quale deve essere la priorità?
Se una patrimoniale sui grandi patrimoni potrebbe generare circa 23-26 miliardi di euro all'anno, quanto potremmo ottenere da una riduzione significativa dell'evasione fiscale, non solo in termini di gettito ma anche di produttività, salari e crescita economica? Ma soprattutto, quanti salari più alti, quanti investimenti produttivi, quanta crescita economica e quanti servizi pubblici migliori potremmo costruire se tutti pagassero ciò che già oggi devono pagare?

Non si tratta di scegliere tra patrimoniale ed evasione fiscale.
Si tratta di capire quale intervento sia in grado non solo di redistribuire la ricchezza esistente, ma anche di favorire la creazione di nuova ricchezza e nuovo benessere collettivo.

Prima di introdurre nuove imposte, forse dovremmo assicurarci che quelle già esistenti vengano pagate da tutti.




Fonti
OECD, Breaking the Vicious Circles of Informal Employment and Low-Paying Work (2024) (https://sl1nk.com/47kwyc8)
OECD, Towards a Better Understanding of the Informal Economy (https://sl1nk.com/brmajtk)
Parlamento Europeo, Taxation of the Informal Economy in the EU (2022) (https://l1nq.com/l4w34hn)
Demirgüç-Kunt et al., Effects of Public Sector Wages on Corruption (Journal of Comparative Economics, 2023) (IDEAS/RePEc)
Fazekas et al., studio sui compensi degli amministratori locali e rischio corruttivo (2026) (https://www.thetimes.com/world/europe/article/politicians-less-likely-corrupt-pay-rise-kxgld2m0v?utm_source=chatgpt.com

CASE DELLA COMUNITÀ RIVOLUZIONE SANITARIA O OCCASIONE PERDUTA?C’è un aspetto della discussione sulle Case della Comunità...
31/05/2026

CASE DELLA COMUNITÀ RIVOLUZIONE SANITARIA O OCCASIONE PERDUTA?

C’è un aspetto della discussione sulle Case della Comunità che secondo me viene ancora sottovalutato e che invece potrebbe avere conseguenze enormi sul futuro stesso del Servizio Sanitario Nazionale.

Negli ultimi mesi si sta infatti delineando uno scenario che necessita di essere compreso e discusso.

Da una parte il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) finanzia la costruzione di una rete pubblica territoriale fatta di Case della Comunità, Ospedali di Comunità, telemedicina, integrazione socio-sanitaria e presa in carico multidisciplinare.

Dall’altra parte cresce però la resistenza di una parte dei Medici di Medicina Generale (MMG) e dei Pediatri di Libera Scelta (PLS) verso l’idea di una presenza strutturata e continuativa dentro queste nuove organizzazioni territoriali pubbliche.
Ed è qui che il dibattito diventa molto più concreto di quanto sembri. Perché il punto centrale non riguarda soltanto “dove lavoreranno” i MMG e i PLS. Riguarda soprattutto il loro futuro rapporto di lavoro.
L’ipotesi oggi discussa a livello nazionale prevedrebbe infatti che i medici operanti stabilmente nelle Case della Comunità possano progressivamente transitare verso un modello di dipendenza pubblica o comunque verso forme organizzative molto più integrate rispetto all’attuale convenzione.

E questo cambierebbe radicalmente il sistema.

Secondo le bozze circolate negli ultimi mesi, il modello ipotizzato prevedrebbe un impegno complessivo di circa 38 ore settimanali ripartite tra attività ambulatoriale tradizionale, presenza nelle Case della Comunità, attività territoriali integrate, presa in carico multidisciplinare, telemedicina, prevenzione e gestione delle cronicità.

L’orario dedicato alla struttura territoriale aumenterebbe progressivamente in base al numero degli assistiti. In pratica, un medico con pochi assistiti svolgerebbe prevalentemente attività territoriale interna alla Casa della Comunità, mentre aumentando il numero dei pazienti aumenterebbe anche il tempo dedicato all’attività ambulatoriale diretta.

Ed è qui che si sta consumando il vero scontro.

Perché una parte importante della categoria paventa la perdita dell’autonomia professionale, la trasformazione in dipendenti pubblici, modelli troppo simili a quelli ospedalieri, una ulteriore burocratizzazione del lavoro e la fine del rapporto fiduciario tradizionale medico-paziente.

Sono timori comprensibili e che non possono essere liquidati come semplice corporativismo.

Ma esiste anche l’altro lato della medaglia.

Il modello attuale è costituito da medici spesso isolati nei propri studi, gravati da un enorme carico burocratico, con difficoltà di integrazione con specialisti e servizi sociali, con scarsa disponibilità di diagnostica territoriale immediata, una evidente frammentazione dei percorsi assistenziali e un ricorso sempre più frequente e improprio ai Pronto Soccorso.

Ed è proprio questo che le Case della Comunità dovrebbero tentare di superare.

Se ben organizzate potrebbero consentire nello stesso luogo una valutazione clinica, esami di laboratorio, diagnostica strumentale di primo livello, prestazioni infermieristiche, teleconsulti specialistici rapidi, presa in carico multidisciplinare e gestione integrata delle cronicità.

Con un vantaggio enorme soprattutto per anziani, fragili, pazienti cronici e aree interne.

Qui però sta entrando in gioco un altro elemento che potrebbe rendere ancora più difficile il mantenimento del Servizio Sanitario Nazionale pubblico.

L’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri (ENPAM) starebbe infatti valutando di mettere a disposizione parte del proprio enorme patrimonio immobiliare per favorire aggregazioni autonome di medici convenzionati esterne alle Case della Comunità pubbliche.

La questione sta quindi assumendo una connotazione fortemente politica.

Perché se il futuro della medicina territoriale dovesse svilupparsi prevalentemente attraverso strutture aggregate private convenzionate, sostenute da grandi soggetti previdenziali e non realmente integrate dentro la rete pubblica territoriale, il rischio sarebbe enorme.

Potrebbe infatti saltare qualsiasi vera strategia sanitaria nazionale integrata.

E questo perché la prevenzione moderna non si realizza negli ospedali.

Gli ospedali devono occuparsi soprattutto di emergenza-urgenza, alta complessità, chirurgie avanzate, robotica, trapianti, oncologia complessa, terapie cellulari e geniche e medicina di precisione.

La prevenzione invece vive quasi interamente nel territorio.

Screening oncologici, prevenzione cardiovascolare, diabete, obesità infantile, vaccinazioni, fragilità, cronicità e prevenzione pediatrica richiedono una programmazione unitaria, interoperabilità dei dati, percorsi condivisi, campagne coordinate, integrazione multidisciplinare e una presenza territoriale capillare.

Ed è difficile immaginare che tutto questo possa essere governato efficacemente se il territorio dovesse frammentarsi in migliaia di strutture autonome convenzionate non realmente integrate nella programmazione pubblica nazionale e regionale.

Il controllo futuro della sanità territoriale, della prevenzione e della programmazione sanitaria nazionale passerà inevitabilmente dal territorio.

Non possiamo consentire che una lotta corporativa mandi per aria il nostro Servizio Sanitario Nazionale pubblico.



Conosco Ugo Dall’Ora sin dalle elezioni politiche del 2022 e ho deciso di sostenerlo alle prossime elezioni comunali di ...
29/05/2026

Conosco Ugo Dall’Ora sin dalle elezioni politiche del 2022 e ho deciso di sostenerlo alle prossime elezioni comunali di Quartu Sant’Elena.
Ugo non arriva dalla politica professionale.
Arriva dal lavoro vero, dall’esperienza concreta maturata per oltre vent’anni nel settore della logistica portuale e dell’intermodalità, tra il Porto Canale di Cagliari e importanti esperienze internazionali nel Mediterraneo.
Ma ciò che più mi ha colpito non è soltanto il suo percorso professionale.
È la visione che porta con sé.
Una visione fatta di:
lavoro,
giustizia sociale,
istruzione,
trasparenza,
sviluppo sostenibile,
diritto dei giovani a costruirsi un futuro in Sardegna.
La sua candidatura nasce anche dalla lunga battaglia condotta come portavoce dei lavoratori del Porto Canale di Cagliari, una vertenza che ha rappresentato non solo una crisi occupazionale, ma il simbolo delle difficoltà strutturali della nostra Isola.
Ugo ha capito una cosa fondamentale:
senza infrastrutture, formazione, innovazione e capitale umano, la Sardegna rischia di restare sempre più isolata.
Ed è per questo che considero particolarmente importante la sua attenzione verso:
• la dispersione scolastica;
• il disagio sociale;
• le opportunità per i giovani;
• la qualità dei servizi pubblici;
• una politica capace di programmare il futuro e non solo inseguire emergenze.
Perché anche Quartu ha bisogno di una classe dirigente capace di collegare sviluppo economico, servizi, formazione, opportunità per i giovani e qualità della vita.
In un tempo in cui la politica appare spesso distante dalla vita reale delle persone, credo servano figure credibili, competenti e capaci di ascoltare.
Per questo motivo sosterrò Ugo Dall’Ora.
Il 7 e 8 giugno, a Quartu Sant’Elena, barrando il simbolo “Polo Civico Uniti in Movimento” e scrivendo DALL’ORA.

Cento anni fa nasceva Miles Davis.E proprio ieri, in una coincidenza che sembra uscita da una struggente pagina della st...
26/05/2026

Cento anni fa nasceva Miles Davis.
E proprio ieri, in una coincidenza che sembra uscita da una struggente pagina della storia del jazz, ci ha lasciati Sonny Rollins, uno degli ultimi giganti viventi di quell’epoca irripetibile. È morto il 25 maggio 2026 a 95 anni.

È come se, nello stesso giorno, il jazz avesse voluto ricordarci contemporaneamente la nascita di una rivoluzione e l’addio ad uno dei suoi ultimi testimoni.

Molti ricordano Miles Davis come un grande trombettista.
In realtà è stato molto di più, un musicista che ha cambiato la musica almeno quattro o cinque volte nel corso della sua vita.

Negli anni ’40 contribuì alla nascita del cool jazz.
Negli anni ’50 trasformò l’hard bop.
Negli anni ’60 raggiunse probabilmente il vertice assoluto della sua arte.
E poi, quando avrebbe potuto vivere di rendita come leggenda del jazz acustico, ebbe il coraggio di inventare ancora, aprendo la strada alla fusion e contaminando jazz, rock, funk ed elettronica.

Per me però il Miles Davis più straordinario resta quello tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60.
Quello di Kind of Blue.

Un disco che sembra sospeso fuori dal tempo. Registrato quasi come un esperimento. Con musicisti ai quali vennero date soltanto poche indicazioni e strutture armoniche essenziali poco prima delle registrazioni. I brani nacquero quindi dall’anima del Jazz, l’improvvisazione guidata dall’intuizione e la sincrasi empatica tra i musicisti in quel momento.
Dentro quel capolavoro c’erano John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley.

E attorno a Miles ruotava anche un altro gigante: Sonny Rollins.

Rollins e Miles avevano suonato insieme negli anni ’50, in un periodo in cui il jazz stava cambiando pelle. Rollins era diverso da tutti, potente, imprevedibile, capace di trasformare qualunque melodia in un’avventura.

C’è una storia incredibile che lo riguarda. Nel 1959, nel pieno del successo, Sonny Rollins sparì letteralmente dalle scene per oltre due anni. Non perché fosse finito. Ma perché pensava di non essere ancora abbastanza bravo.

Passava le giornate ad esercitarsi da solo sul ponte di Williamsburg a New York, spesso nel vento e nel freddo, per non disturbare i vicini con il suono del sax. Da quell’isolamento nacque poi The Bridge.

Oggi una storia così sarebbe quasi incomprensibile.
Viviamo nell’epoca dell’esibizione continua, del successo immediato, dell’algoritmo.
Loro invece inseguivano qualcosa di diverso, la perfezione del suono. O forse la verità.

Miles Davis una volta disse che nella musica le note importanti sono soprattutto quelle che non suoni.
Ed è forse questo il motivo per cui Kind of Blue continua ancora oggi ad essere moderno.

A cento anni dalla nascita di Miles Davis e nel giorno dell’addio a Sonny Rollins, resta una sensazione difficile da spiegare, quella di un’epoca in cui la musica non era soltanto intrattenimento.
Era ricerca. Rischio. Spiritualità. Libertà.



QUANDO C’ERA LA ASL…Leggo le dichiarazioni del sindacalista USB Angioni sul Microcitemico e sinceramente resto sconcerta...
24/05/2026

QUANDO C’ERA LA ASL…

Leggo le dichiarazioni del sindacalista USB Angioni sul Microcitemico e sinceramente resto sconcertato. Perché un sindacalista può e deve protestare, criticare, rivendicare nell’interesse dei lavoratori iscritti al suo sindacato. Ma non può raccontare fanfaluche.

Per esempio sulle “nuove” sale operatorie che sarebbero “pronte ma inutilizzate”.
La verità è un’altra. Quelle sale operatorie nuove non sono, sono vecchie di più di 15 anni e non sono mai entrate in funzione perché mai accreditate. A causa di irregolarità nella loro realizzazione e di contenziosi con l’impresa costruttrice. Altro che “pronte”.

E non è stato trasferito “un reparto” al Brotzu. È stato trasferito praticamente tutto l’Ospedale Pediatrico Microcitemico A. Cao, tranne l’Oncoematologia Pediatrica che era già stata trasferita circa un anno prima. Trasferimento isolato che aveva causato conflitti di attribuzione di responsabilità su quale amministrazione (ASL o ARNAS) dovesse occuparsi di cosa.

Il personale è sostanzialmente lo stesso. Se oggi mancano medici è anche perché negli anni precedenti la ASL, nel trasferimento di competenze all’ARNAS, non ha inserito correttamente nel fabbisogno il personale andato in pensione.

Quanto al “silenzio diffuso”, sinceramente non si capisce di cosa si parli. In questi anni si è parlato eccome. Forse troppo. E spesso a sproposito come sta facendo il sindacalista Angioni.

La verità è che i disastri organizzativi prodotti dal trasferimento deciso dal centrodestra con la Legge 20 non possono essere risolti in cinque mesi. Serve tempo. Molto più tempo.

Ma i primi segnali concreti di costruzione di un vero ospedale pediatrico regionale finalmente si vedono.

Non chiacchiere, ma fatti come il progetto della Terapia Intensiva Pediatrica, che la Sardegna non ha mai avuto e che la presidente e assessora ad interim della Sanità Alessandra Todde sta finalmente cercando di realizzare, con il coinvolgimento delle forze politiche e di tanti professionisti della sanità sarda.
Lo si vede nella realizzazione degli spazi necessari completamente nuovi all’interno dell’OBI del Pronto Soccorso del Brotzu. Lo si vede nella convenzione firmata con il Bambino Gesù per la formazione di medici e infermieri e nell’avvio di un programma di alta formazione in rianimazione pediatrica.
Lo si vede con l’arrivo all’interno del servizio delle malattie rare di una oculista super-specialista che ama il proprio lavoro e gli occhi dei bambini affetti da malattie rare.

Inoltre, a smentire il sindacalista Angioni proprio in questi giorni si è tenuto un importante convegno organizzato dal direttore della pediatria del Brotzu, il dr. Giuseppe Masnata. Il congresso ha visto partecipare insieme tutti i professionisti dei due ospedali che oggi finalmente stanno tornando a lavorare come un’unica comunità pediatrica regionale. E questo è il vero messaggio positivo da valorizzare.

Dopo anni di immobilismo, di problemi irrisolti e promesse mancate, finalmente sembra essere stata imboccata la direzione giusta che coinvolge tutti i lavoratori che stanno dedicando la propria vita professionale alla cura dei bambini e delle loro famiglie.

Mauro Congia, rappresentante CIMO Microcitemico



LA SARDEGNA È UNA PIATTAFORMA ENERGETICA.Sin da bambino ho sempre visto il paesaggio della Sardegna costellato di riforn...
15/05/2026

LA SARDEGNA È UNA PIATTAFORMA ENERGETICA.

Sin da bambino ho sempre visto il paesaggio della Sardegna costellato di rifornitori di carburante.
Lungo le statali, nelle provinciali, all’ingresso e all’uscita dei paesi. Fanno semplicemente parte del paesaggio. Ricordo persino che da piccolo mi piaceva l’odore della benzina quando qualche goccia fuoriusciva dal becco della p***a. Oggi quello stesso odore mi dà invece il voltastomaco.

Ma cosa sono realmente i distributori di carburante?
Sono enormi sistemi di accumulo energetico.
Potremmo definirli “batterie liquide” diffuse lungo tutto il territorio.
Eppure nessuno si sognerebbe di organizzare manifestazioni contro i distributori di benzina, gasolio o GPL.
Li troviamo normali.
Ci siamo abituati.
Anche quando si trovano vicino a coste, campagne, aree archeologiche o nuraghi.

Eppure quell’energia accumulata viene poi trasferita nei serbatoi delle nostre auto e bruciata.
E ogni litro consumato produce CO₂, inquinanti e gas serra.

In questi mesi il centrodestra regionale e nazionale ha scelto di trasformare la speculazione sulle FER in una clava politica contro la Giunta di Alessandra Todde. E una parte importante del sistema mediatico sardo alimenta quotidianamente questa narrazione, descrivendo pale eoliche, fotovoltaico e batterie di accumulo come una minaccia esistenziale per l’Isola. Come se il problema energetico della Sardegna iniziasse oggi e non affondasse invece le sue radici in decenni di dipendenza dal fossile.
Conviene quindi restare lucidi e partire dai fatti.
La Sardegna convive da decenni con una gigantesca infrastruttura energetica fossile.
Abbiamo:
• una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo a Sarroch;
• centrali termoelettriche a carbone;
• poli industriali pesanti;
• depositi petroliferi;
• centinaia di distributori di carburante;
• migliaia di ettari industriali contaminati.
Solo stimando le superfici direttamente occupate:
• i distributori di carburante occupano circa 200 ettari;
• la centrale di Fiume Santo circa 153 ettari;
• la centrale di Portovesme circa 63 ettari;
• il polo industriale di Sarroch oltre 730 ettari;
• il sito industriale di Portovesme oltre 70 ettari.

Totale minimo stimabile: oltre 1.200 ettari di territorio già occupati dal sistema energetico fossile.
Più di 12 km².
Circa 1.700 campi da calcio.
E questa è una stima prudenziale.
Non comprende:
oleodotti, porti petroliferi, aree SIN, infrastrutture logistiche, depositi secondari, strade di servizio, aree contaminate indirette e tutte le servitù industriali costruite attorno al fossile negli ultimi cinquant’anni.

La Sardegna quindi non rischia di diventare una piattaforma energetica.
La Sardegna lo è già da moltissimo tempo.
La vera differenza è che il sistema fossile è diventato invisibile perché ci siamo cresciuti dentro.
Ci siamo abituati alle raffinerie.
Ci siamo abituati ai serbatoi.
Ci siamo abituati alle centrali.
Ci siamo abituati ai distributori disseminati ovunque.

Le pale e i pannelli colpiscono gli occhi perché appartengono a un paesaggio energetico nuovo.
Raffinerie, depositi petroliferi, serbatoi e centrali invece sono diventati invisibili non perché non esistano, ma perché ci siamo abituati alla loro presenza.

Questo significa che il rischio speculativo sulle FER non esiste?
No. Esiste eccome.
I progetti presentati superano di gran lunga gli obiettivi assegnati alla Sardegna.
Ed è giusto pretendere regole, pianificazione, limiti e tutela del territorio.
Per questo la Giunta guidata da Alessandra Todde ha tentato di intervenire prima con una moratoria temporanea e poi con la legge sulle aree idonee, per distinguere chiaramente dove gli impianti possono essere realizzati e dove invece devono essere vietati.
Sappiamo che parti della legge regionale sono state contestate e in parte bocciate dalla Corte Costituzionale.
Ma la Regione non ha rinunciato a governare il processo e sta lavorando per rafforzare e correggere la propria normativa e, nel frattempo, ha impugnato davanti alla Consulta anche la nuova legge nazionale sulle aree idonee, ritenuta lesiva delle prerogative statutarie della Sardegna.
La Regione dovrà quindi rafforzare ulteriormente quegli strumenti, rendendoli pienamente coerenti con il quadro nazionale ed europeo, per evitare che la Sardegna subisca ancora una volta decisioni energetiche prese altrove.

Perché la vera sfida non è bloccare ideologicamente la transizione energetica.
La vera sfida è governarla.
Utilizzando prima le aree industriali dismesse.
Bonificando i siti contaminati.
Sviluppando fotovoltaico su tetti, capannoni e parcheggi.
Integrando accumuli ed eolico dove l’impatto è sostenibile.
Costruendo una filiera energetica sarda capace di creare lavoro e trattenere valore economico nell’Isola.

La dimostrazione che questa strategia sarà premiale per il futuro energetico dell’isola viene dall’esempio spagnolo.
Mentre in Italia continuiamo a dipendere dal gas e dai combustibili fossili, la Spagna, che ha investito massicciamente nelle rinnovabili, oggi paga l’energia molto meno, circa il 26% in meno per le famiglie e quasi il 60% in meno per molte imprese energivore.

La situazione geopolitica internazionale di questi anni ci sta mostrando con estrema chiarezza che la dipendenza dai combustibili fossili non produce soltanto emissioni e danni ambientali. Produce anche energia più costosa, bollette più alte per famiglie e imprese, maggiore fragilità economica e una pericolosa dipendenza strategica da crisi, guerre e tensioni internazionali che spesso non controlliamo.

E mentre il Governo Meloni, dopo la sconfitta referendaria, tenta di rilanciare il vecchio mito del nucleare come risposta ai problemi energetici del Paese, la transizione energetica reale continua ad avanzare in tutto il mondo, soprattutto in Cina, attraverso investimenti giganteschi in rinnovabili, accumulo energetico, reti intelligenti ed elettrificazione dei consumi.

Quindi la domanda corretta non è se la transizione energetica arriverà anche qui.

La vera domanda è quando arriverà, si spera non troppo tardi, e soprattutto se la Sardegna la subirà ancora una volta come una servitù energetica decisa altrove, oppure se riuscirà finalmente a governarla, come sta tentando di fare la Giunta guidata da Alessandra Todde, con pianificazione, pragmatismo e tutela dell’interesse pubblico.


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Cagliari

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