17/05/2026
NOI, STORIE E NON SOLO
Elogio della Supervisione
che ha cambiato la mia “borsetta”
Ci sono momenti, nel lavoro sociale, in cui non c’è tempo per fermarsi.
Arriva una segnalazione, una telefonata, una situazione urgente, e ci si alza dalla scrivania per andare, raccogliendo solo la propria borsetta.
Dentro non c’è un progetto strutturato, né un intervento definito nei suoi passaggi, ma c’è tutto ciò che in quel momento serve per esserci: l’esperienza, la capacità di ascolto, l’intuizione, la disponibilità a stare dentro situazioni complesse.
È un modo di lavorare che nasce dalla necessità, dalla pressione dei tempi, dalle richieste che arrivano spesso senza preavviso, da ciò che accade quando l’oggetto del tuo lavoro è l’essere umano. Tale modalità si inserisce in un contesto organizzativo e istituzionale in cui al lavoro sociale è frequentemente richiesto di intervenire rapidamente, di rispondere a bisogni urgenti, di “risolvere” situazioni complesse.
In questi contesti, agli assistenti sociali viene spesso attribuito un ruolo orientato alla gestione dell’immediato e alla riduzione dell’impatto che alcune situazioni possono generare sul piano sociale e, talvolta, anche mediatico.
Questo orientamento, pur comprensibile, rischia però di comprimere lo spazio della riflessione professionale senza prevedere una costruzione metodologica dell’intervento.
In questa cornice diventa difficile autodeterminare il proprio agire, negoziare tempi e modalità di intervento e dare forma a pratiche realmente riflessive sentendosi costretti in spazi e tempi che non garantiscono la realizzazione d’interventi secondo il principio di autonomia professionale.
Il cambiamento di prospettiva, allora, non può che partire da noi: dalla capacità di rimettere in discussione questa narrazione e ridefinire, con consapevolezza, i tempi dell’intervento professionale.
La borsetta, allora, non è soltanto una modalità operativa: è anche il segno di uno spazio professionale che fatica a trovare riconoscimento come scienza, sia all’interno della comunità professionale sia all’esterno.
Eppure, portando con noi tutto quello che abbiamo imparato, negli ultimi anni, possiamo metterci dentro anche la supervisione professionale che è diventata uno strumento strutturale e, in alcuni contesti, obbligatorio. Ecco perché dico che la supervisione ha cambiato la mia cassetta degli attrezzi.
Tuttavia, la supervisione non sempre è stata immediatamente percepita come un’opportunità dalla comunità professionale. Per chi è immerso nell’operatività quotidiana, ritagliarsi tempo per fermarsi, restare seduti, confrontarsi, può apparire inizialmente come una forma d’intrusione, difficile da sostenere e distante dalle urgenze.
Eppure, proprio in quella sospensione dell’azione, si apre uno spazio diverso: uno spazio in cui resistere all’impulso di rispondere immediatamente e coltivare un nuovo impulso, quello di chiedere, interrogarsi, ascoltarsi per ri-orientare le scelte professionali.
Progressivamente, ciò che appariva come un insieme di azioni dettate dall’urgenza si configura come un agire professionale dotato di senso, orientato da riferimenti, costruito nella relazione secondo il paradigma del “devo-posso-voglio”. La supervisione diventa così non solo spazio di sostegno, ma luogo di costruzione di conoscenza, in cui il lavoro sociale può riconoscersi come pratica riflessiva e generativa.
In questa prospettiva, il lavoro sociale può e deve essere pienamente riconosciuto come pratica dotata di una propria scientificità: non fondata sulla rigidità dei modelli, ma sulla capacità di generare conoscenza a partire dall’incontro, dal contesto, dal confronto. Forse è proprio da qui che il lavoro sociale può riappropriarsi della propria identità: non rinunciando alla borsetta, ma imparando a riconoscerla, nominarla e trasformarla in conoscenza. La supervisione è un’opportunità necessaria, ricordiamocelo.
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Aurora Giuliani, Puglia