30/04/2026
"QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DER PATENTINO A BOLZANO"
Viviamo tempi modernissimi: intelligenza artificiale, traduzioni simultanee, persone che arrivano da ogni parte del mondo, società che cambiano alla velocità della fibra ottica. E poi c’è la burocrazia, che invece viaggia ancora in carrozza, trainata da due muli (a Bozen uno italiano e uno tedesco) e da un regolamento del secolo scorso.
Il “Patentino”, oggi conservato con la devozione con cui si espongono i fossili nei musei, intoccabile, immutabile, impermeabile alla realtà, resta un Totem. Il mondo fuori cambia volto ogni cinque minuti, ma dentro gli uffici si continua a difendere un panorama umano fermo a quando il massimo dell’esotico era uno di Vipiteno che si trasferiva a Merano.
Nel frattempo, negli ospedali, negli sportelli e nei servizi pubblici arrivano cittadini che parlano arabo, urdu, albanese, rumeno, cinese semplificato, senegalese, uzbeco e magari pure un ottimo italiano imparato lavorando. Ma niente: il vero problema resta verificare se si possieda il certificato giusto per dimostrare di saper dialogare con il fantomatico “Sepp”, contadino tirolese del 1954, figura mitologica evocata a ogni concorso pubblico, probabilmente immortale e tuttora regolarmente iscritto alle liste elettorali del suo Comune.
Puoi aver studiato anni, salvato vite, maturato esperienza in reparti difficili, parlare con pazienti di mezzo mondo e capire al volo sintomi in tre continenti. Ma senza il patentino giusto, niente "camice". Il malato può attendere con serenità burocratica, perché il principio sembra essere questo: meglio un medico in meno che un congiuntivo imperfetto. Meglio una corsia scoperta che una visita con accento sospetto. Meglio allungare le liste d’attesa che rischiare una prescrizione pronunciata con cadenza forestiera.
Così la tutela diventa ostacolo, la garanzia si trasforma in barriera, e il principio sacrosanto degenera in rito amministrativo. Non si selezionano più persone capaci di servire una comunità reale, ma aspiranti sacerdoti del modulo timbrato.
La domanda, allora, non è se proteggere le lingue. Quello è giusto. La domanda è se abbia senso farlo ignorando le reali necessità dei cittadini, delle persone che oggi riempiono corsie, scuole, uffici e piazze. Difendere il proprio passato va benissimo, purché non significhi impedire al presente di entrare dalla porta.
Perché una norma pensata per includere, quando non si aggiorna, finisce spesso per fare l’unica cosa che la burocrazia sa fare benissimo: escludere.
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