Italia Israele Provincia autonoma di Bolzano

Italia Israele Provincia autonoma di Bolzano Alto Adige Südtirol e Israele si incontrano. Due piccole realtà, così piccole che devono essere sempre grandi per esistere.

Dopo tre anni, è giunta al termine la missione in Italia dell’Ambasciatore Dror Eydar, che oggi 4 settembre lascia l’inc...
04/09/2022

Dopo tre anni, è giunta al termine la missione in Italia dell’Ambasciatore Dror Eydar, che oggi 4 settembre lascia l’incarico.
Con le sue “cartoline da Roma” sui social network ha aperto la strada a una comunicazione meno formale e più immediata che ha avvicinato gli italiani, ebrei e no, alle ragioni di Israele.

Grazie e arrivederci in Israele

Shalom

11/02/2022

Il Presidente di Israele יצחק הרצוג - Isaac Herzog 🇮🇱 e il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella 🇮🇹 hanno avuto una conversazione telefonica molto amichevole lo scorso venerdì, durante la quale hanno discusso delle profonde relazioni bilaterali e dell'ulteriore rafforzamento di future collaborazioni in ambiti specifici.

Photo credits 📸: Quirinale.it

23/01/2022
12/01/2022
Perché? Perché l’odio, perché la violenza, perché – nel migliore dei casi – l’indifferenza? Tutti noi, quando poco più c...
18/02/2021

Perché? Perché l’odio, perché la violenza, perché – nel migliore dei casi – l’indifferenza? Tutti noi, quando poco più che bambini iniziamo a confrontarci con “la notizia”, con l’idea di quello che il nostro popolo ha dovuto sopportare con la Shoah e lo sterminio di gran parte degli ebrei che vivevano in Europa alla metà del Novecento, tutti noi abbiamo sentito nel cuore e nella mente questo inevitabile interrogativo. Ma non è solo la domanda retorica di chi non si capacita di una assurda enormità. È la domanda che spinge decine di storici ad affrontare il tema della Shoah. Un bisogno di capire, di darsi una ragione. E questa ragione spesso sfugge, anche a chi è del mestiere. Si parla così di “follia nazista”, “Hi**er era un pazzo”. Si tirano fuori persino risvolti esoterici, mistici. Si scomodano i rapporti personali difficili dei vertici del nazismo con i loro compagni ebrei. Ma ovviamente tutto questo non basta a spiegare “la misura” della Shoah. Non basta a mettere in moto e nutrire una macchina dello sterminio che ha cancellato milioni di uomini, donne e bambini dalla faccia della terra. Non basta, no. E allora la domanda perché? resta sospesa.

Il pregio del libro di Götz Aly, Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? è quello di ricostruire un passato, quello del popolo tedesco, della nazione germanica, e degli ebrei in mezzo a loro partendo da molto lontano, dalla radici della simbiosi ebraico-tedesca. Si scopre così che il “perché” può avere risposta, anzi ne ha diverse. E il fatto di dare risposta alla domanda fondamentale implica la capacità di dare nel contempo una “prospettiva”, una “visione” dell’oggi e del futuro che rende la lezione di Aly tutt’altro che sterile erudizione. Oggi che l’odio per il diverso, le pulsioni distruttive verso i nemici “di genere” continuano ad infettare le società, a livello planetario.

Ma partiamo da un dato: nell’anno 1900, in Germania, gli studenti ebrei che conseguivano la maturità erano otto volte di piú dei loro compagni cristiani. E cento anni prima, il gap era ancora maggiore. “Sin dall’inizio del XIX secolo fu evidente che per gli studenti ebrei era più facile imparare a leggere, scrivere e far di conto, strumenti da allora in poi imprescindibili. Nel 1743 il quattordicenne Moses Mendelssohn sapeva leggere e scrivere, parlava yiddish, ebraico, aramaico e tedesco”. Solo nel 1900 le grandi città tedesche ebbero un liceo, mentre ovunque gli ebrei, almeno da 100 anni prima, avevano dato ai propri figli l’istruzione superiore, fondando scuole tecniche e umanistiche.

Se per i signori locali istruire i ragazzi cristiani era considerato un pericoloso veicolo di emancipazione e ribellione, dalle comunità ebraiche ogni sia pur cauto segno di libertà, ogni spazio di tolleranza, veniva colto e sfruttato per crescere dal punto di vista sociale, culturale ed economico. I tedeschi vedevano in tutto questo non solo un pericolo, una rivalità, ma soprattutto il segno di una “diversità”.

“Chi vuole capire l’antisemitismo della maggioranza tedesca deve anche parlare delle attitudini e del desiderio di cultura, della presenza di spirito e della rapida ascesa sociale di così tanti ebrei. Solo allora risulteranno evidenti sia il contrasto con la maggioranza dei tedeschi, nel complesso inerte e lenta ad accettare i cambiamenti, sia gli alibi dell’antisemitismo. Solo allora sarà possibile capire perché gli antisemiti erano persone rose dalla gelosia e dall’invidia”.

La tesi di Aly è che gli ebrei erano in Germania tutto ciò che i tedeschi non erano. Avevano tutto ciò che i popoli germanici desideravano da tempo: radici antiche, una lingua comune, tradizioni estese e condivise.

“L’insicurezza insita nel nazionalismo tedesco condusse tra il 1800 e il 1933 ai noti eccessi di isterica millanteria”, scrive Aly. L’insicurezza è quella di coloro che degli ideali della rivoluzione francese e del secolo dei Lumi colsero l’aspetto dell’uguaglianza come un comodo nido, dove sparire come individui. Un popolo che non volle assumersi il rischio della libertà individuale, per la quale si sentiva inadeguato. Ed è per la diffusione massiccia e la profondità di questi sentimenti “tedeschi” che li ritroviamo declinati con poche varianti sia nei democratici, sia nei conservatori. Ciascuno a suo modo costruì “buone ragioni” per odiare gli ebrei.

“Solo un popolo di servi può provare piacere nello schiavizzare una minoranza”, scriveva nel 1831 Gabriel Riesser, politico tedesco pioniere dell’idea dell’emancipazione ebraica. E lo scriveva perché da ogni parte si levavano voci favorevoli alla discriminazione degli ebrei, a contenerne le libertà e l’ascesa sociale, ad impedirne l’accesso all’insegnamento nelle cattedre universitarie e alla carriera militare.

E fu sotto la Repubblica di Weimar, l’ultima luce democratica prima dell’avvento di Hi**er, che fu istituita nel 1923 presso l’Università di Monaco la prima cattedra tedesca di Igiene razziale e nel 1927 l’Istituto berlinese di antropologia, dove lavorò Josef Mengele. Fu lì che i pregiudizi antisemiti si ammantarono di validità scientifica, ben prima dell’avvento della “follia nazista”.

Fu lì che gli ebrei, sotto l’egida di una prestigiosa università e all’ombra della Repubblica, si videro descrivere come una “stirpe bastarda, totalmente avulsa dal contesto europeo, caratterizzati dalla sorprendente capacità di entrare nella mente degli altri uomini e guidarli secondo il loro volere”.

“In Germania gli ebrei non avevano a che fare con un solo nemico, ma con cinque diversi correnti antiebraiche animate da altrettante motivazioni e dunque contrarie all’emancipazione: in primo luogo con l’antico pregiudizio religioso; poi con la paura del progresso che caratterizzava i ceti tradizionali; terzo, con la borghesia avida di protezioni statali invece che di libertà; quarto con l’odio per lo straniero dei nazionalrivoluzionari tedeschi, che legavano il concetto di popolo all’idea di una religione, di una storia e di una lingua comune; infine con i romantici tedeschi e cristiani di idee riformatrici”. Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? Ecco perché. L’antisemitismo divenne patrimonio comune dei tedeschi, un collante formidabile. Come avrebbero potuto salvarsi gli ebrei?

Le premesse erano gettate da secoli, la modernità pseudo-scientifica dava il suo imprimatur all’odio e alla discriminazione, le masse non aspettavano altro. Soprattutto quando la dittatura tolse al popolo la responsabilità dei propri sentimenti antisemiti e li impose addirittura, con gli annessi vantaggi della distribuzione dei beni sequestrati, dei posti di lavoro che si liberavano a favore dei tedeschi puri.

“L’antisemitismo elevato nel 1933 a scopo dello Stato affrancò il tedesco dalla vergogna e dalla responsabilità”. L’invidia sociale, protetta dalla legge, poteva a quel punto bearsi dell’umiliazione dell’ebreo, della sua persecuzione, spoliazione, della violenza che in modo sempre più sistematico iniziò a colpirlo.





Götz Aly, Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? Uguaglianza, invidia e odio razziale (1800-1933), traduzione di Valentina Tortelli, Einaudi Storia, pp. XX – 284, € 32,00. Lo storico Götz Aly (Heidelberg 1947) insegna al Fritz Bauer Institut presso l’Università di Francoforte. Giornalista tra i piú noti, ha pubblicato numerosi studi sul nazionalsocialismo e sullo sterminio ebraico. Per Einaudi ha pubblicato Lo stato sociale di Hi**er (2007) e Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? (2013).

“L’Europa è incapace di fronteggiare il nuovo antisemitismo“ Federico Steinhaus, già Presidente della Comunità ebraica d...
23/06/2019

“L’Europa è incapace di fronteggiare il nuovo antisemitismo“ Federico Steinhaus, già Presidente della Comunità ebraica di Merano, interverrà sul tema “Paura e pregiudizi – un mix pericoloso?” all’Accademia di Merano.
La convivenza nel segno della tolleranza appare oggi più difficile che mai. Gli attacchi ai “diversi” sono sempre più numerosi, in Germania, per esempio le espressioni ed i reati di natura antisemita l’anno scorso sono aumentati del 20 per cento. In più, si moltiplicano i fenomeni di razzismo. Quali sono i motivi di tale deriva, e in che modo è possibile combattere questo miope fanatismo? Nell’ambito dei “Dialoghi Merano”, un’iniziativa dell’Accademia di Studi italo-tedeschi, parte della Piattaforma EUREGIO “Dignità e diritti umani”, interverrà una persona la cui famiglia ha subito l’antisemitismo sulla propria pelle. Federico Steinhaus, nato del 1937, è stato a lungo Presidente della Comunità ebraica di Merano.
Dialogando con il giornalista Eberhard Daum ripercorrerà le proprie esperienze personali e tratterà in chiave critica l’antisemitismo, il razzismo e la xenofobia. Alcuni giorni fa Felix Klein, il responsabile per la lotta all’antisemitismo del governo tedesco, ha invitato gli ebrei in Germania a non indossare sempre e ovunque la kippah. Quali sentimenti suscitano in Lei queste affermazioni?
Già il fatto che uno Stato debba nominare un responsabile per la lotta all’antisemitismo la dice lunga sul fallimento della politica. L’Europa è incapace di fronteggiare il ritorno dell’odio nei confronti degli ebrei.
Le parole di Klein sono espressione dell’incapacità di contrastare il fenomeno o della mancanza di disponibilità, da parte dello Stato, di combattere in maniera mirata tali manifestazioni di antisemitismo?
L’Europa vuole dimenticare la Shoah, il tentativo di sterminare il popolo ebraico, e la presenza di una forte minoranza islamica in molti Paesi vi contribuisce. L’estrema destra, l’estrema sinistra e l’odio islamico si rafforzano a vicenda. La Francia, il Regno Unito, il Belgio, l’Olanda, la Svezia, la Norvegia e la Germania rappresentano esempi tanto tristi quanto drammatici.
L’antisemitismo esiste da oltre 2000 anni. Per quali ragioni?
Nel corso dei secoli, l‘antisemitismo si è adattato ai tempi. All’inizio vi era un pregiudizio religioso, gli ebrei erano considerati gli assassini di Cristo, il che causò persecuzioni e uccisioni di massa nell’Europa cristiana. Nel ventesimo secolo l’Europa del nazi-fascismo riprese questo odio sotto forma del razzismo, nonostante gli ebrei non siano una razza, e oggi assistiamo all’odio contro Israele, che si estende a tutti gli ebrei, fomentato dall’islam con argomentazioni di natura sia religiosa che politica. Devo anche aggiungere che questa forma di antisemitismo è la prima che si manifesta al di fuori dell’Europa. Oltre all’antisemitismo esistono anche altre forme di odio nei confronti dei “diversi”, quali i profughi, gli stranieri o gli appartenenti ad altre religioni.
Cosa scatena questi crescenti fenomeni di radicalizzazione?
L’incertezza e la mancanza di valori morali sono una prima risposta, seppure incompleta. In tempi di crisi economica e politica la paura si trasforma in odio nei confronti dei ceti sociali più deboli. Che poi alcuni politici ne facciano una strategia politica purtroppo è inevitabile.
La politica ha fallito?
Più che un fallimento della politica queste correnti antisemite mostrano un fallimento della morale. Non va poi sottovalutato ciò che accade nel quadro delle Nazioni Unite, ove un forte pregiudizio contro Israele provoca, a causa delle maggioranze automatiche, accuse e condanne nei confronti dello Stato ebraico. Non dobbiamo dimenticare che il Consiglio d’Europa ha definito all’unanimità i pregiudizi ed il boicottaggio contro Israele una nuova forma di antisemitismo.
Federico Steinhaus per DOLOMITEN

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20/01/2019

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10/11/2018

Capacità industriale italiana e digitalizzazione israeliana opportunità da cogliere. Italia porta aperta per l’Europa. Energia, real estate e infine il grande oro del turismo per il quale l’invito agli italiani è di visitare la Terra Santa e scoprire e intrattenere un rapporto personale con lo Stato ebraico.

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