Partito Comunista Italiano - Emilia Romagna

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Il Partito Comunista Italiano è l’organizzazione politica d’avanguardia della classe operaia e di tutte le lavoratrici e lavoratori che, nella realtà del Paese,
Lottano per l’indipendenza e la libertà, per l’edificazione della democrazia, per l’eliminazione dello sfruttamento, per la libertà e la valorizzazione della personalità umana, per la pace tra i popoli: per il socialismo.

07/04/2026

𝗟'𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔 𝗥𝗜𝗣𝗨𝗗𝗜𝗔 𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔 🌎
𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗮𝗴𝗮𝗻𝗱𝗮 𝗯𝗲𝗹𝗹𝗶𝗰𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲 𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘂𝗻𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝘁𝗮'

Giovedì 𝟵 𝗔𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲 - 𝗼𝗿𝗲 𝟮𝟭:𝟬𝟬
Incontro di formazione online 🖥️

𝗟𝗶𝗱𝗶𝗮 𝗠𝗮𝗻𝗴𝗮𝗻𝗶
Dipartimento Istruzione PCI
𝗠𝗮𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗟𝗼𝗻𝗴𝗼𝗯𝗮𝗿𝗱𝗶
Dipartimento Formazione PCI
𝗟𝘂𝗰𝗮 𝗖𝗲𝗿𝗰𝗮𝗺𝗼𝗻𝗱𝗶
Segreteria FGCI
𝗟𝘂𝗰𝗮 𝗖𝗮𝗻𝗴𝗲𝗺𝗶
Docente e autore

PCI - Partito Comunista Italiano
FGCI - Federazione Giovanile Comunista Italiana

Link per partecipare alla conferenza su Microsoft Teams: 👇🏼
https://teams.microsoft.com/dl/launcher/launcher.html?url=%2F_%23%2Fmeet%2F37134002861541%3Fp%3DPq1gCP1ii9iDsaSIeR%26anon%3Dtrue&type=meet&deeplinkId=4ba7ca13-9a04-4ba1-a918-614be21fd6b7&directDl=true&msLaunch=true&enableMobilePage=true&suppressPrompt=true

20/02/2026

𝗦𝗨𝗜 𝗟𝗘𝗚𝗔𝗠𝗜 𝗧𝗥𝗔 𝗟𝗢 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗜𝗠𝗣𝗘𝗥𝗜𝗔𝗟𝗜𝗦𝗧𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗘 𝗘𝗗 𝗜 𝗚𝗥𝗨𝗣𝗣𝗜 𝗝𝗜𝗛𝗔𝗗𝗜𝗦𝗧𝗜 𝗜𝗡 𝗔𝗙𝗥𝗜𝗖𝗔 𝗢𝗖𝗖𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗔𝗟𝗘

Si susseguono gli attacchi terroristici dei gruppi jihadisti contro l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) formata da Mali, Burkina Faso e Niger, tre paesi dell’Africa Occidentale colpevole di essersi sottratti allo sfruttamento dello stato imperialista francese, che nonostante l’indipendenza formale concessa nel secolo scorso continuava a soggiogarli con politiche neocoloniali, per neutralizzare le quali le truppe francesi sono state fatte uscire da questi paesi e gli accordi commerciali penalizzanti sono stati abrogati.

Una pratica di indipendenza subito attaccata dall’Occidente, sia per i mancati guadagni che per il timore che altri stati possano seguire l’esempio della Alleanza del Sahel.

Così:
• il Mali ha dovuto affrontare problemi gravi di approvvigionamento di carburante a causa degli attacchi contro le cisterne che rifornivano i vari distretti del Paese;
• in Burkina Faso è stato recentemente scoperto e vanificato l’ennesimo tentativo di magnicidio perpetrato contro Ibrahim Traore, il presidente che fa rivivere le politiche rivoluzionarie ed anticoloniali di Thomas Sankara e gode di ampia popolarità sia in Burkina che tra la gioventù degli altri paesi africani;
• in Niger si è avuto un attacco su ampia scala all’aeroporto Diori Hamani di Niamey, dove un gruppo di mercenari ha tentato di irrompere nella base aerea 101 nelle prime ore di giovedì 5 febbraio scorso, aggressione che peraltro si è conclusa con un pesante bilancio per gli attaccanti dato che un totale di 20 mercenari sono stati uccisi e 11 arrestati, oltre al sequestro di veicoli e materiale bellico utilizzato nell'operazione.

Sulla base delle informazioni acquisite sul campo e dagli interrogatori degli arrestati, il presidente del Niger, il generale Abdourahamane Tiani, ha accusato i leader Emmanuel Macron (Francia), Alassane Ouattara (Costa d'Avorio) e Patrice Talon (Benin) di essere i mandanti dell'attacco, sottolineando che avrebbero ordinato l’azione contro l'aeroporto come parte di un complotto estremista, aggiungendo in una recente intervista tutta una serie di ulteriori informazioni che depongono per un ruolo attivo di Parigi nell’organizzazione non solo di questo attentato ma anche nei sequestri di almeno tre cooperanti europei, messi in atto recentemente -o ancora in corso- dai gruppi jihadisti.

La mole di evidenze disponibili sulle relazioni tra agenti dello stato imperialista francese ed i gruppi jihadisti che ricevono armi, supporto logistico e di intelligence al fine di sabotare l’economia e decapitare la dirigenza politica dell’Alleanza degli Stati del Sahel è tanto imponente quanto politicamente pesante, dato che smaschera le retoriche sulla difesa della democrazia di cui ama ammantarsi il personale politico imperialista francese.

Più in generale quanto fa Macron non è diverso da quanto fanno gli altri stati occidentali nelle loro zone di influenza, dove elementi suprematisti di matrici nazista (Ucraina) o jihadista (Siria, Iraq, etc.) vengono supportati e talora creati al fine di sabotare e rovesciare i governi che cercano in vario modo di sottrarsi alle catene neocoloniali dell’Occidente capitalista.

In particolare, nei tre paesi del Sahel sopra citati si è creata un innovativo blocco politico e sociale tra settori di borghesia nazionale, ampi settori popolari ed esercito per la sua capacità di marginalizzare la borghesia compradora e le forze politiche assimilazionist. La AES ha creato una banca propria grazie al riconquistato controllo sulle proprie miniere d’oro, sta creando una moneta sganciata dal franco CFA, recupera le quote di valore prodotte dalle materie prime, dalle monocolture e dai servizi di distribuzione di carburante, alimentari, acqua, telefono ed elettricità - tutte in mano a multinazionali occidentali con un ruolo preminente delle società francesi che prima venivano drenate verso i paesi capitalistici – nazionalizzando miniere, riscrivendo i contratti,

trasformando in loco le materie prime in semilavorati, internalizzando servizi e reti di distribuzione, avviando nuovi impianti per la produzione in loco di beni, raggiungendo l’autosufficienza alimentare, etc. che hanno di molto ridotto i flussi di valore dalle periferie alle metropoli e costringendo così Macron ad avviare politiche di taglio alla spesa sociale.

I paesi del Sud del Mondo si stanno organizzando per godere della ricchezza che viene estratta dalle loro miniere, dai loro campi e dalle loro attività produttive e sociali, chiamando i propri eserciti a sostenere l’impatto militare della reazione occidentale, che ora, rabbiosa, li sta investendo, accumunandone, al di là dei toni e delle retoriche, le politiche di aggressione militare: l’abbiamo visto con il sequestro del presidente legittimo della Repubblica Bolivariana del Venezuela Maduro e della sua compagna, con la stessa invasione militare del Venezuela, con le sanzioni che mirano a privare Cuba del petrolio, con gli attentati che squassano il Medio Oriente dalla Siria al Pakistan, il genocidio del popolo palestinese, gli attacchi all’Iran e lo vediamo or , per l’appunto, con gli attacchi di mano jihadista e di regia francese agli stati dell’Allenza del Sahel.

In questa cornice il Partito Comunista Italiano:
• esprime la propria solidarietà alle popolazioni ed ai governi che cercano di sottrarsi al giogo neocoloniale delle potenze occidentali;
• ne sostiene i percorsi verso l’indipendenza economica, politica e militare nella prospettiva di un miglioramento reale delle condizioni di vita di masse enormi di contadini e proletari oggi costretti a vivere in condizioni di estrema indigenza per lo sfruttamento loro imposto dal modo di produzione capitalistico;
• denuncia l’ipocrisia delle élite occidentali che sono disposte a tutto pur di mantenere in condizioni di sfruttamento i popoli del sud del mondo e la crisi etica che ne scuote le fondamenta;
• evidenzia l’acuirsi dei processi di sfruttamento di classe, ambiente, etnia, genere e vita all’interno degli stessi paesi capitalistici;
• sostiene la necessità di superare in avanti le crisi economiche, sociali, politiche ed ambientali che scuotono i nostri paesi che non possono essere risolte dalla alternanza tra forze politiche della destra filocapitalista con quelle della sinistra neoliberale e viceversa, mentre richiedono l’affermazione di una alternativa di sistema, cioè la costruzione condivisa di una moderna società socialista.

Carlo Romagnoli
Segreteria nazionale PCI

20/02/2026

𝗥𝗘𝗙𝗘𝗥𝗘𝗡𝗗𝗨𝗠 𝗦𝗨𝗟𝗟𝗔 𝗚𝗜𝗨𝗦𝗧𝗜𝗭𝗜𝗔: 𝗜𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗣𝗘𝗥 𝗜𝗟 𝗡𝗢 ✍🏼

Il Partito Comunista Italiano invita cittadine e cittadini a votare NO al referendum sulla riforma della giustizia promossa dal Governo. Una riforma costituzionale che rappresenta un grave attacco all’equilibrio tra i poteri dello Stato e all’autonomia e indipendenza della magistratura, pilastri fondamentali dello Stato di diritto.

Il 22 e 23 marzo saremo chiamati a esprimerci sulla cosiddetta “riforma Nordio”, che modifica ben sette articoli della Costituzione relativi all’ordinamento giudiziario. Ancora una volta, invece di attuare la Costituzione a beneficio dei cittadini, si interviene per modificarla nell’interesse del Governo, alterando profondamente l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Carta costituzionale.

La riforma non affronta i problemi reali e strutturali della giustizia italiana: la cronica carenza di personale, l’insufficienza delle risorse e degli strumenti, l’inadeguatezza delle strutture, né le cause dei lunghi tempi dei processi, che producono disagi e danni concreti ai cittadini sia nel settore penale che in quello civile. Al contrario, introduce nuovi organismi, moltiplica le procedure, disperde risorse e aumenta i costi, complicando ulteriormente il funzionamento del sistema giudiziario.

La riforma interviene invece su profili costituzionali delicatissimi, minando l’autonomia e l’autodeterminazione della magistratura e incidendo direttamente sulle libertà dei cittadini. In particolare, la separazione del Pubblico Ministero dalla magistratura giudicante rompe l’unità della cultura giuridica fondata su imparzialità e autonomia, che oggi garantisce equilibrio e indipendenza in tutte le fasi dell’azione giudiziaria, comprese quelle istruttorie.

Sottoporre, anche indirettamente, la magistratura inquirente all’influenza del potere esecutivo significa mettere a rischio il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale e aprire la strada a una giustizia condizionata dal potere politico. Una prospettiva incompatibile con lo Stato di diritto e con i principi fondamentali della Costituzione repubblicana.

alcuni buoni motivi per dire NO alla riforma:
1. Minaccia l’autonomia e l’indipendenza della magistratura
2. Non risolve i problemi della giustizia che colpiscono i cittadini
3. La separazione delle carriere espone la magistratura a condizionamenti del potere esecutivo
4. Una riforma imposta senza un’ampia condivisione parlamentare che modifica la costituzione
5. creare due CSM e una Alta Corte al posto dell’attuale CSM triplica solo i costi conferma i rischi per l’indipendenza della magistratura.

Per queste ragioni il Partito Comunista Italiano si oppone con fermezza a una riforma che mortifica la magistratura, impoverisce la Costituzione e determina un arretramento dei diritti e delle garanzie democratiche.

𝗜𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗖𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲𝗵𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗼 𝗹𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮' 𝗱𝗲𝗶 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮𝗱𝗶𝗻𝗶, 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗶 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮𝗱𝗶𝗻𝗶 𝗱𝗲𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗖𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘃𝗼𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗡𝗢!

18/02/2026

𝗗𝗘-𝗣𝗥𝗜𝗩𝗔𝗧𝗜𝗭𝗭𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗜𝗟 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗢 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗜𝗭𝗜𝗢 𝗦𝗔𝗡𝗜𝗧𝗔𝗥𝗜𝗢

Il contributo del PCI alla programmazione sociosanitaria regionale e nazionale.

Il Dipartimento Welfare, Salute, Sanità e Servizi sociali del PCI:
• alla luce del degrado che i processi di privatizzazione hanno creato in una sanità pubblica che prima funzionava,
• vista la mistificazione scientifica insita nella equiparazione tra pubblico e privato,
• tenuto conto degli sviluppi delle forze produttive cognitive che rendono possibile con applicazioni socialmente orientate della Intelligenza Artificiale dare risposte efficaci ai bisogni di salute della popolazione con la sanità pubblica,
• acquisito che in sanità il mercato produce spoliazione di servizi in territori periferici e disequità di accesso alle cure efficaci,
ritiene necessario attivare una campagna nazionale, regionale e territoriale per rilanciare la programmazione sociosanitaria partecipata ai vari livelli dando priorità a programmi di “De- privatizzazione del nostro Servizio Sanitario”.
In questa direzione va una nota del PCI dell’Umbria sul percorso da sviluppare, già pubblicata nell’inserto regionale del giornale “il Manifesto” il 4 febbraio 2026.

Al lavoro ed alla lotta!

Nelle “Linee strategiche del nuovo PSSR” sugli impatti negativi del privato in sanità si preferisce glissare: un breve cenno al fatto che si può andare avanti senza problemi continuando con le politiche avviate dal centro sinistra e mantenute dalla destra. Abbondano idealistiche proposizioni su molteplici e diffuse “reti cliniche” e percorsi assistenziali, idee buone che devono avere una base materiale forte per funzionare nella realtà.

Alcune valide ragioni per non affidarsi ai privati
Le evidenze scientifiche disponibili sugli impatti del privato in sanità depongono per pesanti effetti negativi sulla qualità delle cure offerte al paziente (sicurezza, efficacia pratica, appropriatezza, continuità assistenziale, accessibilità, convenienza….) e sulle principali leve funzionali ed organizzative del SSN a partire da un “modello in cui paga la malattia” fino al finanziare con le convenzioni la concorrenza con il servizio pubblico per una risorsa scarsa come il personale o le minori garanzie contrattuali almeno per il personale del comparto (vedi quadro concettuale nella figura).

In Umbria lo sviluppo del privato accreditato raggiunge livelli tali da impattare pesantemente la funzionalità del SSR: già nel 2022 il 60% delle specialistiche e diagnostica, l‘80 % dei servizi residenziali risultavano in mano al privato accreditato, mentre per la quota dell’offerta ospedaliera dove servono investimenti più consistenti ci si ferma al 15%. Una espansione che si è affermata negli anni che vanno dalla controriforma sanitaria del 1992 quando alla aziendalizzazione si accompagno l’avvio del sistema di accreditamento, basato su una serie di tecnicismi – autorizzazione, accreditamento e accordo contrattuale - che avrebbero dovuto governare l’equiparazione tra servizi pubblici e privati volta fare “sistema” integrandone i ruoli e le virtù, nonostante non esistesse allora come oggi un solo studio epidemiologico serio a sostegno della equivalenza tra pubblico e privato in sanità da un punto di vista di popolazione.

Si è così creato un sistema di convenienze che ha modificato la disponibilità di ampi settori di professionisti ed operatori socio sanitari a lavorare eticamente con il pubblico, trasformato in un sistema che fa politiche di servizio al privato e impone lacci e laccioli a se stesso ad a chi ha un bisogni di salute: i cittadini che vanno dai servizi pubblici informati che “oggettivamente” non c’è modo di dare loro la risposta per cui pure hanno versato per tutta la loro vita contributi allo stato e bisogna quindi mettere le mani in tasca, ti**re fuori i soldi e pagare per avere la prestazione: con più del 60% della diagnostica e specialistica in mano al privato (cui va sommato l’esborso per visite intramoenia) che come è noto produce incessantemente iper-prescrizione, ci si chiede perché non si riesce a ve**re a capo delle liste di attesa.

Programmiamo la de privatizzazione
Dobbiamo orientare in questa direzione il nuovo Piano sanitario regionale.
Per de-privatizzare occorre agire sinergicamente sugli obiettivi del triennio, prevedendo:
• sistematica e profonda revisione delle convenzioni nella specialistica e diagnostica con riduzione nel primo anno dal 60 al 40%, il secondo dal 40 al 20, il terzo dal 20 a livelli residuali;
• contrasto alla ulteriore privatizzazione della rete ospedaliera (clinica Bandecchi) e revisione delle convenzioni con cliniche private accreditate a PG;
• nuovo modello assistenziale per la residenzialità che superi l’approccio fordista (concentrare nello stesso luogo di vita persone con gli stessi problemi assistenziali) a favore di modelli che puntino alla diluizione;

assegnare la quota capitaria ai distretti sviluppandone le funzioni di indirizzo programmatico per evitare che la centralizzazione dei servizi continui a produrre spoliazione delle “aree interne” a favore della rendita fondiaria nelle città;

Quanto sopra richiamato è solo un primo tentativo di dare concretezza al percorso di de privatizzazione e rilancio della programmazione partecipata; non vado oltre perché è proprio della programmazione partecipata che abbiamo bisogno per uscire dal buco in cui ci troviamo.

Servono percorsi condivisi, una ampia coalizione politica e sociale ed una buona dose di realismo sui limiti delle deleghe elettorali per venirne fuori: è chiaro che votare per chi ha promesso la Sanità pubblica come priorità di governo non è stato sufficiente e occorre impegnarsi, soprattutto in questi mesi in cui la programmazione sociosanitaria può essere modificata, per darle la direzione necessaria.

Ecco perché l’articolo ha come soggetto il noi: solo l’unità di chi ci crede (e siamo in tante ed in tanti) può salvare il nostro SSR, un’unità che ora deve diventare assertiva: il privato in sanità crea problemi di assistenza e di salute ed il Piano sanitario deve affrontare e risolvere questi problemi.

Contrastare l’ulteriore privatizzazione del nostro servizio sanitario e promuoverne la ripubblicizzazione partecipata, queste sono le linee politiche su cui occorre muoversi con decisione.

Un evento pubblico con chi ci sta da realizzare entro la seconda metà di febbraio potrebbe dare avvio al processo di costruzione condivisa di quanto qui si propone, un processo che ha bisogno dei saperi di tutte e tutti, forze politiche, Comitati locali, realtà associative, forze sindacali….

𝗖𝗮𝗿𝗹𝗼 𝗥𝗼𝗺𝗮𝗴𝗻𝗼𝗹𝗶
Responsabile nazionale Dip. Welfare, Salute, Sanità
e Servivi sociali del Partito Comunista Italiano

̀

15/02/2026
13/02/2026

𝗟𝗔 𝗟𝗜𝗕𝗘𝗥𝗧𝗔̀ 𝗗𝗜 𝗜𝗡𝗦𝗘𝗚𝗡𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗥𝗘𝗣𝗥𝗜𝗠𝗘

9 – 13 febbraio 2026
Il PCI aderisce alla settimana di mobilitazione in difesa della libertà di insegnamento promossa dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università.

Testo dell’appello, iniziative e proposte didattiche sul sito:
https://osservatorionomilscuola.com/2026/02/08/firma-appello-liberta-insegnamento-scuole/

In tutti gli stati in cui si è verificato un arretramento delle  ̀, il primo passo è stato la riduzione dell'indipendenz...
12/02/2026

In tutti gli stati in cui si è verificato un arretramento delle ̀, il primo passo è stato la riduzione dell'indipendenza dei e dei PM!

Una ed autonoma è la difesa più solida dei e politici!

Indebolirla significa indebolire anche la !

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