San Donato - San Vitale 5 Stelle

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23/03/2019

Il M5S di Bologna è sempre stato contrario alla realizzazione del Passante di Mezzo. Attivisti e portavoce che per anni hanno lottato, oggi ribadiscono con forza tale posizione. Da anni il Movimento 5 Stelle si batte affinché si trovino soluzioni adeguate per un sistema di mobilità ormai al collasso.
Abbiamo più volte detto e ribadito che il principale problema della mobilità nell’area metropolitana bolognese è l’inesistenza di collegamenti pubblici adeguati tra hinterland e città. Questo è il risultato di una politica urbanistica scellerata che ha portato la Regione Emilia-Romagna in testa alle classifiche nazionali per lo sprawl urbano. In quest’ottica, l’unica soluzione sensata che si possa mettere in campo, per non peggiorare ulteriormente la già pessima qualità dell’aria nella città e nei suoi d’intorni, è il potenziamento del SFM. Questo Servizio, laddove implementato realmente e non a parole, potrebbe ridurre drasticamente il numero degli spostamenti privati in auto che sono la principale causa della congestione della tangenziale di Bologna. Questo è quello che come Movimento 5 Stelle abbiamo sempre sostenuto e continueremo sempre a sostenere. Per noi la congestione del traffico non si risolve allargando le strade o spostandole, ma eliminando le auto. In quest’ottica ci siamo sempre opposti sia alla realizzazione del Passante Nord che alla realizzazione del Passante di Mezzo. Oggi Il Movimento 5 Stelle di Bologna non ha ceduto su nulla, ma ha semplicemente preso atto del fatto che tra Ministero delle Infrastrutture, Regione e Comune, si sta cercando un’intesa su di un possibile intervento sull’asse stradale tangenziale/autostrada ma che nulla ancora è stato definito, contrariamente a quello che qualcuno sta cercando di far credere in questi giorni. Ebbene, coerentemente con quanto abbiamo sempre sostenuto, che non escludeva la possibilità di mettere in sicurezza l’autostrada, intervento che è bene ricordarlo si rende oggi necessario solo perché 15 anni fa quelle stesse Amministrazioni che oggi lo chiedono a gran voce non vollero farlo ritenendolo troppo impattante, continuiamo a ritenere che i cittadini bolognesi, di cui noi facciamo parte, ancor prima di sindaci e presidenti di Regione, debbano essere ascoltati. Per questo motivo riteniamo doveroso che il Ministro Toninelli venga a constatare di persona qual è lo stato attuale delle cose, così da rendersi conto di persona di cosa possa o non possa fare per migliorare la sicurezza degli automobilisti senza che questo vada ad ulteriore discapito dei bolognesi che stanno ancora aspettando, da parte di Società Autostrade, la realizzazione delle famigerate opere di mitigazione che la realizzazione dell’attuale Terza Corsia Dinamica avrebbe dovuto portare in eredità alla città.

I consiglieri comunali e di quartiere del M5S Bologna

FINTE MENZOGNE E FALSE VERITÀHa detto bene il generale Di Maio commilitoni: siamo sotto attacco.Un attacco violento, che...
30/10/2018

FINTE MENZOGNE E FALSE VERITÀ
Ha detto bene il generale Di Maio commilitoni: siamo sotto attacco.
Un attacco violento, che non ammette tentennamenti. Si colpisce per “uccidere”, non per fare prigionieri.
L’artiglieria pesante del nemico, schierata al completo, continua a martellare sugli obiettivi prescelti senza sosta: tutte le armi a disposizione sono buone, nessuna esclusa.
Alcuni dei nostri, stupidamente, nel tentativo isolato di aprire un varco nella linea di fuoco nemico, lasciano scoperto il fianco, favorendo nuovi attacchi.
La popolazione assiste allo spettacolo distrattamente; alcuni addirittura si lasciano ghermire dalla propaganda del nemico e finiscono col solidarizzare con lui, dimentichi del fatto che è quello stesso il responsabile dei loro mali: “quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.
Il momento è difficile, ma sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata: “la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia o cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza”.
E allora occorre serrare i ranghi ed evitare di andare in ordine sparso. Dal Quartier Generale continuino a cercare soluzioni per vincere la guerra, la battaglia nelle retrovie dobbiamo combatterla noi.
Metafore a parte, cari amici, in questi giorni stiamo assistendo ad una serie di attacchi contro il Movimento senza precedenti.
I fronti aperti sono tantissimi e tutti ugualmente importanti: dal TAV a Torino, al TAP in Puglia, al Passante a Bologna, tanto per citarne alcuni.
La stampa, salvo rare eccezioni, è tutta al servizio del Regime, e non disdegna il ricorso alla menzogna pur di mettere in cattiva luce il Movimento. Con fare arrogante ha il coraggio di richiamare noi al rispetto di “valori civici” quali giustizia, libertà, democrazia e pluralismo, dimenticandosi che quegli stessi “valori civici” negli ultimi 20 e passa anni sono stati sistematicamente derisi e calpestati da quegli stessi partiti che ora si ergono a difensori della Patria contro i barbari invasori. Viene da chiedersi dove erano tutti questi pennivendoli, quando il governo Monti massacrava i diritti dei lavoratori deridendo la libertà sindacale e imponendoci la legge Fornero? Dove erano costoro quando il PD renziano salvava i banchieri e non i risparmiatori, occupava la Rai e umiliava i Partigiani? Quando si dice l’oggettività dell’informazione. Ma per favore... Ridateci gli scritti corsari di Pier Paolo Pasolini! Ridateci le grandi inchieste e le battaglie di Giorgio Bocca! Questa stampa è drogata, malata di conformismo, omologata al potere!
Ma proprio per questo occorre stare attenti, perché nulla ci verrà perdonato. Soprattutto l’inesperienza. Penne affilate sono pronte a colpire, e Bologna ne è l’esempio. Da giorni continuano a massacrarci sul Passante di Mezzo e tutto questo solo perché un Ministro, espressione del Movimento, interpretando correttamente il ruolo istituzionale che ricopre, incontra il Presidente di una Regione per discutere di uno dei tanti dossier che ha sul tavolo. Dal quel momento in poi sui giornali è stato tutto un fiorire di dichiarazioni di Presidenti, Assessori, Sottosegretari, Consiglieri regionali, rappresentanti di categoria (quelli hanno sempre qualcosa da dire!), e chi più ne ha più ne metta. Eppure, in tutto questo fiume di parole, mai una volta è stata evidenziata la cosa più importante ossia che il Ministro Toninelli non ha mai dichiarato di voler indire la Conferenza dei Servizi, ma solo di voler proseguire nello studio della questione!
Eppure, a bruciare, in maniera più o meno figurata, sono le nostre bandiere, perché c’è stato chi a queste o ad altre chiacchiere ha dato ascolto, cadendo ancora una volta nell’inganno. Ma d’altronde, se Socrate dice di Platone che è menzognero e Platone afferma che Socrate dice la verità, a chi sarà possibile credere? Non tocca a noi rispondere al quesito, anche se, al posto di altri, diffideremmo di chi ha sempre mostrato “opportunismo” nel suo agire politico. Noi possiamo solo dire che, come Max Weber, crediamo fermamente “nell’etica della responsabilità”! Noi crediamo nel principio moderno secondo cui la politica non può ridursi al solo esercizio e mantenimento del potere ma deve porsi come strumento in grado di dirigere le cose umane per soddisfare le esigenze collettive. In questo senso l’agire politico non può essere sottoposto a nessuna visione ideologica, di qualsiasi segno sia (religiosa, etnica, politica, ecc..) ma seguire regole proprie che trovano la loro ragione nella responsabilità verso il bene comune e collettivo dei cittadini. Quando la politica comincia a rispondere a dimensioni ideologiche esterne ad essa i danni per la collettività sono sempre terribili e provocano orrori.
E allora cari amici, serriamo i ranghi perché da qui in avanti sarà una lunga guerra di logoramento. Qualche battaglia la perderemo di sicuro, ma dobbiamo essere fiduciosi di vincere la guerra perché non possono esserci né libertà, né democrazia laddove vi sia un relativismo della Verità e perché le “finte menzogne” e le “false verità” rappresentano un attentato alla convivenza civile di questo Paese.

12/09/2018

Toppe sulla voragine

Qualche giorno fa la Signora Chiara Marini, combattiva animatrice di uno dei tanti Comitati contrari al progetto del Passante di Mezzo, a cui va il nostro personale ringraziamento per l’impegno profuso in questi anni nella battaglia contro quello che potrebbe essere il più devastante degli interventi mai realizzati in questa città, qualche giorno ci ha inviato un serie di fotografie che, semmai ce ne fosse ancora bisogno, evidenziano una volta di più l’assoluta mancanza di senso di responsabilità che ha caratterizzato la gestione da parte di Società Autostrade di quello che è uno dei più importanti beni pubblici di questo Paese.
Nelle fotografie in questione, si può vedere come si presentava il sovrappasso di Via Rivani prima e dopo il crollo del ponte Morandi. Nelle prime foto, che tra l’altro possono essere tranquillamente confrontate con le immagini reperibili nell’archivio di Street View di Google Maps, è visibile l’evidente stato di ammaloramento del calcestruzzo con la conseguente esposizione dei tondini di ferro dell’armatura, mentre, nelle successive, sono visibili gli effetti del maldestro intervento di maquillage operato da Società Autostrade a seguito del crollo del ponte Morandi.
Con questo non vogliamo, chiaramente, creare inutili allarmismi, perché è evidente che non si tratta di un ammaloramento tale da pregiudicare la staticità del sovrappasso. Quello che invece vogliamo evidenziare è l’arroganza di questi signori che, complice una certa politica, pensano di poter trattare i cittadini da imbecilli.
Infatti, all’indomani dei fatti di Genova, in Italia è stato tutto un rincorrersi di interventi di questo tipo, nell’inutile speranza che qualche “toppa” messa qua e là potesse coprire la voragine aperta, dal crollo del ponte Morandi, sulle inadempienze contrattuali di Società Autostrade relativamente alla manutenzione della rete autostradale nazionale.
Ovviamente, nei cittadini un po’ meno “distratti”, questo atteggiamento non fa che aumentare la diffidenza nei confronti di coloro che, è ormai acclarato, non hanno fatto altro in questi anni che guardare al loro interesse diretto, fregandosene bellamente della sicurezza dei cittadini e della tutela di uno degli asset strategici del Paese.
Come se non bastasse, quanto sta emergendo relativamente alle modalità con cui sono stati privatizzati oltre tremila chilometri di autostrade italiane, rischia di trasformare la diffidenza in rabbia, cosa che ovviamente non auspichiamo ma che comprendiamo.
Gli avvisi di garanzia che la magistratura genovese ha equamente distribuito tra Società Autostrade e alti funzionari di diverse agenzie dello Stato, dopo la tragedia del Ponte sul Polcevera, stanno portando all’attenzione dei cittadini una verità molto importante e cioè che era del tutto falsa la storiella che bisognava privatizzare perché “pubblico è male, è inefficienza, è corruzione”, mentre “privato è bello, efficienza e trasparenza”.
Non solo: la verità che sta emergendo, e che ora possiamo vedere, ci mostra come lo Stato italiano, attraverso i suoi funzionari infedeli (a molti livelli), si sia svenduto ai privati anch’esso, in quanto Stato. Infatti, tra il raccapriccio, l’incredulità e l’indignazione, leggendo quanto reso pubblico dal Ministero dei Trasporti della convenzione tra lo Stato e la Società Autostrade, scopriamo che questa prevede clausole che esentano il privato dalle conseguenze economiche in caso di violazioni contrattuali, di inadempienze, di danni da esso provocati alla collettività e ai singoli, cioè all’interesse pubblico.
In caso di inadempienze, lo Stato si è limitato a concedere a sé stesso il diritto di revoca del contratto, nulla di più, impegnandosi, in ogni caso, a risarcire il concessionario di ogni perdita futura derivante dalla rescissione del contratto.
Dunque, lo Stato italiano, anche in caso di “giusta causa” di revoca, cioè di fronte a un disastro delle proporzioni del Ponte Morandi, in cui la responsabilità del concessionario è al di fuori di ogni dubbio, è costretto da quella convenzione a risarcire la Società Autostrade per i mancati guadagni (al netto delle spese) che essa non avrà nei prossimi 24 anni.
Ora capite perché gli atti relativi alle concessioni autostradali sono rimasti coperti dal segreto per ben 20 anni, sebbene siano stati siglati dall'Anas (Azienda Nazionale Strade), società per azioni pubblica, e pertanto avrebbero dovuto essere pubblici fin dall’inizio?!?!?!?!
Ora capite perché quegli atti siano rimasti segreti anche dopo che l’ANAC, nel gennaio di quest’anno, diede ordine alla Direzione Vigilanza sulle concessioni autostradali di pubblicarli attirandosi le ire di AISCAT, la Confindustria dei concessionari, che riuscì a bloccarne la pubblicazione?!?!?!?!
Perché l’intera vicenda dice una cosa semplice: non c’è solo la rapina dei beni pubblici, ma c’è la corruzione dei poteri pubblici a protezione della rapina!
Ecco perché, dinnanzi a questo sfacelo, non sentirete proferire parole di sdegno da parte dei vari Bonaccini, Donini, Merola e Priolo, che anzi, con una sfrontatezza a questo punto inaccettabile, continuano a sostenere la necessità di realizzare le Grandi Opere necessarie alla “crescita” compreso il Passante di Mezzo: perché complici morali, con tutto il PD, del “sacco” della cosa pubblica che sono state le privatizzazioni in Italia.

Passante si, Passante no, Passante bum, la Terra dei Cachi...Ci perdonino Elio e le Storie Tese se ci siamo permessi di ...
06/09/2018

Passante si, Passante no, Passante bum, la Terra dei Cachi...
Ci perdonino Elio e le Storie Tese se ci siamo permessi di parafrasare il loro capolavoro, ma a guardare quello che succede in questa città non si può non avere l’impressione di vivere in una terra “sbagliata”.
Ancora oggi, ma in realtà l’argomento non è mai scomparso dai radar negli ultimi mesi, possiamo leggere sulla stampa locale di Bologna fiumi d’inchiostro sulla questione Passante. Ovviamente si tratta sempre di articoli in cui, ripetendo le solite argomentazioni legate alla “crescita”, i vari notabili cittadini predicano a favore della realizzazione dell’opera.
Ieri a scendere in campo è stato addirittura il Presidente di Confindustria Boccia che, durante la kermesse di Confindustria Emilia-Romagna che si è tenuta qui a Bologna, ha parlato, ancora una volta, delle famigerate Grandi Opere, compreso il Passante, e della loro importanza per il Paese.
Premesso che tutto quello che avevamo da dire sulle Grandi Opere lo abbiamo già detto in un precedente post a cui vi rimandiamo, oggi vorremmo limitarci ad aggiungere un piccolo tassello al quadro della questione sperando che possa rappresentare un ulteriore elemento di riflessione sull’argomento per i cittadini bolognesi.
Dall’1 ottobre diventerà operativo su tutto il territorio regionale il Piano Aria Integrato Regionale 2020 (PAIR 2020).
Gli obiettivi del Piano, come è possibile leggere all’art. 1 della Norme Tecniche d’Attuazione, “dà attuazione agli articoli 9, 10 e 13 del D.Lgs. n. 155/2010 prevedendo, relativamente agli inquinanti indicati, le misure necessarie per il raggiungimento dei valori limite e dei livelli critici, per il perseguimento dei valori obiettivo e per il mantenimento del loro rispetto anche al fine di adempiere agli obblighi derivanti dalla Direttiva comunitaria 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa”.
Per i non addetti ai lavori, il Piano ha lo scopo di dare attuazione sul territorio regionale normativa comunitaria in materia di tutela della qualità dell’aria, rispetto alla quale l’Italia, e con essa anche la Regione Emilia-Romagna, ha già collezionato tutta una serie di procedure d’infrazione per mancati adempimenti.
Tanto per citarne una, con sentenza del 19 dicembre 2012, la Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia e, fra le altre, la Regione Emilia-Romagna, per il superamento dei valori limite del PM10, negli anni 2006 e 2007, in numerose zone e agglomerati. Le aree interessate dalla sentenza per la Regione Emilia-Romagna sono quelle indicate nella diffida della Commissione Europea del 2/2/2009 che per quanto riguarda il valore limite giornaliero di PM10 indica, tra le aree di superamento, anche Bologna.
Ma cosa c’entra con la questione Passante il PAIR, vi starete domandando? Ebbene, c’entra eccome.
Scorrendo le Norme Tecniche di Attuazione del PAIR, all’art. 14 vengono definite le “Limitazioni alla circolazione dei veicoli privati nel centro abitato”. Al comma 1 dell’articolo è possibile leggere: “Ai fini della tutela della qualità dell’aria il Piano prevede, al capitolo 9 tabella 9.1.2, limitazioni alla circolazione dei veicoli nel centro abitato dei Comuni con popolazione superiore a 30.000 abitanti, nonché dei Comuni appartenenti all’agglomerato di Bologna”.
Andando a guardare la Tabella 9.1.2 richiamata dall’articolo, scopriamo che dal 1 ottobre di quest’anno entrerà in vigore il divieto di circolazione per tutti veicoli diesel Euro 4 (il divieto già esisteva per i veicoli con classe di emissione inferiore). Il divieto riguarderà tutta una serie di Comuni, tra cui Bologna e i Comuni limitrofi, e si applicherà a tutti i veicoli privati e commerciali, dall’1 ottobre al 31 marzo dalle 8.30 alle 18.30, dal lunedì al venerdì e nelle domeniche ecologiche.
Il divieto ovviamente non si applicherà alle auto in transito su autostrada e tangenziale.
Ma non finisce qui. Continuando a scorrere le Norme del Piano, all’art. 26 troviamo la “Regolamentazione degli impianti di combustione a biomassa per riscaldamento ad uso civile” dove, al comma1, possiamo leggere: “A decorrere dal 1 ottobre dell’anno di approvazione del Piano (la norma quindi sarebbe operativa già dallo scorso anno visto che il Piano è stato approvato nel 2017), nelle unità immobiliari dotate di sistema multi combustibile ubicate nei Comuni i cui territori sono interamente ubicati a quota altimetrica inferiore ai 300 m, dal 1 ottobre al 31 marzo di ogni anno, è vietato l’uso di combustibili solidi per riscaldamento domestico negli impianti con efficienza energetica inferiore all’75% e nei focolari aperti o che possono funzionare aperti. Nei Comuni i cui territori siano posti ad altitudini anche in parte superiori a 300 m, i Sindaci dovranno individuare con proprio atto le zone situate al di sotto della suddetta quota cui si applica il divieto di cui al presente comma che, in caso di mancata individuazione, si applicherà a tutto il territorio comunale”.
Tradotto, vuol dire che se abitate a Bologna e avete, oltre all’impianto di riscaldamento, un camino, dal 1 ottobre al 31 marzo non potrete accenderlo! Certo, la norma parla di uso ai fini di riscaldamento, ma come faranno a capire se lo avete acceso per riscaldarvi il c**o o cuocervi due salsicce vai a saperlo.
Quindi, cittadini bolognesi, vi è chiara la situazione?! Se non lo è proviamo a chiarirvela noi.
Tutto lo stato maggiore del PD cittadino e regionale, spalleggiato da tutta la pletora dei rappresentanti delle principali associazioni im-“prenditoriali”, continua berciare a favore della realizzazione del Passante di Mezzo, un’infrastruttura che già oggi vede il transito di oltre 150.000 veicoli al giorno, le cui emissioni inquinanti ammorbano l’aria che respirate.
Al tempo stesso, lo stesso stato maggiore del PD, approva Piani e Norme che, per tutelare la vostra salute (è bene ricordarlo!), non solo vi vietano di usare la vostra auto se è un diesel con classe di emissione Euro 4 o inferiore per sei mesi all’anno, ma addirittura vi vietano di farvi due salsicce alla griglia nel vostro camino di casa.
Se non siamo nella Terra dei cachi, poco ci manca....

Decrescita “for dummies”Sul Resto del Carlino del 9 agosto, a pagina 7, c’era un articolo che riportava un’intervista ri...
15/08/2018

Decrescita “for dummies”

Sul Resto del Carlino del 9 agosto, a pagina 7, c’era un articolo che riportava un’intervista rilasciata al giornale dal Presidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (ANCE), Giancarlo Raggi in merito all’incidente occorso a Borgo Panigale lunedì scorso. L’articolo, chiudeva con una dichiarazione di Raggi, ripresa tra l’altro nell’occhiello dell’articolo, che, riferendosi al Passante, diceva: “Il blocco delle opere come Decrescita felice, in realtà, è un’eutanasia economica”.
Oggi, in un editoriale sul Corriere di Bologna, Massimiliano Marzo scrive: “Il negazionismo continuo di chi invoca la decrescita felice mette rabbia e tristezza al tempo stesso, perché non ha davvero a cuore le sorti del Paese, ...”.
Entrambe queste dichiarazioni aiutano a comprendere, semmai ce ne fosse ancora bisogno, il livello di imbarbarimento a cui il dibattito politico è giunto nel nostro Paese. Questo clima finisce per impedire ogni serio confronto politico e culturale che non avvenga in circuiti di nicchia chiusi alla stragrande maggioranza delle persone, con il risultato che ormai non ci sono più discussioni serie ma zuffe fra tifosi.
Prendete il vaso dei vaccini: il discorso si è ridotto ad un volgare litigio condominiale fra pretesi “scienziati” o politici che danno dell’oscurantista medievale a chi nega la bontà di ogni vaccino e tribù di scalmanati semi analfabeti che sostengono l’inutilità di ogni vaccino. Il problema “sarebbe” un altro se si discutesse adeguatamente: i vaccini sono ovviamente utili e necessari e chi dice il contrario è una bestia, ma questo non significa che ogni vaccino lo sia. Una dozzina di anni fa l’intero esercito americano venne vaccinato contro una pericolosissima epidemia che stava per scoppiare, ma che poi non scoppiò affatto. Si venne poi a sapere che il segretario alla Difesa che aveva deciso la misura, occasionalmente, era l’azionista di riferimento della ditta produttrice del vaccino. Certamente un fatto del tutto casuale. Dunque, occorrerebbe una discussione molto seria sui misfatti del sistema di Big Farma, guarda caso a partire dagli accordi di Marrakech sulla proprietà intellettuale. Dovremmo discutere di questo, ma vai a fare una discussione seria in questo Paese!
Ora, in questo post, la cui lunghezza sarà quella che deve essere, perché a noi piace argomentare, per cui se siete degli “analfabeti funzionali” che non riescono a leggere più di 50 righe, fermatevi pure qua(!), non parleremo dell’incidente di Borgo, del Passante e delle grandi opere, per quello vi rimandiamo ad un post ad hoc pubblicato sulla pagina dei Consiglieri di Borgo-Reno. In questo post cercheremo di provare a dare un contributo affinché si cominci a fare un po’ di chiarezza riguardo al tema della Decrescita, nella speranza di poter dare un contributo affinché, a livello cittadino, si possa avviare un confronto serio sul nostro modello di società, affinché anche il dibattito sul Passante di Mezzo possa essere ricondotto sul giusto binario.
Risorse e inquinamento
Per comprendere appieno il concetto di Decrescita, occorre inquadrarlo, innanzi tutto, nella giusta prospettiva.
Il moderno sistema industriale assorbe ed espelle energia e materia ininterrottamente. Per sostenere una crescita economica continua occorre necessariamente una crescita continua sia del prelievo di energia e materia sia della produzione di rifiuti. Quindi, il processo economico è inevitabilmente legato alla limitatezza delle risorse di energia e materia e alla capacità ambientale di assorbire i rifiuti.
Le risorse e l’inquinamento sono i problemi del nuovo millennio: le prime in quanto il loro sfruttamento eccessivo o mal distribuito ha portato a problemi di scarsità e di povertà; il secondo perché crea enormi squilibri geo-politici anche adesso, in quanto impedisce ai paesi invia di sviluppo di avere le stesse opportunità dell’occidente, obbligandoli a pagare anche per gli errori fatti da parte del mondo già sviluppato.
Negli ultimi decenni, lo sfruttamento delle risorse del pianeta e l’avanzamento dell’inquinamento hanno condotto studiosi, politici ed economisti ad interrogarsi sul possibile proseguimento ed incremento del corrente tasso di produzione capitalistico.
Le risposte che sono state date variano dal classico laisser-faire liberista, a concezioni più radicali che prevedono una rivisitazione della società, dell’economia e delle istituzioni. Ognuna di queste risposte porta con sé un nutrito bagaglio conseguenze, ma le problematiche da cui tutte partono sono due: le risorse e l’inquinamento.
Cos’è realmente la Decrescita
Per Decrescita economica si intende quella teoria economica e sociale che, ritenendo il corrente tasso di crescita né mantenibile né auspicabile, apre ad una nuova visione del mondo che rimetta in gioco i paradigmi sviluppatisi negli ultimi due secoli e riconducibili all’ideologia della crescita. La Decrescita è “una finzione performativa, oppure un’utopia concreta, o ancora un progetto di costruzione di una società di abbondanza frugale per uscire dalle aporie della società dei consumi”.
Come osserva Serge Latouche, considerato dall’opinione pubblica il teorico della Decrescita, il termine “Decrescita” è soprattutto uno slogan provocatorio. Per l’economista transalpino si dovrebbe parlare di “a-crescita” così come si parla di “a-teismo”, con l’alfa privativo, ad indicare la negazione di una credenza. Latouche stesso afferma che la parola “Decrescita” è “semplicemente una bandiera dietro la quale si raggruppano quelli che hanno fatto una critica radicale dello sviluppo e vogliono delineare i contorni di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo”.
Uno dei tratti fondamentali del progetto della Decrescita è la critica tenace alla società dei consumi e alla teoria della crescita che la sostiene. Tale critica si risolve nel titolo-slogan del libro di Pallante Meno e meglio, ovvero consumare meno, ma meglio, dove, per consumare meno, avvertono i decrescisti, non basta semplicemente ridurre gli sprechi (anche se ciò rappresenterebbe una grande riduzione di rifiuti), ma anche rivedere il proprio stile di vita: per diminuire l’impatto dell’uomo sull’ambiente occorre per prima cosa limitarne il consumo di risorse.
Secondo i dettami degli economisti neoliberisti, però, non c’è bisogno di consumare meno per ridurre l’impatto ambientale, in quanto un’implementazione tecnologica riesce a ridurre il quantitativo di materie prime necessarie per produrre un oggetto, abbassandone i costi e aumentandone la disponibilità sul mercato. Inoltre, i progressi della scienza stanno conducendo a quella che è stata definita come economia dell’immateriale, ovvero un’economia capace di muovere capitali e innescare il processo di crescita senza utilizzare risorse materiali.
In realtà, questo approccio ha dei limiti enormi. Tutte le strutture che permettono un’implementazione tecnologica della produzione, richiedono enormi flussi di energia e di materia per mantenere se stesse: “Le strutture economiche (imprese multinazionali di produzione e servizi) e le organizzazioni (sistemi di trasporto, cura, svago, istruzione, ricerca, ecc.) necessarie alle democrazie avanzate per farsi promotrici dell’innovazione tecnologica richiedono esse stesse, per poter essere mantenute, enormi quantità di lavoro e di risorse naturali, e questo indipendentemente dalla loro capacità di produrre benessere.”
Di fronte ad un aumento della complessità di queste strutture, aumentano anche la quantità di energia e di materia di cui necessitano per alimentarsi e per produrre nuove innovazioni e crescita. Questo stretto legame fra tecnologia e crescita indica chiaramente che la tecnologia non è il mezzo adatto per uscire dalla crisi ecologica, in quanto per riuscire a rendere sostenibile l’economia mantenendo la crescita, richiede e costruisce strutture sempre più complesse e con economie di scala sempre più ampie “con un conseguente aumento del degrado entropico, e dello stress a cui sono sottoposte le strutture sociali”.
La soluzione che si prospetta per salvaguardare l’ambiente è dunque quella della riduzione dei consumi. Secondo un’equazione classica dell’economia, l’impatto dell’uomo (I), è uguale al prodotto di popolazione (P), quantità dei consumi (A) e implementazione tecnologica (T), che formano l’equazione I=PAT. I tre fattori di intervento per ridurre l’impatto sono dunque: popolazione, ma genera enormi difficoltà politiche, morali e sociali (e secondo alcuni non è né auspicabile né utile); tecnologici, dei cui limiti abbiamo già parlato; quantità dei consumi. Ma ridurre semplicemente la quantità dei consumi, all’interno di una società della crescita, è, secondo tutti gli “obiettori di crescita”, una follia, perché condurrebbe soltanto a una contrazione della domanda, dunque dell’offerta, degli investimenti e dei posti di lavoro. Ridurre i consumi, di per sé, quindi, non è sufficiente e anzi, data la realtà socio-economica attuale, può risultare anche controproducente.
In tal senso, la Decrescita non può essere vista come una semplice riduzione dell’impatto umano sulla natura a rapporti invariati: essa è una revisione totale dell’economia e della società, che non è dettata dal catastrofismo ecologico, ma da esigenze profonde di riformare e di rivoluzionare il sistema produttivo e i rapporti sociali!
Sul piano economico, la Decrescita si pone come contraltare netto alla crescita, rifiutando così l’attuale schema produttivo e richiamando l’economia ai suoi rapporti con la società. Questa tendenza a ricondurre la sfera economica alla sfera sociale e anzi, a sottomettere la prima alla seconda, fa sì che i decrescisti si possano definire come anti-economici. Ma occorre porre dei distinguo e notare come la loro avversione all’economia sia soprattutto legata al modello economico di accumulazione e sfruttamento capitalistico contemporaneo, dove il guadagno è inteso come “summum bonum”, e non all’economia tout-court, che raggruppa al suo interno la produzione e gli scambi. Non esistono infatti società che non abbiamo instaurato e regolato al loro interno dei rapporti economici, ma esiste una sola società che abbia sottomesso tutti gli altri tipi di rapporti e tutti gli altri valori alle regole e ai valori dell’economia: quella occidentale.
Uscire dall’economia significa che la società della Decrescita non sarà né una società di mercato né una società salariale, né una società capitalistica, perché non sarà soggetta alla legge economica, all’imperio del “sempre più”; semplicemente sarà una società basata e descritta a partire dai rapporti sociali e culturali che si svilupperanno al suo interno, e non a partire da qualche peculiarità economica.
Il punto principale della critica a cui viene sottoposta la società della crescita è la monetizzazione di ogni cosa, dai danni ambientali all’uomo, dagli oggetti al lavoro: in questa società, affermano i decrescisti, tutto assume valore soltanto quando viene monetizzato e reso scambiabile. Quello che loro chiedono è un ritorno all’uomo come animale sociale, superando l’unidimensionalità dell’homo oeconomicus: l’uomo non è solo un salariato che consuma, come vorrebbero le astratte leggi economiche, ma è un essere multidimensionale che ha bisogni che oltrepassano la sfera materiale e che riguardano il suo essere uomo e non la sua capacità di possedere.
L’avversione verso la formalizzazione dell’economia deriva dal fatto che a livello politico si tenta di spiegare l’uomo e di rispondere alle sue esigenze soltanto in quanto elemento del sistema economico. Anche qui ritroviamo la critica portata dai precursori dello sviluppo sostenibile nei confronti del PIL quale indicatore di benessere, e la necessità di reindirizzare le azioni politiche verso il benessere sociale e la sostenibilità ambientale. Lo sviluppo sostenibile e la Decrescita, quindi, nonostante partano da una stessa critica della monetarizzazione imperante e siano accomunate da principi economici che rispecchiano gli assunti dell’economia ecologica, presentano però delle forti differenze, riconducibili a due approcci sostanzialmente distanti.
La differenza fra Decrescita e Sviluppo Sostenibile, infatti, non si riduce a un conflitto di “slogan”, per cui, come dice Latouche, “si tratta di un pleonasmo al livello della definizione e di un ossimoro al livello del contenuto”: pleonasmo in quanto sviluppo è una crescita autosostenuta, ossimoro poiché non è né sostenibile né durevole. La differenza è molto più profonda: per la Decrescita si tratta di “uscire” dall’economia così come si struttura oggi per ricreare una nuova società; mentre lo sviluppo sostenibile non si pone come obiettivo quello di scardinare e ribaltare i valori che si sono affermati negli ultimi 200 anni, ma solo di rendere socialmente equa e rispettosa dell’ambiente la società attuale e il processo economico che la fonda. Una differenza sostanziale che conduce inevitabilmente a linee politiche che, anche se propongono linee di riforma simili (riduzione della forbice sociale, riduzione dell’impatto ambientale), si indirizzano verso obiettivi differenti utilizzando strumenti di gestione politica diversi.
Ma se una riduzione dei consumi non basta per strutturare la Decrescita, così come non basta una politica attuata dall’alto che permetta maggiore equità sociale e minore impatto ambientale, come si struttura la Decrescita?
Per strutturare la Decrescita, ovvero per riportare l’economia al suo ambiente sociale, occorre, secondo Latouche, decostruire l’immaginario sociale e rifondarlo su nuove basi simboliche. Tale cambiamento di immaginario collettivo andrà a generare nuovi modelli economici che si fondano sul dono, sulla misura e sulla localizzazione delle risorse: una sfera economica, dunque, fortemente legata alla società che la circonda.
Il problema preliminare che occorre risolvere è, quindi, la “fuoriuscita dall’immaginario dominante” specie se “dipendenti” dalla “droga della crescita”. Per Latouche tale cambiamento non può essere imposto, in quanto non andrebbe ad incidere sull’immaginario, perciò occorre dare avvio ad una prassi che riesca a smuovere l’immaginario radicale dei singoli. “La decolonizzazione dell’immaginario sarà un processo lungo, che dovrà avvenire per autotrasformazione” ma che però può essere velocizzato dalle crisi che colpiscono periodicamente il capitalismo e che da crisi economiche tendono sempre più a divenire crisi sociali e politiche.
Tale rivoluzione culturale, da attuare attraverso politiche riformiste, “non è concepibile senza una fuoriuscita dal capitalismo”, che non significa socialismo o abbattimento delle istituzioni capitalistiche (economiche e non), ma reintegro di tale istituzioni all’interno di una società che non è più basata su quello che Weber definiva come “spirito del capitalismo”, ovvero sulla spinta crematistica all’accumulazione di beni e denaro e all’individuazione del lavoro e del successo economico come parametri fondamentali del giudizio sociale.
Considerazioni
Da quando l’uomo, grazie alle sue capacità e alla tecnologia, unica “arma” di cui è dotato, è riuscito a porsi in una situazione di vantaggio nei confronti della natura, ha iniziato ad escluderla dai suoi progetti. In pratica, se la natura aveva ostacolato l’avanzata dell’uomo, questi si sentiva legittimato, in quanto “vincitore” della lotta per la sopravvivenza, a modificarla, sfruttarla e in alcuni casi distruggerla.
Questo tipo di atteggiamento si è radicato con forza nell’uomo moderno occidentale, perché vedeva nel suo operato la capacità di poter sopravvivere solo grazie ai propri mezzi, senza l’apporto della natura. La fabbrica e l’agricoltura intensiva (che non supera la natura, ma la migliora) portavano più benessere e in minor tempo di qualunque sistema naturale. Dato che il sistema funzionava molto bene, si è esteso con enorme facilità in ogni parte del mondo, fino a scontrarsi con i limiti suoi e dell’ambiente.
L’attuale periodo storico dovrebbe porre in primo piano i problemi ecologici, perché le risorse si stanno esaurendo, i terreni perdono fertilità e l’inquinamento rovina la qualità dell’aria, dell’acqua e dell’atmosfera. Di fronte a questi gravi problemi globali, le risposte principali sono tre, in quanto vengono escluse le proposte nichiliste nell’uno o nell’altro senso: sia quelle che non si preoccupano di fronte alla possibilità della fine della specie umana (non solo a livello biologico ma anche di civiltà), sia quelle che la invocano, perché così la natura potrebbe tornare ad un immaginario stadio originario: la Crescita continua; lo Sviluppo Sostenibile; la Decrescita.
Nella teoria della Crescita continua, la struttura di sviluppo capitalistico basata sulla teoria marginalista o neoclassica e attuata tramite politiche neoliberiste, si propone di salvaguardare l’ecosistema senza modificare il comportamento dell’uomo-consumatore e senza l’intervento da parte degli Stati. Il vecchio adagio smithiano per cui l’egoismo del singolo porta al benessere di tutti viene riproposto in ambito ambientale con una dialettica rassicurante, che non chiede niente all’uomo comune, che può così continuare con il proprio stile di vita.
Lo Sviluppo Sostenibile, invece, si focalizza su interventi dall’alto, sperando nella capacità dei governi di scegliere le strade migliori in vista del rispetto dell’ambiente. Gli Stati, i governi e gli organismi sovranazionali, però, da una parte subiscono gli interessi delle grandi multinazionali e la necessità di soddisfare le richieste del mercato, dall’altra sono stati eletti, o comunque rappresentano, delle società civili che non hanno interiorizzato l’interesse ecologico, dunque non subiscono pressioni dall’opinione pubblica.
Sul problema dell’immaginario collettivo si costruisce invece l’utopia concreta della Decrescita, perché solo così è possibile costituire quella coscienza ambientalista che impedirebbe di vedere la natura come un avversario, mostrando invece come l’uomo, nonostante i suoi progressi tecnologici e la sua capacità di sfuggire alla selezione naturale, sia sempre e comunque parte di un sistema più ampio, la biosfera, che ne permette la vita.
Nonostante tutti i limiti che si possono riscontrare nel progetto di Decrescita, forse solo un cambiamento di immaginario collettivo potrà effettivamente portare l’umanità (o meglio, l’umanità occidentalizzata) a modificare i rapporti che ha nei confronti della natura, anche se farlo significa rimettere in gioco tutti i portati economici, ideologici, sociali e politici dell’occidente, rivalutandone i limiti e modificandone il significato. Il ragionamento della Decrescita in fondo è semplice: se la società del produttivismo e dei consumi ha portato alla crisi ecologica, allora dobbiamo cambiare in toto la società, non cercare di riformarla come vorrebbe lo Sviluppo Sostenibile.
Si tratterebbe di una vera e propria evoluzione sociale, proprio perché, come nell’evoluzione biologica, il miglioramento non si produce per gradi, ma per salti, ovvero per modificazioni genetiche che generano degli individui diversi da quelli precedenti, ma che presentano delle capacità migliori di adattamento all’ambiente. Il sistema capitalistico, o comunque basato sulla produttività e sul consumo, ha portato innumerevoli vantaggi alla specie umana, permettendole, nelle zone del mondo dove questo sistema si è sviluppato, di debellare il problema della selezione naturale, di diffondere benessere e cultura, di godere di avanzamenti tecnologici enormi, di esprimersi pubblicamente in completa libertà e di poter scegliere i propri governanti. Questo sistema, al contempo, ha modificato l’ambiente circostante, sia sociale che ecologico, innescando la nascita di nuove richieste e scontrandosi con nuovi limiti.
Di fronte a questi limiti, il sistema non sembra possedere gli anticorpi adatti per sopravvivere (politiche ambientali della crescita), né una capacità duttile in grado di modificarlo fino a renderlo compatibile con i cambiamenti che esso stesso ha portato (sviluppo sostenibile): per riadattare la società umana ai limiti della biosfera e per ristrutturare la società, c’è bisogno, forse, di un nuovo sistema, di una mutazione genetica, che crei una società con capacità di adattamento all’ambiente migliori.
É fuor di dubbio che una mutazione sociale di questa portata verrà e viene (soprattutto in Francia, dove il dibattito è molto sentito) osteggiata e ostacolata dai sostenitori della crescita e, cosa ancora più importante, dovrà scontrarsi con un immaginario consumista forte di tutti i vantaggi che ha portato ai paesi sviluppati.
Ma, pensare che la tecnologia, il mercato, o qualche governante illuminato possano risolvere il problema ecologico non è realistico, perché il problema ecologico, essendo una sfida globale per cui tutta l’umanità è sia soggetto che oggetto del problema stesso, deve essere risolto dall’umanità intera rivedendo i rapporti che l’uomo ha con la natura e i rapporti che fondano la società.
In tal senso, anche se appare come la strada più difficile da percorrere, la Decrescita è, forse, l’unica alternativa che può dirsi capace di salvaguardare l’ambiente in cui viviamo, con buona pace dei vari Raggi e Marzo, che invece di scrivere amenità, farebbero bene a leggere un po’ di più.

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