15/08/2018
Decrescita “for dummies”
Sul Resto del Carlino del 9 agosto, a pagina 7, c’era un articolo che riportava un’intervista rilasciata al giornale dal Presidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (ANCE), Giancarlo Raggi in merito all’incidente occorso a Borgo Panigale lunedì scorso. L’articolo, chiudeva con una dichiarazione di Raggi, ripresa tra l’altro nell’occhiello dell’articolo, che, riferendosi al Passante, diceva: “Il blocco delle opere come Decrescita felice, in realtà, è un’eutanasia economica”.
Oggi, in un editoriale sul Corriere di Bologna, Massimiliano Marzo scrive: “Il negazionismo continuo di chi invoca la decrescita felice mette rabbia e tristezza al tempo stesso, perché non ha davvero a cuore le sorti del Paese, ...”.
Entrambe queste dichiarazioni aiutano a comprendere, semmai ce ne fosse ancora bisogno, il livello di imbarbarimento a cui il dibattito politico è giunto nel nostro Paese. Questo clima finisce per impedire ogni serio confronto politico e culturale che non avvenga in circuiti di nicchia chiusi alla stragrande maggioranza delle persone, con il risultato che ormai non ci sono più discussioni serie ma zuffe fra tifosi.
Prendete il vaso dei vaccini: il discorso si è ridotto ad un volgare litigio condominiale fra pretesi “scienziati” o politici che danno dell’oscurantista medievale a chi nega la bontà di ogni vaccino e tribù di scalmanati semi analfabeti che sostengono l’inutilità di ogni vaccino. Il problema “sarebbe” un altro se si discutesse adeguatamente: i vaccini sono ovviamente utili e necessari e chi dice il contrario è una bestia, ma questo non significa che ogni vaccino lo sia. Una dozzina di anni fa l’intero esercito americano venne vaccinato contro una pericolosissima epidemia che stava per scoppiare, ma che poi non scoppiò affatto. Si venne poi a sapere che il segretario alla Difesa che aveva deciso la misura, occasionalmente, era l’azionista di riferimento della ditta produttrice del vaccino. Certamente un fatto del tutto casuale. Dunque, occorrerebbe una discussione molto seria sui misfatti del sistema di Big Farma, guarda caso a partire dagli accordi di Marrakech sulla proprietà intellettuale. Dovremmo discutere di questo, ma vai a fare una discussione seria in questo Paese!
Ora, in questo post, la cui lunghezza sarà quella che deve essere, perché a noi piace argomentare, per cui se siete degli “analfabeti funzionali” che non riescono a leggere più di 50 righe, fermatevi pure qua(!), non parleremo dell’incidente di Borgo, del Passante e delle grandi opere, per quello vi rimandiamo ad un post ad hoc pubblicato sulla pagina dei Consiglieri di Borgo-Reno. In questo post cercheremo di provare a dare un contributo affinché si cominci a fare un po’ di chiarezza riguardo al tema della Decrescita, nella speranza di poter dare un contributo affinché, a livello cittadino, si possa avviare un confronto serio sul nostro modello di società, affinché anche il dibattito sul Passante di Mezzo possa essere ricondotto sul giusto binario.
Risorse e inquinamento
Per comprendere appieno il concetto di Decrescita, occorre inquadrarlo, innanzi tutto, nella giusta prospettiva.
Il moderno sistema industriale assorbe ed espelle energia e materia ininterrottamente. Per sostenere una crescita economica continua occorre necessariamente una crescita continua sia del prelievo di energia e materia sia della produzione di rifiuti. Quindi, il processo economico è inevitabilmente legato alla limitatezza delle risorse di energia e materia e alla capacità ambientale di assorbire i rifiuti.
Le risorse e l’inquinamento sono i problemi del nuovo millennio: le prime in quanto il loro sfruttamento eccessivo o mal distribuito ha portato a problemi di scarsità e di povertà; il secondo perché crea enormi squilibri geo-politici anche adesso, in quanto impedisce ai paesi invia di sviluppo di avere le stesse opportunità dell’occidente, obbligandoli a pagare anche per gli errori fatti da parte del mondo già sviluppato.
Negli ultimi decenni, lo sfruttamento delle risorse del pianeta e l’avanzamento dell’inquinamento hanno condotto studiosi, politici ed economisti ad interrogarsi sul possibile proseguimento ed incremento del corrente tasso di produzione capitalistico.
Le risposte che sono state date variano dal classico laisser-faire liberista, a concezioni più radicali che prevedono una rivisitazione della società, dell’economia e delle istituzioni. Ognuna di queste risposte porta con sé un nutrito bagaglio conseguenze, ma le problematiche da cui tutte partono sono due: le risorse e l’inquinamento.
Cos’è realmente la Decrescita
Per Decrescita economica si intende quella teoria economica e sociale che, ritenendo il corrente tasso di crescita né mantenibile né auspicabile, apre ad una nuova visione del mondo che rimetta in gioco i paradigmi sviluppatisi negli ultimi due secoli e riconducibili all’ideologia della crescita. La Decrescita è “una finzione performativa, oppure un’utopia concreta, o ancora un progetto di costruzione di una società di abbondanza frugale per uscire dalle aporie della società dei consumi”.
Come osserva Serge Latouche, considerato dall’opinione pubblica il teorico della Decrescita, il termine “Decrescita” è soprattutto uno slogan provocatorio. Per l’economista transalpino si dovrebbe parlare di “a-crescita” così come si parla di “a-teismo”, con l’alfa privativo, ad indicare la negazione di una credenza. Latouche stesso afferma che la parola “Decrescita” è “semplicemente una bandiera dietro la quale si raggruppano quelli che hanno fatto una critica radicale dello sviluppo e vogliono delineare i contorni di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo”.
Uno dei tratti fondamentali del progetto della Decrescita è la critica tenace alla società dei consumi e alla teoria della crescita che la sostiene. Tale critica si risolve nel titolo-slogan del libro di Pallante Meno e meglio, ovvero consumare meno, ma meglio, dove, per consumare meno, avvertono i decrescisti, non basta semplicemente ridurre gli sprechi (anche se ciò rappresenterebbe una grande riduzione di rifiuti), ma anche rivedere il proprio stile di vita: per diminuire l’impatto dell’uomo sull’ambiente occorre per prima cosa limitarne il consumo di risorse.
Secondo i dettami degli economisti neoliberisti, però, non c’è bisogno di consumare meno per ridurre l’impatto ambientale, in quanto un’implementazione tecnologica riesce a ridurre il quantitativo di materie prime necessarie per produrre un oggetto, abbassandone i costi e aumentandone la disponibilità sul mercato. Inoltre, i progressi della scienza stanno conducendo a quella che è stata definita come economia dell’immateriale, ovvero un’economia capace di muovere capitali e innescare il processo di crescita senza utilizzare risorse materiali.
In realtà, questo approccio ha dei limiti enormi. Tutte le strutture che permettono un’implementazione tecnologica della produzione, richiedono enormi flussi di energia e di materia per mantenere se stesse: “Le strutture economiche (imprese multinazionali di produzione e servizi) e le organizzazioni (sistemi di trasporto, cura, svago, istruzione, ricerca, ecc.) necessarie alle democrazie avanzate per farsi promotrici dell’innovazione tecnologica richiedono esse stesse, per poter essere mantenute, enormi quantità di lavoro e di risorse naturali, e questo indipendentemente dalla loro capacità di produrre benessere.”
Di fronte ad un aumento della complessità di queste strutture, aumentano anche la quantità di energia e di materia di cui necessitano per alimentarsi e per produrre nuove innovazioni e crescita. Questo stretto legame fra tecnologia e crescita indica chiaramente che la tecnologia non è il mezzo adatto per uscire dalla crisi ecologica, in quanto per riuscire a rendere sostenibile l’economia mantenendo la crescita, richiede e costruisce strutture sempre più complesse e con economie di scala sempre più ampie “con un conseguente aumento del degrado entropico, e dello stress a cui sono sottoposte le strutture sociali”.
La soluzione che si prospetta per salvaguardare l’ambiente è dunque quella della riduzione dei consumi. Secondo un’equazione classica dell’economia, l’impatto dell’uomo (I), è uguale al prodotto di popolazione (P), quantità dei consumi (A) e implementazione tecnologica (T), che formano l’equazione I=PAT. I tre fattori di intervento per ridurre l’impatto sono dunque: popolazione, ma genera enormi difficoltà politiche, morali e sociali (e secondo alcuni non è né auspicabile né utile); tecnologici, dei cui limiti abbiamo già parlato; quantità dei consumi. Ma ridurre semplicemente la quantità dei consumi, all’interno di una società della crescita, è, secondo tutti gli “obiettori di crescita”, una follia, perché condurrebbe soltanto a una contrazione della domanda, dunque dell’offerta, degli investimenti e dei posti di lavoro. Ridurre i consumi, di per sé, quindi, non è sufficiente e anzi, data la realtà socio-economica attuale, può risultare anche controproducente.
In tal senso, la Decrescita non può essere vista come una semplice riduzione dell’impatto umano sulla natura a rapporti invariati: essa è una revisione totale dell’economia e della società, che non è dettata dal catastrofismo ecologico, ma da esigenze profonde di riformare e di rivoluzionare il sistema produttivo e i rapporti sociali!
Sul piano economico, la Decrescita si pone come contraltare netto alla crescita, rifiutando così l’attuale schema produttivo e richiamando l’economia ai suoi rapporti con la società. Questa tendenza a ricondurre la sfera economica alla sfera sociale e anzi, a sottomettere la prima alla seconda, fa sì che i decrescisti si possano definire come anti-economici. Ma occorre porre dei distinguo e notare come la loro avversione all’economia sia soprattutto legata al modello economico di accumulazione e sfruttamento capitalistico contemporaneo, dove il guadagno è inteso come “summum bonum”, e non all’economia tout-court, che raggruppa al suo interno la produzione e gli scambi. Non esistono infatti società che non abbiamo instaurato e regolato al loro interno dei rapporti economici, ma esiste una sola società che abbia sottomesso tutti gli altri tipi di rapporti e tutti gli altri valori alle regole e ai valori dell’economia: quella occidentale.
Uscire dall’economia significa che la società della Decrescita non sarà né una società di mercato né una società salariale, né una società capitalistica, perché non sarà soggetta alla legge economica, all’imperio del “sempre più”; semplicemente sarà una società basata e descritta a partire dai rapporti sociali e culturali che si svilupperanno al suo interno, e non a partire da qualche peculiarità economica.
Il punto principale della critica a cui viene sottoposta la società della crescita è la monetizzazione di ogni cosa, dai danni ambientali all’uomo, dagli oggetti al lavoro: in questa società, affermano i decrescisti, tutto assume valore soltanto quando viene monetizzato e reso scambiabile. Quello che loro chiedono è un ritorno all’uomo come animale sociale, superando l’unidimensionalità dell’homo oeconomicus: l’uomo non è solo un salariato che consuma, come vorrebbero le astratte leggi economiche, ma è un essere multidimensionale che ha bisogni che oltrepassano la sfera materiale e che riguardano il suo essere uomo e non la sua capacità di possedere.
L’avversione verso la formalizzazione dell’economia deriva dal fatto che a livello politico si tenta di spiegare l’uomo e di rispondere alle sue esigenze soltanto in quanto elemento del sistema economico. Anche qui ritroviamo la critica portata dai precursori dello sviluppo sostenibile nei confronti del PIL quale indicatore di benessere, e la necessità di reindirizzare le azioni politiche verso il benessere sociale e la sostenibilità ambientale. Lo sviluppo sostenibile e la Decrescita, quindi, nonostante partano da una stessa critica della monetarizzazione imperante e siano accomunate da principi economici che rispecchiano gli assunti dell’economia ecologica, presentano però delle forti differenze, riconducibili a due approcci sostanzialmente distanti.
La differenza fra Decrescita e Sviluppo Sostenibile, infatti, non si riduce a un conflitto di “slogan”, per cui, come dice Latouche, “si tratta di un pleonasmo al livello della definizione e di un ossimoro al livello del contenuto”: pleonasmo in quanto sviluppo è una crescita autosostenuta, ossimoro poiché non è né sostenibile né durevole. La differenza è molto più profonda: per la Decrescita si tratta di “uscire” dall’economia così come si struttura oggi per ricreare una nuova società; mentre lo sviluppo sostenibile non si pone come obiettivo quello di scardinare e ribaltare i valori che si sono affermati negli ultimi 200 anni, ma solo di rendere socialmente equa e rispettosa dell’ambiente la società attuale e il processo economico che la fonda. Una differenza sostanziale che conduce inevitabilmente a linee politiche che, anche se propongono linee di riforma simili (riduzione della forbice sociale, riduzione dell’impatto ambientale), si indirizzano verso obiettivi differenti utilizzando strumenti di gestione politica diversi.
Ma se una riduzione dei consumi non basta per strutturare la Decrescita, così come non basta una politica attuata dall’alto che permetta maggiore equità sociale e minore impatto ambientale, come si struttura la Decrescita?
Per strutturare la Decrescita, ovvero per riportare l’economia al suo ambiente sociale, occorre, secondo Latouche, decostruire l’immaginario sociale e rifondarlo su nuove basi simboliche. Tale cambiamento di immaginario collettivo andrà a generare nuovi modelli economici che si fondano sul dono, sulla misura e sulla localizzazione delle risorse: una sfera economica, dunque, fortemente legata alla società che la circonda.
Il problema preliminare che occorre risolvere è, quindi, la “fuoriuscita dall’immaginario dominante” specie se “dipendenti” dalla “droga della crescita”. Per Latouche tale cambiamento non può essere imposto, in quanto non andrebbe ad incidere sull’immaginario, perciò occorre dare avvio ad una prassi che riesca a smuovere l’immaginario radicale dei singoli. “La decolonizzazione dell’immaginario sarà un processo lungo, che dovrà avvenire per autotrasformazione” ma che però può essere velocizzato dalle crisi che colpiscono periodicamente il capitalismo e che da crisi economiche tendono sempre più a divenire crisi sociali e politiche.
Tale rivoluzione culturale, da attuare attraverso politiche riformiste, “non è concepibile senza una fuoriuscita dal capitalismo”, che non significa socialismo o abbattimento delle istituzioni capitalistiche (economiche e non), ma reintegro di tale istituzioni all’interno di una società che non è più basata su quello che Weber definiva come “spirito del capitalismo”, ovvero sulla spinta crematistica all’accumulazione di beni e denaro e all’individuazione del lavoro e del successo economico come parametri fondamentali del giudizio sociale.
Considerazioni
Da quando l’uomo, grazie alle sue capacità e alla tecnologia, unica “arma” di cui è dotato, è riuscito a porsi in una situazione di vantaggio nei confronti della natura, ha iniziato ad escluderla dai suoi progetti. In pratica, se la natura aveva ostacolato l’avanzata dell’uomo, questi si sentiva legittimato, in quanto “vincitore” della lotta per la sopravvivenza, a modificarla, sfruttarla e in alcuni casi distruggerla.
Questo tipo di atteggiamento si è radicato con forza nell’uomo moderno occidentale, perché vedeva nel suo operato la capacità di poter sopravvivere solo grazie ai propri mezzi, senza l’apporto della natura. La fabbrica e l’agricoltura intensiva (che non supera la natura, ma la migliora) portavano più benessere e in minor tempo di qualunque sistema naturale. Dato che il sistema funzionava molto bene, si è esteso con enorme facilità in ogni parte del mondo, fino a scontrarsi con i limiti suoi e dell’ambiente.
L’attuale periodo storico dovrebbe porre in primo piano i problemi ecologici, perché le risorse si stanno esaurendo, i terreni perdono fertilità e l’inquinamento rovina la qualità dell’aria, dell’acqua e dell’atmosfera. Di fronte a questi gravi problemi globali, le risposte principali sono tre, in quanto vengono escluse le proposte nichiliste nell’uno o nell’altro senso: sia quelle che non si preoccupano di fronte alla possibilità della fine della specie umana (non solo a livello biologico ma anche di civiltà), sia quelle che la invocano, perché così la natura potrebbe tornare ad un immaginario stadio originario: la Crescita continua; lo Sviluppo Sostenibile; la Decrescita.
Nella teoria della Crescita continua, la struttura di sviluppo capitalistico basata sulla teoria marginalista o neoclassica e attuata tramite politiche neoliberiste, si propone di salvaguardare l’ecosistema senza modificare il comportamento dell’uomo-consumatore e senza l’intervento da parte degli Stati. Il vecchio adagio smithiano per cui l’egoismo del singolo porta al benessere di tutti viene riproposto in ambito ambientale con una dialettica rassicurante, che non chiede niente all’uomo comune, che può così continuare con il proprio stile di vita.
Lo Sviluppo Sostenibile, invece, si focalizza su interventi dall’alto, sperando nella capacità dei governi di scegliere le strade migliori in vista del rispetto dell’ambiente. Gli Stati, i governi e gli organismi sovranazionali, però, da una parte subiscono gli interessi delle grandi multinazionali e la necessità di soddisfare le richieste del mercato, dall’altra sono stati eletti, o comunque rappresentano, delle società civili che non hanno interiorizzato l’interesse ecologico, dunque non subiscono pressioni dall’opinione pubblica.
Sul problema dell’immaginario collettivo si costruisce invece l’utopia concreta della Decrescita, perché solo così è possibile costituire quella coscienza ambientalista che impedirebbe di vedere la natura come un avversario, mostrando invece come l’uomo, nonostante i suoi progressi tecnologici e la sua capacità di sfuggire alla selezione naturale, sia sempre e comunque parte di un sistema più ampio, la biosfera, che ne permette la vita.
Nonostante tutti i limiti che si possono riscontrare nel progetto di Decrescita, forse solo un cambiamento di immaginario collettivo potrà effettivamente portare l’umanità (o meglio, l’umanità occidentalizzata) a modificare i rapporti che ha nei confronti della natura, anche se farlo significa rimettere in gioco tutti i portati economici, ideologici, sociali e politici dell’occidente, rivalutandone i limiti e modificandone il significato. Il ragionamento della Decrescita in fondo è semplice: se la società del produttivismo e dei consumi ha portato alla crisi ecologica, allora dobbiamo cambiare in toto la società, non cercare di riformarla come vorrebbe lo Sviluppo Sostenibile.
Si tratterebbe di una vera e propria evoluzione sociale, proprio perché, come nell’evoluzione biologica, il miglioramento non si produce per gradi, ma per salti, ovvero per modificazioni genetiche che generano degli individui diversi da quelli precedenti, ma che presentano delle capacità migliori di adattamento all’ambiente. Il sistema capitalistico, o comunque basato sulla produttività e sul consumo, ha portato innumerevoli vantaggi alla specie umana, permettendole, nelle zone del mondo dove questo sistema si è sviluppato, di debellare il problema della selezione naturale, di diffondere benessere e cultura, di godere di avanzamenti tecnologici enormi, di esprimersi pubblicamente in completa libertà e di poter scegliere i propri governanti. Questo sistema, al contempo, ha modificato l’ambiente circostante, sia sociale che ecologico, innescando la nascita di nuove richieste e scontrandosi con nuovi limiti.
Di fronte a questi limiti, il sistema non sembra possedere gli anticorpi adatti per sopravvivere (politiche ambientali della crescita), né una capacità duttile in grado di modificarlo fino a renderlo compatibile con i cambiamenti che esso stesso ha portato (sviluppo sostenibile): per riadattare la società umana ai limiti della biosfera e per ristrutturare la società, c’è bisogno, forse, di un nuovo sistema, di una mutazione genetica, che crei una società con capacità di adattamento all’ambiente migliori.
É fuor di dubbio che una mutazione sociale di questa portata verrà e viene (soprattutto in Francia, dove il dibattito è molto sentito) osteggiata e ostacolata dai sostenitori della crescita e, cosa ancora più importante, dovrà scontrarsi con un immaginario consumista forte di tutti i vantaggi che ha portato ai paesi sviluppati.
Ma, pensare che la tecnologia, il mercato, o qualche governante illuminato possano risolvere il problema ecologico non è realistico, perché il problema ecologico, essendo una sfida globale per cui tutta l’umanità è sia soggetto che oggetto del problema stesso, deve essere risolto dall’umanità intera rivedendo i rapporti che l’uomo ha con la natura e i rapporti che fondano la società.
In tal senso, anche se appare come la strada più difficile da percorrere, la Decrescita è, forse, l’unica alternativa che può dirsi capace di salvaguardare l’ambiente in cui viviamo, con buona pace dei vari Raggi e Marzo, che invece di scrivere amenità, farebbero bene a leggere un po’ di più.