01/06/2026
2 GIUGNO: LA REPUBBLICA NASCE ANCHE DALLE DONNE
Il 2 giugno rappresenta una delle date fondative della nostra democrazia. È il giorno in cui il popolo italiano scelse con voto libero la Repubblica e la democrazia e, per la prima volta, anche le donne esercitano il diritto di voto e poterono essere elette affermando finalmente una conquista per la quale hanno lottato fin dalla nascita dello Stato italiano.
Le donne sono state fondamentali per la fine della guerra e la vittoria della resistenza, donne che hanno rischiato la propria vita per la libertà del Paese e che, attraverso la lotta antifascista, hanno rotto definitivamente l’immagine imposta dal regime fascista che le voleva relegate esclusivamente al ruolo di moglie e madre.
La Resistenza rappresentò per molte donne una presa di coscienza collettiva: dimostrarono capacità organizzative, coraggio, intelligenza politica e senso di responsabilità verso la comunità. Furono staffette, combattenti, organizzatrici, infermiere, donne capaci di tenere insieme la sopravvivenza quotidiana e la costruzione di una nuova idea di Paese.
Dentro quella lotta durissima nacque l’Udi che lottò da subito proprio per il diritto di voto e si schierò con la scelta della Repubblica. Nel 1944 l’associazione costituì il Comitato Pro Voto e avviò un enorme lavoro di alfabetizzazione politica rivolto alle donne. Bisognava spiegare cosa significasse votare, perché fosse importante partecipare, come si esercitasse concretamente quel diritto negato per secoli.
Le donne risposero con entusiasmo straordinario. Le testimonianze raccontano di file lunghissime davanti ai seggi fin dalle prime ore del mattino, di donne con i figli piccoli e la merenda portata da casa per affrontare l’attesa, di abiti della festa tirati fuori dagli armadi perché quel gesto aveva il valore di un rito civile e collettivo.
Le donne furono circa un milione in più degli uomini a recarsi alle urne. Guardando i numeri di quella mobilitazione ci piace pensare che l’attivismo delle donne Udi fu importante, se non determinante, nell’affluenza femminile alle urne.
Alla Costituente vennero elette 11 donne, su 21, che sono fondatrici dell’Udi e protagoniste di quella mobilitazione. La loro presenza e i loro interventi saranno fondamentali per imprimere nella Costituzione il ripudio della guerra, il rifiuto della discriminazione di sesso e di razza, la richiesta di una eguaglianza sociale, di fatto, con l’impegno della repubblica a rimuove gli ostacoli, la fine della schiavitù sessuale coatta delle donne nella prostituzione e nel matrimonio, una visione della famiglia che ha poi accompagnato le lotte per la rimozione delle distinzioni tra figli nati dentro e fuori dal matrimonio e l’equiparazione dei coniugi in ogni diritto e dovere compresa la genitorialità e il divorzio.
L’azione dall’Udi, dalla Costituente in poi, è rivolta alla rimozione degli ostacoli nella vita delle donne e al riconoscimento di una cittadinanza non omologata al maschile.
Oggi, a ottant’anni da quella conquista, possiamo dire che il lungo percorso delle donne e dell’UDI ha contribuito a rendere possibile uno scenario che allora sarebbe apparso impensabile: una Presidente del Consiglio donna e una leader dell’opposizione donna. Sono il segno di una trasformazione profonda della società italiana.
Tuttavia, non possiamo illuderci che la parità sia stata raggiunta. I numeri ci raccontano ancora una realtà segnata dalle disuguaglianze: la presenza femminile nei luoghi decisionali resta insufficiente, così come rimane molto bassa la percentuale di donne nei ruoli apicali dell’economia, delle istituzioni e del mondo del lavoro.
Persistono stereotipi culturali profondamente radicati che continuano a condizionare le opportunità e la rappresentazione delle donne. Troppo spesso il dibattito pubblico e mediatico continua a concentrarsi sull’aspetto fisico, sull’abbigliamento o sulla vita privata delle donne invece che sulle loro competenze, sulle loro idee e sulle loro capacità politiche e professionali.
La lotta più urgente oggi non è soltanto conquistare diritti formali, ma renderli realmente esigibili nella vita quotidiana.
Il nodo centrale resta la disuguaglianza strutturale tra autonomia economica e carico di cura. Ancora oggi moltissime donne, anche quando lavorano, sostengono quasi interamente il peso del lavoro domestico, della cura dei figli, degli anziani e della gestione familiare. Un lavoro essenziale ma invisibile, non riconosciuto economicamente e socialmente.
Questa disparità produce conseguenze concrete: carriere più fragili, stipendi più bassi, pensioni insufficienti, minore libertà e autonomia nelle scelte di vita.
Per questo il vero cambiamento necessario è prima di tutto culturale. Le leggi sono fondamentali, ma non bastano se non cambia l’idea implicita di ciò che la società si aspetta da una donna e da un uomo. Le disuguaglianze si riproducono spesso nei gesti quotidiani, nei linguaggi, nelle aspettative familiari, nei modelli educativi e sociali.
La vera parità sarà raggiunta quando le scelte di vita non saranno più giudicate attraverso il filtro del genere. Quando non sembrerà più eccezionale che una donna occupi spazi di potere e responsabilità o che un uomo si assuma pienamente il lavoro di cura.
Il 2 giugno ci ricorda allora che la democrazia non è mai una conquista definitiva. È un processo che va continuamente difeso, ampliato e reso concreto.
Siamo tutte figlie di quella storia di conquista dei diritti fondamentali, fare i conti con l’eredità di quelle donne significa per noi misurarci ancora sul significato concreto del fare associazione tra donne, per costruire un futuro in cui lo spazio per la nostra libera esistenza si faccia visione di un altro mondo possibile.