Alfonsine Futura

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Non avevo dubbi su quello che avrebbe detto la Germania. Ci siamo svegliati dal sogno con un bel "schiaffone". Ora i Kaz...
25/03/2020

Non avevo dubbi su quello che avrebbe detto la Germania. Ci siamo svegliati dal sogno con un bel "schiaffone". Ora i Kazzoni al governo dovranno prendere le opportune contromisure. Ma purtroppo sappiamo già come andrà a finire.

Altro che solidarietà, l'Unione europea ha mostrato ancora una volta il suo lato più oscuro, chiudendo a ogni richiesta dell'Italia

28/11/2016

UN VOTO SOTTO RICATTO

Matteo Renzi che si crede effettivamente Zeus, sceso dall’Olimpo, ha giocato e continua a giocare sporco con il referendum. Perché ha consapevolmente caricato il NO di significati che nulla centrano con la riforma costituzionale. A cominciare dall’imposizione della paralisi parlamentare e cioè dal blocco di ben 21 leggi ritenute «prioritarie» ma fermate alla Camera e al Senato fino a quando non conoscerà l’esito della consultazione. Norme su processo penale e prescrizione, concorrenza (e cioè assicurazione, auto, energia, taxi), lavoro nero, adozioni, crisi di impresa, cyberbullismo, codice della strada … Se dovesse vincere il NO, sarà peggio per voi, manda a dire il premier non eletto dai cittadini: si butterà tutto perché il governo cadrà.
Viene dato per scontato che se vince il NO Piazza Affari cadrà a picco, che la nostra credibilità internazionale crollerà e via tragediando. Falso, tutto falso. E l’Europa? Il braccio di ferro con la Commissione per il via libera alla manovra fino a quando pensate che andrà avanti? Ma fino al 4 dicembre, ovvio!
Siamo davanti a un’estorsione, alle acrobazie e all’avventurismo di un premier disperato perché cosciente delle eredità malsane che si riverseranno sulla vita politica e di governo nei prossimi anni. La crescita al palo, il debito pubblico destinato a saliere con l’aumento dei tassi di interesse, il pareggio di bilancio, l’ipoteca dell’aumento dell’IVA per 19,6 miliardi nel 2018 rappresentano mine innescate che impediranno di fare manovre ballerine come quella del 2017 costruita sul deficit.
E allora non cedete al ricatto e votate NO senza paura. Dovesse perdere il SI, morirà politicamente Zeus-Renzi, ma non finirà il mondo, al più si spegnerà il suo piccolo sole e ci saremmo liberati di un altro Kazzone prodotto tipico della nostra società.

Calamandrei, citando Dante, raccomandava ai costituenti di fare «come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte». I riformatori costituzionali di oggi, invece, in nome della governabilità a tutti i costi il lume preferiscono spegnerlo, lasciando al buio le minoranze e i cittadini, affinché dalla fosca notte della Repubblica esca rafforzato in modo sproporzionato il solo potere esecutivo.
Andremo a votare il 4 dicembre sulla riforma Renzi-Boschi. Già solo il fatto che si parla di riforma Boschi-Renzi ci fa capire l’errore di fondo.
La Costituzione è la legge fondamentale di tutti. Nel 1946, per scrivere insieme le regole della comunità si unirono partigiani, comunisti, democristiani, liberali, e anche qualche monarchico. Una Costituzione «presbide», diceva Calamandrei. E infatti la nostra Costituzione è riuscita a guardare lontano e a reggere il sistema, superando la Guerra freddra, gli anni di piombo, gli scandali di Mani pulite, l’euro, la crisi economica. Una Costituzione che è riuscita a preservare i valori della democrazia
Una Costituzione che è riuscita a preservare i valori della democrazia e della libertà. È dunque logicamente e culturalmente sbagliato che sia il governo del momento a fare la «sua» Costituzione, senza la partecipazione di minoranze e opposizioni.
Se passerà la Costituzione Renzi-Boschi, anche il prossimo governo vorrà la sua, di Costituzione. E così via. in questo modo, la Costituzione smetterà di essere il patto sociale di tutti per diventare un qualsiasi atto politico di parte.
Le insidie e le contraddizioni sono tante: sarebbero modificati 54 articoli su 139, toccando almeno 20 punti diversi, dal Senato al Cnel, dalle Province al referendum, dal procedimento legislativo all’elezione del Presidente della Repubblica. Ma si è lavorato solo sui particolari, senza valutare il quadro d’insieme.
La parte più significativa è quella che riguarda il Senato, che diventerebbe la Camera delle autonomie territoriali. Da un lato, sembra che si voglia concedere un ruolo decisivo alle Regioni nella formazione delle leggi; dall’altro il ruolo delle autonomie viene di molto ridotto: si aboliscono le Province e si restringono le competenze Regionali.
Ma allora quale modello si vuole? Centralista o autonomista?
A parole abbandonano il bicameralismo perfetto, in realtà venivano portati verso un quasi bicameralismo. Solo la Camera dei deputati darà la fiducia al governo e avrà competenza legislativa generale. Si avrà tuttavia un Senato che, svolgendo molti compiti, metterà in affanno i senatori part-time eletti dai Consigli regionali, fra sindaci e consiglieri: saranno senatori con il doppio lavoro. E così, se è improbabile che in Senato andranno i sindaci di Milano e Roma o i governatori di Campania e Veneto, tra quei banchi ci saranno sindaci di Comuni minuscoli e consiglieri secondari.
Su molte materie i senatori non avranno alcun potere decisivo, ma meramente consultivo; un potere che nella prassi si rivelerà del tutto inutile. Ma in alcune materie rilevanti – riforme, diritti, legge elettorale, attuazione delle politiche europee – è previsto invece un potere legislativo pieno.
Proprio questa incomprensibile scelta di un potere «a fisarmonica», che si allarga e si restringe, avrà conseguenze micidiali sul processo legislativo: in un Senato così eterogeneo si formeranno le maggioranze più bizzarre, con il rischio di paralizzare l’iter legislativo senza che il governo abbia più possibilità di porre la questione di fiducia.
La riforma non risolve – come si sostiene a gran voce – i conflitti di competenza fra Stato e Regioni, ma si limita ad aumentare le competenze statali, secondo una logica politica che allontana sempre più le comunità territoriali dalle decisioni strategiche.
Si tratta dunque di una riforma i cui scopi dichiarati si pongono in netta antitesi rispetto alle soluzioni prospettate: si annuncia un Parlamento più snello nel processo legislativo e viene offerto un iter di emanazione delle leggi confuso, suscettibile di incepparsi irrimediabilmente ogni qualvolta se ne presenti l’occasione politica; si annuncia l’abolizione delle Province, dimenticando che lo stesso messaggio era stato diffuso con l’entrata in vigore della Legge Delrio, che ha creato solo conflitti di attribuzioni fra enti locali e partorito gravi deficit di democrazia in seno agli enti territoriali; viene prospettata la riduzione del numero dei politici, ma in realtà diminuiranno soltanto i rappresentanti dei cittadini.
Infine, l’insistente propaganda favorevole alla riforma – una propaganda che oltrepassa i limiti del marketing aggressivo per collocarsi alle soglie della pubblicità ingannevole – è l’ennesimo sfregio alla Costituzione, che da atto alto e solenne è stata svilita e ridotta a slogan di una parte.

28/11/2016

LE «SCHIFORMA» BOSCHI-RENZI

Cercare di far capire le ragioni di un NO alla «schiforma» di Renzi, diventa un atto di civiltà.
La riforma Boschi-Renzi si può dividere in tre fondamentali filoni:
1. Il primo riguarda il numero dei parlamentari e l’annunciato superamento del bicameralismo perfetto.
In caso di vittoria del SI, i nuovi senatori, pur ridotti rispetto ai 321 di ora (315 più 6 senatori a vita), resterebbero comunque tanti: ben 100, di cui 21 i sindaci, 74 consiglieri regionali (per un totale di 95 senatori eletti, ma in forme diverse) e 5 senatori a vita, nominati, come è già oggi, dal Capo dello Stato.
Per non dire di Montecitorio, dove continuerebbero a sedere gli attuali (troppi) 630 deputati.
Quanto al bicameralismo, in realtà non viene veramente archiviato neanche stavolta. Sull’eterno rimpallo delle leggi tra una camera e l’altra la riforma incide in modo relativo: il bicameralismo da «perfetto» si limita a diventare «differenziato».
Montecitorio avrà l’ultima parola sulle leggi, altrettanti poteri, solo che saranno in parte «consultivi», in parte «vincolanti». Morale, l’iter legislativo ne risentirà comunque come pure non mancheranno tensioni tra una camera e l’altra, proprio come ora.
Inoltre, tranne il voto di fiducia al Governo (di pertinenza della sola Camera), il Senato potrà chiedere, con il voto di 1/3 dei suoi membri, di riesaminare le leggi. Dovrà, inoltre, dare parere obbligatorio su tutte le leggi costituzionali.
Nella riforma ci sono anche modifiche sostanziali all’elezione del Capo dello Stato, dei giudici della Consulta, dei quorum necessari per l’indizione di referendum abrogativi e leggi popolari e infine il vaglio preventivo, d’ora in poi, di tutte le nuove leggi elettorali.
2. Il secondo filone della riforma, la riscrittura del Titolo V della Costituzione, riporta molte competenze prima concesse alle Regioni nell’orbita Statale, elimina la legislazione concorrente tra Stato e Regioni a scapito delle seconde, abolisce le Province, ma non i loro costi.
3. Il terzo filone della riforma riguarda il (presunto) taglio dei costi della politica.
Presunto perché i 100 senatori continuerebbero a godere di molti privilegi: l’immunità e gli stipendi, o indennità, elargite dai rispettivi enti di competenza, più i rimborsi spese, nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, a carico del Senato.
Tutto questo mentre dipendenti e dirigenti di Palazzo Madama resterebbero comunque al loro posto. I risparmi sarebbero minimi, intorno ai 50 milioni l’anno, rispetto ai 500 promessi da Renzi in campagna elettorale.
Inoltre le Province vengono abolite, ma il loro personale è ricollocato.
Tanto rumore per partorire un topolino, mentre l’elefante rosa ci passa difronte e nessuno lo vede.

28/11/2016

LE RAGIONI PER UN NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

L’esito del referendum istituzionale rappresenta sempre più un importante punto di svolta per la politica italiana. Ciò nonostante, è vissuta dai cittadini in modo vago e sostanzialmente disinformato. Per fare chiarezza è opportuno motivare perché sostengo il NO e perché gli italiani dovrebbero bocciare la riforma Boschi.
Quando sento che il ministro per le Riforme confessare che «l’avrebbe fatta diversamente, ma bisogna approvarla perché se ne parla da troppo tempo» personalmente sbalordisco. Può essere un motivo questo?
La Carta non ha una scadenza temporale, è nata per durare. Se la si cambia lo si fa solo nel modo migliore. E questo non lo è: vorrà pur dire qualcosa che tutti i grandi costituzionalisti sono schierati contro.
Quali sono i motivi per un NO deciso?
Il primo è a monte: ha fatto la riforma un Parlamento eletto su base di una legge dichiarata incostituzionale, quindi illegittimo. Non è stato sciolto, anche se sarebbe stato meglio, ma poteva provvedere agli atti necessari ed urgenti, non certo riscrivere la Carta.
Questa è la riforma di una minoranza che, grazie alla sovra rappresentazione parlamentare fornita dalla legge elettorale illegittima, è divenuta maggioranza solo sulla carta. Una simile maggioranza non può spingersi fino a cambiare con un violento colpo di mano, i connotati della Costituzione.
Il secondo è nel merito: dicono che c’è risparmio di spesa. Pura demagogia. Innanzi tutto, non si cambia la costituzione per motivi finanziari, per risparmiare qualche euro, perché è di questo che si tratta. Ma poi l’apparato burocratico rimane in piedi. Si risparmia sui compensi dei senatori? Voglio vedere se i «nominati» non eletti (i cittadini non sceglieranno più chi dovrà occupare lo scranno senatoriale), non chiederanno qualche compenso aggiuntivo. Comunque certo non è un taglio che incide sul bilancio dello Stato. Anche la ragioneria dello Stato ha confermato che il risparmio dei conti del Senato, in conseguenza della riforma, è da stimare in circa 49 milioni di Euro. Un misero 9% su un bilancio attuale di 540 milioni.
Renzi insiste sulla funzionalità, sulle lungaggini del bicameralismo perfetto, peccato che in Italia ci sia un eccesso di leggi, non un deficit. non dobbiamo fare molte leggi, ma farle bene.
Il terzo è sulla struttura della legge elettorale, a quel «capolavoro» dell’Italicum: una struttura che fa rimpiangere non solo le legge truffa, ma la legge Acerbo. Una riforma che non sta bene a nessuno tranne a chi governa. E potrà avere in mano il paese con il 23-25% dei voti.
L’italicum aggiunge all’azzeramento della rappresentatività del Senato e al centralismo che depotenzia il pluralismo istituzionale, l’indebolimento della rappresentatività della Camera dei deputati. In particolare, il premio di maggioranza alla singola lista consegna la Camera nelle mani del leader del partito vincente – anche con pochi voti – nella competizione elettorale, secondo il modello dell’uomo solo al comando. Questa non è la stabilità che ci serve. Non sentiamo la necessità di un modello per trovare un nuovo «uomo della provvidenza» e Dio ci salvi se quest’uomo dovesse essere Renzi.
Il quarto è perché non funziona il riparto di competenze Stato-Regioni-autonomie locali: il nuovo riparto di competenze tra Stato e Regioni non porterà alla diminuzione dell’attuale pesante contenzioso. Piuttosto lo aumenterà. La tecnica di elencare ciò che spetto allo Stato o, invece, alle Regioni, è largamente imprecisa ed incompleta. Non è vero che la competenza concorrente è stata eliminata: in molte materie, come quella del «governo del territorio» rimane una concorrenza tra «norme generali e comuni» statali e leggi regionali.
La Costituzione, e così la sua riforma, sono e debbono essere patrimonio comune il più possibile condiviso, non espressione di un indirizzo di governo e risultato del prevalere di alcune forze politiche su altre. La Costituzione non è una legge qualsiasi che persegue obiettivi politici contingenti, ma esprime le basi comuni della convivenza civile e politica.
Il modo in cui si giunge ad un riforma investe la stessa «credibilità» della Carta costituzionale e quindi la sua efficacia.
Per questi motivi è opportuno e doveroso apporre un netto NO a questo modo operandis che sa molto di bulletti di quartiere.

20/07/2015

Comunicato Stampa

COMUNICATO STAMPA

L’Ospedale non è un lusso

Il nuovo piano aziendale sanitario prevede una “ristrutturazione” degli ospedali e anche Lugo ne fa le spese. Al consiglio comunale di giovedì sera i vertici dell’AUSL della Romagna sono venuti per comunicare la sentenza “non negoziabile”, come ha detto il direttore Tonini, che ha affermato inoltre “di non aver paura del nostro territorio”.
Le previsioni che facemmo una decina d’anni fa quando raccogliemmo 4000 firme contro la chiusura di Pediatria si sono rivelate corrette e le promesse fatte dall’allora sindaco Cortesi e dal direttore generale dell’epoca Carradori sono cadute nel vuoto. Pediatria è diventata un punto a cui rivolgersi nell’orario 8-20, praticamente lo stesso fatto dai pediatri di libera scelta.
Se, come ha detto il dott. Guerra responsabile del presidio di Lugo, questo cambiamento è stato imposto dalla mancanza delle caratteristiche che permettono l’accreditamento, allora noi ci chiediamo perché anziché depotenziare pediatria non si sia lavorato per rispettare le caratteristiche richieste dalla normativa.
Le scelte scellerate fatte sulla senologia hanno fatto perdere a Lugo il dott. Magalotti e il nostro presidio non è più un punto di riferimento per le donne che si rivolgono al reparto per la diagnostica lughese: la maggior parte di loro, una volta avuta la diagnosi “emigrano” ad Urbino dove il professore opera.
Gli investimenti che vengono fatti adesso sull’ospedale non sono certo una garanzia di mantenimento delle unità operative esistenti.
Le parole pronunciate giovedì sera lasciano intendere che a Lugo col tempo rimarranno il percorso nascita (per le gravidanze non a rischio) e la gestione delle emergenze. Per tutto il resto il nostro ospedale sarà un punto di partenza verso gli altri ospedali dell’Ausl unica della Romagna.
Abbiamo quindi chiesto che a Lugo venga garantita quantomeno la presenza costante di medici specialisti che in tempi brevi (simili a quelli che si possono avere quando ci si rivolge alla libera professione) visitino i pazienti. Le liste d’attesa non sono degne di una società civile e chi ha un reddito “normale” non può permettersi di pagare le parcelle degli specialisti privati. Sono pochi quelli che hanno il privilegio di avere polizze sanitarie riconosciute come benefit dalle aziende.
Per le case della salute uno stop bello pieno è arrivato dal dott. Tonini, stop che sembrava un’accusa nei confronti dei medici che dovranno lavorarci perché questi vogliono essere (giustamente diciamo noi) pagati per la maggior mole di lavoro che dovranno accollarsi mentre Ausl è a corto di risorse. Le promesse della campagna elettorale di Ranalli sono già disattese.
Sicuramente dalle parole del dott. Tonini di giovedì sera è emerso che il nostro sindaco Ranalli ben sapeva quanto stava succedendo al nostro presidio ospedaliero, visto che in questi 5 mesi ha incontrato il direttore sanitario “7 o 8 volte” senza mai riferire in consiglio comunale l’esito di quegli incontri. La spiegazione sta forse nelle parole pronunciate dal presidente dell’Unione Piovaccari che ha affermato in chiusura che “gli amministratori non sono tenuti a comunicare ogni volta le decisioni che hanno preso”.
Noi invece siamo convinti che i cittadini vadano informati sempre perché questa è la base della democrazia.
Donatella Donati
(capogruppo di Forza Italia a Lugo)
Stefano Gaudenzi
(capogruppo di Alfonsine Futura)

17/12/2014

Registrazione integrale della telefonata del Presidente Berlusconi al Pranzo di Forza Italia, tenutosi a Imola (Ristorante "Il Maglio"), il 14 Dicembre 2014....

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