28/11/2016
UN VOTO SOTTO RICATTO
Matteo Renzi che si crede effettivamente Zeus, sceso dall’Olimpo, ha giocato e continua a giocare sporco con il referendum. Perché ha consapevolmente caricato il NO di significati che nulla centrano con la riforma costituzionale. A cominciare dall’imposizione della paralisi parlamentare e cioè dal blocco di ben 21 leggi ritenute «prioritarie» ma fermate alla Camera e al Senato fino a quando non conoscerà l’esito della consultazione. Norme su processo penale e prescrizione, concorrenza (e cioè assicurazione, auto, energia, taxi), lavoro nero, adozioni, crisi di impresa, cyberbullismo, codice della strada … Se dovesse vincere il NO, sarà peggio per voi, manda a dire il premier non eletto dai cittadini: si butterà tutto perché il governo cadrà.
Viene dato per scontato che se vince il NO Piazza Affari cadrà a picco, che la nostra credibilità internazionale crollerà e via tragediando. Falso, tutto falso. E l’Europa? Il braccio di ferro con la Commissione per il via libera alla manovra fino a quando pensate che andrà avanti? Ma fino al 4 dicembre, ovvio!
Siamo davanti a un’estorsione, alle acrobazie e all’avventurismo di un premier disperato perché cosciente delle eredità malsane che si riverseranno sulla vita politica e di governo nei prossimi anni. La crescita al palo, il debito pubblico destinato a saliere con l’aumento dei tassi di interesse, il pareggio di bilancio, l’ipoteca dell’aumento dell’IVA per 19,6 miliardi nel 2018 rappresentano mine innescate che impediranno di fare manovre ballerine come quella del 2017 costruita sul deficit.
E allora non cedete al ricatto e votate NO senza paura. Dovesse perdere il SI, morirà politicamente Zeus-Renzi, ma non finirà il mondo, al più si spegnerà il suo piccolo sole e ci saremmo liberati di un altro Kazzone prodotto tipico della nostra società.
Calamandrei, citando Dante, raccomandava ai costituenti di fare «come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte». I riformatori costituzionali di oggi, invece, in nome della governabilità a tutti i costi il lume preferiscono spegnerlo, lasciando al buio le minoranze e i cittadini, affinché dalla fosca notte della Repubblica esca rafforzato in modo sproporzionato il solo potere esecutivo.
Andremo a votare il 4 dicembre sulla riforma Renzi-Boschi. Già solo il fatto che si parla di riforma Boschi-Renzi ci fa capire l’errore di fondo.
La Costituzione è la legge fondamentale di tutti. Nel 1946, per scrivere insieme le regole della comunità si unirono partigiani, comunisti, democristiani, liberali, e anche qualche monarchico. Una Costituzione «presbide», diceva Calamandrei. E infatti la nostra Costituzione è riuscita a guardare lontano e a reggere il sistema, superando la Guerra freddra, gli anni di piombo, gli scandali di Mani pulite, l’euro, la crisi economica. Una Costituzione che è riuscita a preservare i valori della democrazia
Una Costituzione che è riuscita a preservare i valori della democrazia e della libertà. È dunque logicamente e culturalmente sbagliato che sia il governo del momento a fare la «sua» Costituzione, senza la partecipazione di minoranze e opposizioni.
Se passerà la Costituzione Renzi-Boschi, anche il prossimo governo vorrà la sua, di Costituzione. E così via. in questo modo, la Costituzione smetterà di essere il patto sociale di tutti per diventare un qualsiasi atto politico di parte.
Le insidie e le contraddizioni sono tante: sarebbero modificati 54 articoli su 139, toccando almeno 20 punti diversi, dal Senato al Cnel, dalle Province al referendum, dal procedimento legislativo all’elezione del Presidente della Repubblica. Ma si è lavorato solo sui particolari, senza valutare il quadro d’insieme.
La parte più significativa è quella che riguarda il Senato, che diventerebbe la Camera delle autonomie territoriali. Da un lato, sembra che si voglia concedere un ruolo decisivo alle Regioni nella formazione delle leggi; dall’altro il ruolo delle autonomie viene di molto ridotto: si aboliscono le Province e si restringono le competenze Regionali.
Ma allora quale modello si vuole? Centralista o autonomista?
A parole abbandonano il bicameralismo perfetto, in realtà venivano portati verso un quasi bicameralismo. Solo la Camera dei deputati darà la fiducia al governo e avrà competenza legislativa generale. Si avrà tuttavia un Senato che, svolgendo molti compiti, metterà in affanno i senatori part-time eletti dai Consigli regionali, fra sindaci e consiglieri: saranno senatori con il doppio lavoro. E così, se è improbabile che in Senato andranno i sindaci di Milano e Roma o i governatori di Campania e Veneto, tra quei banchi ci saranno sindaci di Comuni minuscoli e consiglieri secondari.
Su molte materie i senatori non avranno alcun potere decisivo, ma meramente consultivo; un potere che nella prassi si rivelerà del tutto inutile. Ma in alcune materie rilevanti – riforme, diritti, legge elettorale, attuazione delle politiche europee – è previsto invece un potere legislativo pieno.
Proprio questa incomprensibile scelta di un potere «a fisarmonica», che si allarga e si restringe, avrà conseguenze micidiali sul processo legislativo: in un Senato così eterogeneo si formeranno le maggioranze più bizzarre, con il rischio di paralizzare l’iter legislativo senza che il governo abbia più possibilità di porre la questione di fiducia.
La riforma non risolve – come si sostiene a gran voce – i conflitti di competenza fra Stato e Regioni, ma si limita ad aumentare le competenze statali, secondo una logica politica che allontana sempre più le comunità territoriali dalle decisioni strategiche.
Si tratta dunque di una riforma i cui scopi dichiarati si pongono in netta antitesi rispetto alle soluzioni prospettate: si annuncia un Parlamento più snello nel processo legislativo e viene offerto un iter di emanazione delle leggi confuso, suscettibile di incepparsi irrimediabilmente ogni qualvolta se ne presenti l’occasione politica; si annuncia l’abolizione delle Province, dimenticando che lo stesso messaggio era stato diffuso con l’entrata in vigore della Legge Delrio, che ha creato solo conflitti di attribuzioni fra enti locali e partorito gravi deficit di democrazia in seno agli enti territoriali; viene prospettata la riduzione del numero dei politici, ma in realtà diminuiranno soltanto i rappresentanti dei cittadini.
Infine, l’insistente propaganda favorevole alla riforma – una propaganda che oltrepassa i limiti del marketing aggressivo per collocarsi alle soglie della pubblicità ingannevole – è l’ennesimo sfregio alla Costituzione, che da atto alto e solenne è stata svilita e ridotta a slogan di una parte.