29/05/2026
🔎Come sono cambiate le case popolari a Bologna? Scopriamolo insieme, un decennio alla volta.
Negli anni tra il 1930 e il 1939, in pieno regime fascista, le abitazioni costruite dagli Istituti Autonomi Case Popolari (IACP) segnano un capitolo decisivo dell’edilizia sociale italiana. È un periodo di forte accentramento e controllo statale, in cui la casa popolare diventa non solo risposta al bisogno abitativo, ma anche strumento di organizzazione urbana e consenso.
A Bologna, accanto all’intervento pubblico fioriscono cooperative di dipendenti statali, postelegrafonici e operai, che promuovono nuove costruzioni destinate ai propri iscritti. Si diffonde la “formula del riscatto”: l’alloggio viene assegnato in affitto, ma può diventare di proprietà dopo un certo numero di anni di contribuzione mensile.
Nel 1934 il Comune bandisce un importante concorso per la progettazione di tre nuclei di case popolari — via Vezza, via Scipione dal Ferro e via Pier de’ Crescenzi. Vince il gruppo milanese composto da Franco Albini, Renato Camus e Giancarlo Palanti. Il loro progetto, tuttavia, giudicato troppo avanzato per il contesto locale, viene rielaborato dall’architetto Francesco Santini, incaricato di adattarlo alla realtà bolognese.
Gli edifici in linea di via Vezza vengono inaugurati nel 1936 alla presenza di Benito Mussolini. In quell’occasione il Duce apprezza anche un altro progetto di Santini, fortemente sostenuto dal Partito fascista locale: il “Villaggio della Rivoluzione Fascista”, promosso per premiare le famiglie dei feriti, mutilati e caduti per la causa.
Nel complesso, durante il fascismo l’attività legislativa e l’intervento pubblico in materia di edilizia popolare procedono di pari passo, con l’obiettivo di consolidare il consenso e organizzare la società urbana. In questa logica si rafforzano, oltre agli IACP, anche altri enti centralizzati come l’INCIS (Istituto Nazionale per le Case degli Impiegati dello Stato), destinato a rispondere alle esigenze abitative dei ceti medi e degli impiegati pubblici.