Giorgio Zini politico

Giorgio Zini politico Blogger con un focus particolare riguardo la politica, provando a condividere possibili proposte utili che la collettività possa beneficiare

27/06/2026

Oltre i tamburi di guerra: perché il Popolo ha il diritto di chiedere "Cui prodest?"

Avete fatto caso al rumore di fondo che accompagna le nostre giornate? Non parlo del traffico o della routine, ma del vociare sempre più insistente che arriva dalle stanze del potere. Proprio di recente, abbiamo visto i leader europei convergere in una narrazione univoca: la necessità di un riarmo atlantico massiccio. Siamo passati dall'obiettivo del 2% del PIL, già oneroso, a una rincorsa f***e verso il 5% entro il 2035.
Mi chiedo, da cittadino che ama questa nazione e ne osserva le ferite: da chi ci stiamo difendendo davvero? E soprattutto, chi sta beneficiando di questa corsa?

La NATO, nata nel 1949, fu concepita come un'alleanza difensiva per contenere l'Unione Sovietica. Era un patto di mutua protezione. Ma guardiamo la realtà dei fatti degli ultimi decenni: da forza di difesa, l'Alleanza Atlantica ha troppo spesso agito come una forza di proiezione offensiva, intervenendo ben oltre i propri confini, dal Kosovo alla Libia, in missioni che poco avevano a che fare con la protezione del suolo dei paesi membri. Siamo passati dalla prevenzione del conflitto alla gestione perenne dello stesso.

Oggi, questa struttura ci chiede di alzare l'asticella della spesa militare in modo vertiginoso. Portare il bilancio dal 2% al 5% del PIL non è un semplice "adeguamento tecnico": è un drenaggio di risorse senza precedenti. Provate a immaginare cosa si potrebbe fare con quelle centinaia di miliardi di euro se venissero dirottati sulla nostra sanità, sull'istruzione pubblica che cade a pezzi, sulla messa in sicurezza del nostro territorio o sui trasporti.

E chi incassa questi soldi? Dobbiamo essere lucidi: il mercato globale delle armi non è equo. I primi cinque produttori mondiali di sistemi d'arma sono colossi americani. Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics non sono solo aziende, sono attori geopolitici. Quando decidiamo di "riarmarci" in questo modo, stiamo di fatto alimentando un gigantesco travaso di ricchezza dal budget sociale delle nazioni europee verso le casse dei giganti dell'industria bellica statunitense. Stiamo svuotando le tasche dei nostri cittadini per riempire gli ordini di acquisto di Washington.

La soluzione non è il riarmo frammentato, dove ogni nazione insegue il proprio interesse nazionale sotto l'ala protettrice e spesso ingombrante di un alleato d'oltreoceano. La vera via d'uscita è un Esercito Europeo.

Immaginate una difesa continentale che non sia la somma di tanti piccoli eserciti nazionali, ma una forza unica, sotto l'egida esclusiva dell'Unione Europea, senza bandiere nazionali che dividono, ma con un'unica missione di difesa del territorio. Un esercito così permetterebbe un'efficienza economica enorme, razionalizzando le spese, eliminando le duplicazioni e, soprattutto, decidendo in autonomia i propri confini e le proprie strategie. Non dovremmo più dipendere dagli umori della politica estera americana o dalle pressioni per l'acquisto di armamenti prodotti oltreoceano. La spesa sarebbe equamente suddivisa in base ai bilanci, e il controllo sarebbe democratico, non subordinato a logiche di "protezione" che di fatto diventano ricatti geopolitici.

Mi dispiace se qualcuno lo troverà scomodo, ma non distinguo tra "bomba buona" e "bomba cattiva", e non credo che il popolo italiano voglia essere carne da macello in una guerra per procura. Dall'altra parte della barricata, c'è sempre un giovane che ha una famiglia che lo attende, e che ogni sera si corica senza sapere se potrà riabbracciarlo.

È ora che qualcuno abbia il coraggio di scendere in piazza e istituisca un referendum serio, non per chiederci di ratificare scelte già prese nei palazzi, ma per interrogarci sul nostro futuro.

Dobbiamo porci domande radicali: vogliamo continuare a finanziare l'industria bellica d'oltreoceano a scapito del nostro welfare, o vogliamo costruire una difesa europea sovrana, efficiente e diplomatica? Vogliamo davvero un diritto internazionale che sia uguale per tutti, rimuovendo il diritto di veto all'ONU, o accettiamo di vivere in un mondo dove la legge del più forte è l'unica regola vigente? Vi riconoscete nei leader europei nel entrare in guerra o provocarla contro la Russia?

La pace non è un'assenza di guerra, è una costruzione quotidiana. E oggi, la costruzione più urgente è quella di una coscienza civile che dica, a gran voce, che il popolo non è una risorsa da sacrificare sull'altare di logiche atlantiche ormai superate.
Cosa ne pensate? È davvero possibile una "difesa europea" che non passi attraverso il militarismo e la sudditanza, o stiamo guardando il mondo con gli occhiali del secolo scorso? La parola, stavolta, deve spettare a noi.

Smettiamola di alimentare il discorso della guerra e torniamo a parlare seriamente di pace, diplomazia e disarmo, invece...
26/06/2026

Smettiamola di alimentare il discorso della guerra e torniamo a parlare seriamente di pace, diplomazia e disarmo, invece della continua corsa al riarmo voluta dagli USA. La maggioranza degli italiani non vuole un futuro di conflitti, e l’articolo di domani nasce proprio per dare voce a questa sensibilità diffusa. È un invito a riflettere, anche per chi governa, sulla direzione in cui ci stanno conducendo e sulla necessità di rimettere al centro la sicurezza costruita con il dialogo, il Diritto Internazionale, non con le armi.

26/06/2026

RSA: Il declino silenzioso del nostro welfare e perché non è più un problema privato.

Qualche sera fa, parlando con una persona a me cara, ho raccolto uno sfogo che mi ha lasciato un groppo in gola. Non farò nomi, perché il dolore e la dignità delle famiglie meritano rispetto, ma la storia è di quelle che ti costringono a guardarti allo specchio e chiederci che fine ha fatto il contratto sociale. Questa persona si trova a gestire, insieme alla sorella, una situazione limite: due genitori anziani, gravemente ammalati, impossibilitati a operarsi per via di un quadro clinico troppo compromesso. La vita delle figlie si è sgretolata tra le maglie di una cronaca quotidiana fatta di cure, stress, rinunce e la beffa burocratica di dover gestire la Legge 104 mentre cercano di lavorare.

Alla fine, la scelta obbligata: la ricerca di una RSA. E qui arriva il muro. Ben 125 euro al giorno. Fate due conti: sono 3.750 euro al mese. Due stipendi medi italiani che se ne vanno, polverizzati, per garantire a chi ci ha cresciuto un posto dove essere accuditi dignitosamente.

Quando sentiamo cifre così alte, spesso pensiamo che sia il costo della qualità, un po' come pagare un hotel di lusso. Ma c'è una confusione di fondo che alimenta questo sistema. In Lombardia, e in particolare nella nostra Bergamo, il sistema RSA si divide in due binari che spesso si incrociano in modo tragico per le famiglie.

Da un lato ci sono le strutture convenzionate, dove la Regione Lombardia copre la cosiddetta quota sanitaria per l'assistenza medica e infermieristica, ma dove le liste d'attesa sono un labirinto kafkiano con un tasso di saturazione regionale che sfiora il 98 percento, rendendo l'ingresso un'impresa titanica.

Dall'altro lato troviamo le strutture private o solventi, dove non c'è copertura regionale e il costo è interamente a carico delle famiglie. Ed è qui che arriviamo a quei 125 euro al giorno, una cifra che rispecchia una realtà dove la retta media regionale ha ormai superato i 2.300 euro, nascondendo picchi spaventosi per chi necessita di assistenza h24 e fisioterapia specialistica.

Mentre le famiglie bergamasche e italiane si indebitano per garantire ai propri genitori un letto e assistenza, assistiamo a un dibattito politico che, spesso, sembra ignorare le fondamenta del Paese.

Leggiamo di miliardi di euro destinati al riarmo e a spese militari, mentre il welfare, la sanità e la scuola soffrono di tagli o di una cronica carenza di fondi. Mi chiedo, e vi chiedo, possiamo davvero definirci un mondo occidentale civile se, nel momento del bisogno, lo Stato scarica il peso dell'assistenza interamente sulle spalle dei figli?

Se durante la gioventù i nostri genitori hanno dato tutto, lavorando e pagando tasse per costruire questo Paese, non è forse un dovere morale che il sistema non li abbandoni quando diventano fragili? Il rischio è che la RSA diventi un lusso per pochi, trasformando il diritto alla cura in un privilegio di ceto.

Non voglio darvi soluzioni facili, perché non esistono, ma voglio stimolare la vostra curiosità. Quando sentite parlare di bilancio o di spesa pubblica, provate a chiedervi chi sta pagando il prezzo di queste scelte. Siamo sicuri che la gestione del nostro territorio, tra bandi e progetti infrastrutturali, stia mettendo al centro la dignità umana, o stiamo lasciando che il privato diventi l'unico interlocutore per le nostre fragilità? Le RSA non dovrebbero essere degli hotel di lusso né dei bunker dove parcheggiare la solitudine, ma il presidio di una società che sa prendersi cura di sé.

E voi, qual è la vostra esperienza con i servizi sociosanitari nel nostro territorio? Credete che il sistema stia tenendo, o è arrivato il momento di chiedere, chiaramente, un cambio di priorità?

Per chi volesse approfondire la situazione dei posti disponibili, ricordo che esiste il portale delle liste d'attesa dell'ATS di Bergamo, uno strumento che ogni cittadino dovrebbe monitorare per capire esattamente dove si colloca il proprio Comune nel panorama dell'offerta assistenziale.

Un’ulteriore esempio che mi sono imbattuto per riflettere su quanto la Salute resti il bene più prezioso, soprattutto qu...
25/06/2026

Un’ulteriore esempio che mi sono imbattuto per riflettere su quanto la Salute resti il bene più prezioso, soprattutto quando ci accorgiamo che, nel momento del bisogno, il supporto non è sempre garantito. È un tema che riguarda tutti, perché fragilità e vulnerabilità non fanno distinzioni. Vi rimando all’articolo completo, online domani alle 10:00.

25/06/2026

Il Diritto Internazionale perchè specialmente oggi risulta importante

Immagina di guidare in un’autostrada dove non esistono limiti di velocità, corsie o precedenze. Se guidi un TIR enorme e blindato, probabilmente non hai molta paura: al massimo saranno le utilitarie a doversi spostare. Ma se sei a bordo di una piccola utilitaria, la tua vita dipende interamente dal fatto che tutti decidano, per pura bontà d’animo, di non venirti addosso.
Ecco, il diritto internazionale nasce esattamente per questo: per evitare che il mondo sia un'autostrada senza regole dove il più grande schiaccia il più piccolo.

Se ci pensi, le regole che oggi governano i rapporti tra Stati non sono nate da un circolo di filosofi idealisti. Sono nate dalle macerie. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con un'Europa rasa al suolo e lo spettro della bomba atomica appena comparsa all'orizzonte, l'umanità si è guardata allo specchio e ha capito che senza un codice di comportamento comune ci saremmo estinti. Il contesto geopolitico di allora era drammatico: bisognava congelare i confini, evitare nuovi conflitti globali e creare un tavolo, l'ONU, dove parlarsi invece di spararsi.

Ma passiamo al punto centrale, che poi è quello che mi sta più a cuore. Perché il diritto internazionale è vitale soprattutto per chi non è una superpotenza nucleare?

Se sei gli Stati Uniti, la Cina o la Russia, a proteggerti ci pensa il tuo arsenale. Se sei un Paese medio o piccolo, senza testate atomiche, la tua unica vera linea di difesa è la legalità internazionale. È quel pezzo di carta che dice che i tuoi confini sono sacri e che nessuno può invaderti solo perché ha un esercito più grande. Se crolla il diritto internazionale, torniamo alla legge della giungla. E nella giungla, le utilitarie fanno una br**ta fine.

Eppure, dobbiamo essere onesti e guardare in faccia la realtà: oggi questo sistema è sotto gli occhi di tutti che non funziona come dovrebbe. Spesso assistiamo a uno spettacolo ipocrita: specialmente le grandi potenze ma anche altre "emergenti" usano il diritto internazionale come un menu alla carta. Prendono quello che gli conviene e ignorano il resto. Se un alleato viola una regola, si chiude un occhio; se lo fa un nemico, si grida allo scandalo. Questo doppio standard sta distruggendo la credibilità del sistema.

C'è chi dice che il diritto internazionale sia solo un'illusione, una debolezza che non terrà mai a bada la reale sete di potere degli Stati. Altri invece pensano che, pur con tutti i suoi difetti, sia l'unica barriera rimasta contro il caos. Io credo che abbiano ragione in parte entrambi, ma la vera domanda è: come lo ripariamo?

Una riforma sana non può più essere rimandata. Il problema principale oggi è che l'organo che dovrebbe decidere, il Consiglio de Sicurezza dell'ONU, è bloccato dal diritto di veto di cinque nazioni (le vincitrici di una guerra di ottant'anni fa). Se una di loro viola il diritto, si auto-assolve con un veto. È come se in un tribunale l'imputato avesse il potere di annullare la sentenza del giudice. Assurdo, no?

Per far sì che le regole vengano rispettate da tutti, nessuno escluso, serve una riforma radicale. Immaginiamo un sistema in cui le decisioni geopolitiche cruciali vengano prese a maggioranza, senza veti protettivi. Ma soprattutto, servono sanzioni automatiche. Se uno Stato sovrano viola i confini di un altro o compie crimini di guerra, non si dovrebbe aspettare una discussione politica infinita: il blocco totale del commercio, l'isolamento economico e l'esclusione dai mercati finanziari dovrebbero scattare in automatico, come un riflesso nervoso. Se tocchi il fuoco, ti bruci. Senza eccezioni per nessuno, che tu sia una superpotenza o un piccolo Stato.

Solo così il diritto internazionale può passare dall'essere un suggerimento facoltativo a un obbligo reale. E questo conviene a tutti, persino ai giganti, perché un mondo instabile e imprevedibile, alla fine, è un posto pericoloso anche per chi possiede la bomba atomica.

Cosa ne pensi? Credi che sia utopia pensare a un mondo dove i forti accettano di farsi processare, o pensi che la paura di un conflitto globale ci costringerà prima o poi a cambiare queste regole?

Il Diritto Internazionale è nato per sostituire la legge del più forte con la forza della legge, garantendo la coesisten...
24/06/2026

Il Diritto Internazionale è nato per sostituire la legge del più forte con la forza della legge, garantendo la coesistenza pacifica e l'uguaglianza tra Stati sovrani. Oggi, davanti ai tragici scenari in Medio Oriente, che perdurano senza che nessuno riesca a dare un "freno" e nel resto del mondo, questo sistema vacilla o almeno verso alcune nazioni, mancando nel suo dovere di proteggere i popoli più deboli dai soprusi e dalle ingerenze esterne, restituendo alla diplomazia il ruolo di discussione delle controversie. Per questo motivo, ho preparato una breve analisi che ripercorre la storia dalla sua istituzione fino alle attuali richieste di ristrutturazione dell'ONU, per me doverose. Vi aspetto domani alle 10:00 per parlarne insieme.

24/06/2026

Viabilità critica in città dalla riapertura delle scuole, all’introduzione della E-BRT fino ai lavori programmati stradali.

Se vivi o frequenti Bergamo, sai esattamente di cosa parlo: basta un cantiere imprevisto a Borgo Palazzo o un blocco vicino al Rondò delle Valli o comunque sulle arterie di entrata e uscita per trasformare la città in una trappola di lamiera. Ti ritrovi lì, fermo in colonna, a guardare l'orologio che corre mentre cerchi disperatamente di raggiungere l'ufficio in centro o una lezione in Università.

La verità è che per anni abbiamo affrontato il traffico pensando "a pezzi": aggiungendo una pista ciclabile qui, cambiando un senso di marcia là, o sperando che qualche macchina elettrica in più risolvesse la colata di smog. Ma la mobilità di una città come la nostra funziona come una rete vascolare: se blocchi un vaso sanguigno, il flusso si sposta su un altro percorso, sovraccaricandolo e causando problemi.

Per questo voglio proporti un'idea diversa, un progetto concreto e spendibile per le casse del nostro Comune, che unisce due soluzioni rimaste finora separate: i parcheggi di interscambio e l'intelligenza artificiale.

Immagina di arrivare dalle valli o dalla provincia e, invece di infilarti nell'imbuto delle vie centrali per andare al lavoro, di trovare delle vere e proprie "isole di parcheggio" posizionate strategicamente agli ingressi della città. Penso a nodi di interscambio esterni ma vicinissimi alle grandi arterie, potenziando aree già esistenti (es. Parcheggio della Fiera) o creando strutture leggere, dei silos prefabbricati a basso impatto economico e ambientale. Con un contributo simbolico, diciamo un paio di euro, il biglietto del parcheggio ti garantisce l'accesso immediato a un mezzo pubblico ad altissima frequenza nelle ore di punta utilizzabile sia per l’andata che il ritorno. Che sia la linea del tram TEB o autobus rapidi dedicati, l'obiettivo è un collegamento diretto e senza stress verso i punti nevralici: i poli universitari di via Caniana o Sant'Agostino, gli uffici pubblici, le scuole e la funicolare per Città Alta. Per cui trasportarti con più fermate di interscambio con altre tratte per coprano per cui l’intera città.

Ma fare i parcheggi e implementare o utilizzare gli attuali bus con percorsi che coprono queste aree di parcheggio non basta, ed è qui che entra in gioco il salto tecnologico. Quante volte hai visto iniziare dei lavori stradali nello stesso momento in cui c'era un evento in fiera o il mercato settimanale, con il risultato di paralizzare interi quartieri?

Una Bergamo davvero "Smart" non usa la tecnologia solo per fare delle belle mappe colorate che ci mostrano il traffico quando ormai siamo già in coda. Deve usare l'intelligenza artificiale come uno scudo preventivo. Prima di aprire un cantiere o di autorizzare un lavoro stradale, un software di simulazione, quello che i tecnici chiamano "digital twin", un gemello virtuale della città; deve testare l'impatto sui flussi di auto. Se il sistema calcola che quel lavoro causerà il caos, la programmazione cambia, oppure si interviene prima: si aumenta la frequenza dei bus dalle isole di parcheggio esterne, si modificano i tempi dei semafori in tempo reale e si avvisano i guidatori tramite i navigatori o con gli attuali cartelli informativi digitali ancora prima che entrino a Bergamo.

So cosa stai pensando: "Bello, ma i soldi dove sono?". Ed è una critica sacrosanta. Le casse comunali non permettono miracoli ma non stiamo parlando di scavare costose metropolitane sotterranee, ma di ottimizzare quello che c'è. Coordinare i dati delle telecamere, dei semafori e delle flotte di autobus tramite l'AI costa infinitamente meno di una grande opera in cemento, ma ha un impatto immediato. I parcheggi esterni possono essere convenzionati o realizzati a tappe, partendo dalle zone più critiche. Al momento è difficile fare una stima dei costi ma credo che sicuramente un’analisi seria dovrebbe essere affrontata, cercando anche differenti soluzioni da quelle messe in campo oggi visto che non hanno dato risultati tangibili.

Certo, c'è un ostacolo culturale. Noi bergamaschi siamo legati alla nostra auto, ci dà sicurezza e indipendenza. Convincere qualcuno a lasciarla alle porte della città è difficile. Ma se l'alternativa è rapida, costa solo due euro, ti evita mezz'ora di coda e lo stress di cercare un posto che non c'è, allora il cambio di mentalità diventa naturale.

Non si tratta di fare la guerra alle auto, ma di governare i flussi per ridare vivibilità a Bergamo. Tu lasceresti la tua macchina in un silos alle porte della città se avessi la certezza di un collegamento rapido ed economico per il centro?

Sto seguendo il test del Comune di Bergamo, ma guardando gli ultimi dati penso che non stia raggiungendo i risultati spe...
23/06/2026

Sto seguendo il test del Comune di Bergamo, ma guardando gli ultimi dati penso che non stia raggiungendo i risultati sperati. Sembra infatti pensato quasi solo per i turisti, trascurando altre criticità importanti. Nell'analisi di domani vi racconterò il mio punto di vista, partendo dall'idea del Comune ma proponendo un'alternativa migliore. Vi aspetto domani alle 10:00 se volete saperne di più!

22/06/2026
22/06/2026

Bergamo e la corsa ai cassonetti "smart": quasi 2 milioni di PNRR tra promesse e interrogativi.

Mentre cammino per le vie del centro di Bergamo e vedo questi nuovi cassonetti avvolti nella plastica, non posso fare a meno di chiedermi: stiamo davvero facendo un salto verso il futuro o ci stiamo semplicemente nascondendo dietro (e sotto) una coltre di tecnologia?

Il Comune di Bergamo ha avviato un ambizioso progetto che dovrebbe rivoluzionare la gestione dei rifiuti in città. Quasi 2 milioni di euro provenienti dal PNRR, per la precisione 989.237,68 euro per le ecoisole interrate e 984.000 euro per i cestini intelligenti. Numeri importanti che meritano un'analisi approfondita, al di là degli slogan sulla "grande innovazione" proclamati dall'assessora Oriana Ruzzini.

Le ecoisole interrate: una soluzione o un palliativo?

Partiamo dai fatti. Entro giugno 2026 dovrebbero essere operative cinque o sei ecoisole interrate distribuite in punti strategici della Città Bassa: via San Francesco d'Assisi, via Rubini, via Ghislanzoni, largo Belotti e via Longo. Strutture accessibili 24 ore su 24 tramite tessera o app, riservate principalmente alle attività commerciali.

Il concetto è indubbiamente affascinante: contenitori interrati in vasche di cemento sigillate, nessun cassonetto in superficie, sensori che monitorano il riempimento, eliminazione dei cattivi odori. Ma è qui che sorgono le prime domande critiche.

Cinque postazioni per un'intera città

Anche ammettendo che siano ben distribuite, stiamo parlando di una copertura estremamente limitata. L'assessora Ruzzini sottolinea che la scelta dei siti è stata "l'operazione più ardua" per via di "sottoservizi, verifiche archeologiche e il parere della Soprintendenza". Tradotto: non è stato facile trovare spazi liberi. Ma allora ci si deve chiedere: era davvero questa la soluzione migliore o si è optato per una tecnologia costosa ma poco scalabile?

I cestini intelligenti: 150 unità per 3.000 tonnellate di rifiuti

Passiamo ai 150 cestini "intelligenti" installati a partire da gennaio 2025 in 50 postazioni strategiche. Autocompattanti, alimentati da pannelli solari, dotati di monitoraggio GPS/GPRS che avvisa quando sono pieni, capaci di ridurre il volume dei rifiuti fino a sette volte.

Sulla carta è tutto perfetto. Nella realtà, i dati ci dicono che i rifiuti di strada sono passati da 2.800 tonnellate nel 2023 a 3.000 tonnellate nel 2024. Domanda spontanea: come possono 150 cestini, pur intelligenti, gestire questa mole di rifiuti?

La distribuzione è stata fatta con criterio: Città Alta e San Virgilio (14 postazioni), centro (17 postazioni), stazione (5 postazioni), zona stadio (2 postazioni), musei (3 postazioni) e il resto in parchi e giardini. Ma è sufficiente?

Il nodo irrisolto: la partecipazione dei cittadini

Qui arrivo al punto dolente. Tutto questo investimento tecnologico rischia di essere inutile senza un reale coinvolgimento dei cittadini e delle attività commerciali. Le ecoisole interrate saranno accessibili solo con tessera o app. Bellissimo, ma quante attività commerciali avranno la pazienza di registrarsi, scaricare l'app, imparare a usarla?

E i cestini intelligenti? L'assessora parla di "azione educativa importante", ma io mi chiedo: quanti cittadini sapranno davvero differenziare correttamente mentre sono di fretta, in centro, con un caffè in mano? La tecnologia non educa automaticamente al rispetto ambientale. Serve una campagna di informazione massiccia, continua, capillare. E su questo, dalle comunicazioni ufficiali, non trapela molto.

I tempi: un autunno di attesa

Altro aspetto critico: le ecoisole interrate, i cui lavori sono iniziati il 16 febbraio 2026, entreranno in funzione "dopo il collaudo, entro l'autunno". Quindi parliamo di almeno 6-8 mesi di lavori tra disagi, cantieri e poi attesa. Per non parlare del fatto che il progetto completo sarà operativo chissà quando.

Il verdetto: tecnologia sì, ma con cautela

Non sono contrariato a priori dall'innovazione. Anzi, Bergamo ha bisogno di modernizzarsi. Ma spendere quasi 2 milioni di euro pubblici richiede trasparenza e risultati tangibili.

I punti di forza ci sono: riduzione dell'impatto visivo dei rifiuti, ottimizzazione delle raccolte, diminuzione delle emissioni dei mezzi di raccolta, accesso controllato che potrebbe ridurre l'abbandono dei sacchetti.

Ma le criticità sono evidenti:
- Copertura territoriale limitata (5-6 ecoisole per tutta la città)
- Tempi lunghi di realizzazione e collaudo
- Necessità di un cambiamento culturale non garantito
- Rischio di creare "isole" di eccellenza in un mare di criticità irrisolte

L'assessora Ruzzini parla di "tassello importante a favore dell'economia circolare del territorio". Io dico: vediamo i fatti. Tra un anno, quando tutto sarà operativo, faremo un bilancio. Fino ad allora, restiamo con il piede in due scarpe: speranzosi ma scettici, entusiasti ma vigili.

Perché la vera sostenibilità non è solo tecnologica, è soprattutto culturale. E quella, purtroppo, non si compra con il PNRR.

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Bergamo
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