27/06/2026
Oltre i tamburi di guerra: perché il Popolo ha il diritto di chiedere "Cui prodest?"
Avete fatto caso al rumore di fondo che accompagna le nostre giornate? Non parlo del traffico o della routine, ma del vociare sempre più insistente che arriva dalle stanze del potere. Proprio di recente, abbiamo visto i leader europei convergere in una narrazione univoca: la necessità di un riarmo atlantico massiccio. Siamo passati dall'obiettivo del 2% del PIL, già oneroso, a una rincorsa f***e verso il 5% entro il 2035.
Mi chiedo, da cittadino che ama questa nazione e ne osserva le ferite: da chi ci stiamo difendendo davvero? E soprattutto, chi sta beneficiando di questa corsa?
La NATO, nata nel 1949, fu concepita come un'alleanza difensiva per contenere l'Unione Sovietica. Era un patto di mutua protezione. Ma guardiamo la realtà dei fatti degli ultimi decenni: da forza di difesa, l'Alleanza Atlantica ha troppo spesso agito come una forza di proiezione offensiva, intervenendo ben oltre i propri confini, dal Kosovo alla Libia, in missioni che poco avevano a che fare con la protezione del suolo dei paesi membri. Siamo passati dalla prevenzione del conflitto alla gestione perenne dello stesso.
Oggi, questa struttura ci chiede di alzare l'asticella della spesa militare in modo vertiginoso. Portare il bilancio dal 2% al 5% del PIL non è un semplice "adeguamento tecnico": è un drenaggio di risorse senza precedenti. Provate a immaginare cosa si potrebbe fare con quelle centinaia di miliardi di euro se venissero dirottati sulla nostra sanità, sull'istruzione pubblica che cade a pezzi, sulla messa in sicurezza del nostro territorio o sui trasporti.
E chi incassa questi soldi? Dobbiamo essere lucidi: il mercato globale delle armi non è equo. I primi cinque produttori mondiali di sistemi d'arma sono colossi americani. Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics non sono solo aziende, sono attori geopolitici. Quando decidiamo di "riarmarci" in questo modo, stiamo di fatto alimentando un gigantesco travaso di ricchezza dal budget sociale delle nazioni europee verso le casse dei giganti dell'industria bellica statunitense. Stiamo svuotando le tasche dei nostri cittadini per riempire gli ordini di acquisto di Washington.
La soluzione non è il riarmo frammentato, dove ogni nazione insegue il proprio interesse nazionale sotto l'ala protettrice e spesso ingombrante di un alleato d'oltreoceano. La vera via d'uscita è un Esercito Europeo.
Immaginate una difesa continentale che non sia la somma di tanti piccoli eserciti nazionali, ma una forza unica, sotto l'egida esclusiva dell'Unione Europea, senza bandiere nazionali che dividono, ma con un'unica missione di difesa del territorio. Un esercito così permetterebbe un'efficienza economica enorme, razionalizzando le spese, eliminando le duplicazioni e, soprattutto, decidendo in autonomia i propri confini e le proprie strategie. Non dovremmo più dipendere dagli umori della politica estera americana o dalle pressioni per l'acquisto di armamenti prodotti oltreoceano. La spesa sarebbe equamente suddivisa in base ai bilanci, e il controllo sarebbe democratico, non subordinato a logiche di "protezione" che di fatto diventano ricatti geopolitici.
Mi dispiace se qualcuno lo troverà scomodo, ma non distinguo tra "bomba buona" e "bomba cattiva", e non credo che il popolo italiano voglia essere carne da macello in una guerra per procura. Dall'altra parte della barricata, c'è sempre un giovane che ha una famiglia che lo attende, e che ogni sera si corica senza sapere se potrà riabbracciarlo.
È ora che qualcuno abbia il coraggio di scendere in piazza e istituisca un referendum serio, non per chiederci di ratificare scelte già prese nei palazzi, ma per interrogarci sul nostro futuro.
Dobbiamo porci domande radicali: vogliamo continuare a finanziare l'industria bellica d'oltreoceano a scapito del nostro welfare, o vogliamo costruire una difesa europea sovrana, efficiente e diplomatica? Vogliamo davvero un diritto internazionale che sia uguale per tutti, rimuovendo il diritto di veto all'ONU, o accettiamo di vivere in un mondo dove la legge del più forte è l'unica regola vigente? Vi riconoscete nei leader europei nel entrare in guerra o provocarla contro la Russia?
La pace non è un'assenza di guerra, è una costruzione quotidiana. E oggi, la costruzione più urgente è quella di una coscienza civile che dica, a gran voce, che il popolo non è una risorsa da sacrificare sull'altare di logiche atlantiche ormai superate.
Cosa ne pensate? È davvero possibile una "difesa europea" che non passi attraverso il militarismo e la sudditanza, o stiamo guardando il mondo con gli occhiali del secolo scorso? La parola, stavolta, deve spettare a noi.