23/06/2026
Cambiamento climatico: una questione di classe
Temperature sempre più alte, siccità prolungate, alluvioni improvvise, territori devastati da eventi estremi. La crisi climatica non nasce genericamente dall’“attività umana”: nasce da un modello economico preciso. Un sistema che da decenni orienta produzione, consumo, ricerca e organizzazione sociale secondo un unico criterio dominante: l’aumento del profitto privato nel minor tempo possibile.
Il capitalismo ha trasformato tutto in merce: il lavoro, il tempo, il territorio, l’acqua, l’energia, perfino gli ecosistemi. Ogni risorsa viene trattata come qualcosa da estrarre, ogni costo sociale e ambientale da scaricare sulla collettività.
Così mentre una minoranza concentra ricchezza e potere, il resto della società paga il conto: salari compressi, servizi indeboliti, città invivibili, campagne desertificate, aria irrespirabile, eventi estremi sempre più frequenti.
Il Green Deal europeo rappresenta perfettamente l'approccio capitalista al problema: trasformarlo in opportunità di profitto per i soliti soggetti finanziari. Presentato come grande risposta alla crisi climatica, nei fatti ha privilegiato meccanismi di mercato, incentivi finanziari e strumenti pensati per rendere “profittevole” la transizione più che per trasformare davvero il modello produttivo.
La questione non è rendere il capitalismo un po’ più verde. La questione è decidere cosa produrre, come produrre e per chi produrre.
Se l’obiettivo è preservare condizioni di vita dignitose sul pianeta, l’economia deve essere orientata al benessere collettivo, alla riduzione delle disuguaglianze, alla tutela degli ecosistemi e alla soddisfazione dei bisogni sociali, non alla massimizzazione del profitto.
Per i comunisti, questo significa tornare a porre il tema della pianificazione democratica dell’economia: sottrarre le decisioni strategiche alla logica del mercato e riportarle dentro una scelta collettiva, orientata all’interesse comune.