Coordinamento per l'Unità dei Comunisti- Belluno

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13/09/2026
25/07/2026

PD/FDI, due facce dello stesso sistema.

L'intervista di Elly Schlein al Foglio (scelta evidentemente non casuale) certifica ciò che molti continuano a fingere di non vedere: sulla politica estera, sul riarmo, sul sostegno senza limiti alla guerra in Ucraina e sulla rincorsa all'establishment, il PD è pienamente allineato con Meloni.

Schlein rivendica il sostegno all'Ucraina "con tutti i mezzi a disposizione", apre all'ingresso di Kiev nell'UE, cita Mario Draghi come riferimento, riabilita Carlo Calenda e continua la rincorsa a quel centro politico ed economico che da decenni impone austerità, privatizzazioni e precarietà. Sul SAFE e sul riarmo europeo, invece, evita accuratamente di prendere una posizione netta.

Altro che alternativa. Il PD continua a rappresentare il volto "progressista" dello stesso neoliberismo atlantista che ha impoverito il Paese, smantellato i diritti sociali e trascinato l'Europa in una pericolosa spirale di guerra, mentre milioni di lavoratori, pensionati e famiglie fanno i conti con salari bassi, bollette insostenibili e servizi pubblici al collasso.

La rincorsa ai moderati e ai salotti del potere vale più delle istanze popolari, del lavoro, della pace e della giustizia sociale. È la conferma che il bipolarismo italiano (esattamente come quello americano, che a Schlein e al PD piace parecchio) offre due varianti dello stesso modello economico e geopolitico, diverse nei toni ma sostanzialmente unite sulle scelte fondamentali.

Non è più tempo di aspettare, bisogna lanciare un appello a tutte le forze politiche, sindacali e sociali che condividano un giudizio critico su questo fantomatico "campo largo" per una aggregazione politica ed elettorale , che si ponga l'obiettivo di costruire una reale alternativa di classe . Noi ci siamo e daremo il nostro contributo nella chiarezza dell'obiettivo da raggiungere.

23/07/2026

Sanità: da diritto universale a mangiatoia

Prima, governi di ogni fazione e colore, hanno indebolito la sanità pubblica con anni di sottofinanziamenti, liste d'attesa infinite e carenza di personale. Poi, gli stessi governi, hanno presentato la sanità privata come l'unica soluzione. È il copione della privatizzazione.

Nel 2024 la sanità pubblica ha speso 138,3 miliardi, ma ben 28,7 miliardi (oltre il 20%) sono finiti ai privati accreditati. Intanto i 38 principali gruppi della sanità privata hanno raggiunto 13,4 miliardi di fatturato, in crescita del 22% rispetto al 2019, e prevedono ulteriori aumenti dei ricavi.
La beffa è che questi colossi vivono soprattutto di soldi pubblici: in molti casi oltre l'80% dei ricavi arriva dall'accreditamento con il Servizio Sanitario Nazionale.

E mentre i profitti crescono, il governo arriva perfino a bloccare gli adeguamenti salariali per i lavoratori della sanità privata, comprimendo ancora il costo del lavoro.

La salute non può diventare un mercato e il diritto alle cure non può dipendere dalla capacità di pagare. Serve invertire la rotta: rifinanziare la sanità pubblica, assumere personale e difendere un Servizio Sanitario Nazionale universale, perché la salute è un diritto di tutti, non una fonte di profitto per pochi. Noi siamo in prima linea contro questo scempio, che mina i fondamenti stessi di ciò che chiamiamo "civiltá".

02/07/2026

La pensione é un diritto, non un assett finanziario

Ci stanno raccontando che il TFR nei fondi pensione sarebbe modernità, responsabilità, lungimiranza. Ma dietro questa narrazione, corale da parte do tutta la politica e i media mainstream, c’è un’altra realtà: il trasferimento progressivo di una parte del salario dei lavoratori dal perimetro delle tutele collettive a quello della finanza globale.

Con il meccanismo del silenzio-assenso, per inerzia una quota del salario differito può finire dentro catene di gestione finanziaria indirette che alimentano grandi operatori internazionali, fondi finanziari americani su tutti. Si tratta di soggetti certamente non neutri: investono in armamenti, apparati di sorveglianza, industrie legate ai conflitti e alle logiche della rendita finanziaria.

È il punto di approdo di un percorso iniziato da anni: indebolire la previdenza pubblica solidale e a ripartizione, sostituirla con un sistema contributivo che produce pensioni sempre più basse, per poi presentare la previdenza integrativa privata come unica via possibile.
Prima si riduce la certezza del diritto alla pensione pubblica. Poi si propone come soluzione il mercato.

Ma il TFR non è un capitale speculativo: è salario differito. Lasciato in azienda, il TFR ha una rivalutazione definita per legge: 1,5% fisso più il 75% dell’inflazione ISTAT. Nei fondi pensione, invece, non esiste alcuna garanzia di rendimento: si sa quanto si versa, non quanto si riceverà. Nelle crisi finanziarie i mercati crollano, i comparti azionari possono registrare perdite anche pesanti, mentre il TFR continua a rivalutarsi secondo regole certe. Il rischio lo sopporta il lavoratore. Le commissioni, invece, continuano a essere incassate.

E c’è anche una questione politica: quando quote crescenti del risparmio previdenziale vengono assorbite da grandi gestori internazionali — in larga parte espressione del capitalismo finanziario statunitense — si rafforza una dipendenza economica e strategica che sottrae risorse al controllo democratico e al welfare pubblico.

La pensione non dovrebbe essere una scommessa in Borsa. Dovrebbe essere un diritto.

30/06/2026

L'Europa dei doppi standard

Se perfino una Chiesa guidata da un Papa americano arriva a mettere in discussione il doppio standard dell’UE, forse il problema non è più liquidabile come “propaganda anti-europea”, o "guerra ibrida della Russia", né si può più continuare ad accusare di "intelligenza con lo straniero", come ha fatto Calenda, chiunque provi a uscire dalla narrazione oltranzista e guerrafondaia dell'UE.

Dal Vaticano arriva un’accusa pesante: diritto internazionale applicato a convenienza, guerre condannate o tollerate in base agli alleati del momento, principi universali piegati agli interessi geopolitici.

Sono concetti auto-evidenti che noi comunisti ripetiamo da anni, lo diceva Papa Francesco, anche lui accusato di filo-russismo, e ora lo dice il nuovo vertice della Chiesa cattolica, nel pieno di una riflessione che mette in discussione anche il concetto di “guerra giusta”.

Se anche la Chiesa, non certo un'organizzazione marxista, per di più in mano a un Papa americano, va contro l’UE, forse a Bruxelles qualche domanda dovrebbe iniziare a farsela.

Meglio ancora, farebbero bene ad abbandonare le posizioni iper belliciste tenute finora e prediligere la via negoziale, indicata dai risultati sul campo di battaglia. Un bel bagno di realtà contro una propaganda ormai del tutto fantasiosa e fallimentare.

26/06/2026

Meloni in trappola

É innegabile che in questi giorni qualcosa sembri in fermento: l’immagine di una Meloni che pare meno in controllo di quanto abbia raccontato finora é ormai consolidata.

Per anni si è raccontata come l’eccezione: la leader “underdog”, sovranista ma rispettata all’estero, capace di stare dentro i grandi equilibri senza farsi dettare la linea. Quella che avrebbe riportato centralità e autonomia all’Italia.
Poi però arrivano le crisi vere gli altarini si scoprono.

Sulla complicità italiana alla guerra illegale degli USA all'Iran si sono rincorse dichiarazioni, precisazioni, ricostruzioni esterne, menzogne palesi, parole di alleati e vertici internazionali che hanno costretto Palazzo Chigi a inseguire e correggere il racconto. E questo, al di là del merito, apre una domanda politica: chi sta davvero guidando la linea italiana?

Perché se per spiegare il ruolo dell’Italia servono prima le parole di Washington, poi quelle della NATO, poi le rettifiche italiane, il problema non è solo diplomatico. È di autorevolezza e sovranità (vera, non a parole).

E viene il dubbio che qualcosa stia cambiando anche fuori dai confini italiani. Per molto tempo Meloni è stata presentata come la figura giusta per certi equilibri occidentali: affidabile, prevedibile, utile a tenere insieme consenso interno e allineamento internazionale. Oggi però tra richiami pubblici, aspettative non soddisfatte e prese di distanza, sembra emergere un segnale diverso: non più la leader da sostenere senza riserve, ma una dirigente sotto pressione.

L'mpressione è che il capitale politico costruito come “leader forte e indispensabile” stia mostrando i suoi limiti. E quando chi ti aveva legittimata inizia a parlare sopra di te invece che con te, il problema non è la comunicazione: è che forse non sei più tu a dettare il ritmo, se mai lo sei davvero stata, e che gli alleati (o forse dovremmo dire i padroni) di un tempo stiano iniziando a meditare la tua sostituzione.

24/06/2026

Nuova conferma dall'ONU: quello di Isra3l3 a Gaza é genocidio

Una Commissione internazionale indipendente istituita dal sistema ONU attesta che le autorità e le forze israeliane abbiano deliberatamente preso di mira bambini palestinesi e che questo costituisca un elemento centrale per accertare l’intento genocidario.

Crolla ancora una volta la retorica dei difensori dell'entitá sionista: non stiamo parlando di “errori”, “effetti collaterali” o “tragica inevitabilità della guerra”. Ma di un'opera di sterminio infantile pianificata e condotta scientificamente.

Per noi niente di nuovo, solo ancora più rabbia e voglia di continuare la giusta battaglia in difesa del popolo palestinese, per smascherare la politica di sterminio sistematico del governo sionista, attuata con la piena complicità dei governi "democratici" dell'Occidente. Mentre una domanda resta: chi, tra politica e media italiani, ha liquidato ogni critica ad Isra3l3 come fanatismo, chi ha normalizzato l’inaccettabile, chi ha chiesto silenzio invece di pretendere verifiche e responsabilità, chi, di fatto, é stato complice del peggior crimine del XXI secolo, oggi cosa dice? Stará zitto o, come ha già fatto Isra3l3, negherá ancora davanti all'evidenza.

Difendere il diritto internazionale e i diritti umani non può valere solo per i nemici geopolitici di turno. O vale per tutti, o per nessuno, e seguendo l'entità genocidaria stiamo velocemente scivolando verso la seconda opzione.

23/06/2026

Cambiamento climatico: una questione di classe

Temperature sempre più alte, siccità prolungate, alluvioni improvvise, territori devastati da eventi estremi. La crisi climatica non nasce genericamente dall’“attività umana”: nasce da un modello economico preciso. Un sistema che da decenni orienta produzione, consumo, ricerca e organizzazione sociale secondo un unico criterio dominante: l’aumento del profitto privato nel minor tempo possibile.

Il capitalismo ha trasformato tutto in merce: il lavoro, il tempo, il territorio, l’acqua, l’energia, perfino gli ecosistemi. Ogni risorsa viene trattata come qualcosa da estrarre, ogni costo sociale e ambientale da scaricare sulla collettività.

Così mentre una minoranza concentra ricchezza e potere, il resto della società paga il conto: salari compressi, servizi indeboliti, città invivibili, campagne desertificate, aria irrespirabile, eventi estremi sempre più frequenti.

Il Green Deal europeo rappresenta perfettamente l'approccio capitalista al problema: trasformarlo in opportunità di profitto per i soliti soggetti finanziari. Presentato come grande risposta alla crisi climatica, nei fatti ha privilegiato meccanismi di mercato, incentivi finanziari e strumenti pensati per rendere “profittevole” la transizione più che per trasformare davvero il modello produttivo.

La questione non è rendere il capitalismo un po’ più verde. La questione è decidere cosa produrre, come produrre e per chi produrre.
Se l’obiettivo è preservare condizioni di vita dignitose sul pianeta, l’economia deve essere orientata al benessere collettivo, alla riduzione delle disuguaglianze, alla tutela degli ecosistemi e alla soddisfazione dei bisogni sociali, non alla massimizzazione del profitto.

Per i comunisti, questo significa tornare a porre il tema della pianificazione democratica dell’economia: sottrarre le decisioni strategiche alla logica del mercato e riportarle dentro una scelta collettiva, orientata all’interesse comune.

22/06/2026

Il baratro senza fine della "sinistra"

Il post di Enrico Letta che celebra “l’America che ama” con alcuni presidenti statunitensi (Clinton, Obama, Biden e addirittura Bush Junior) è il simbolo perfetto della crisi profonda della cosiddetta sinistra liberale occidentale.

Parliamo di figure che hanno guidato una potenza protagonista di guerre e strategie geopolitiche che hanno avuto costi umani enormi e conseguenze devastanti in molte aree del mondo. Allo stesso tempo, negli ultimi decenni hanno rappresentato e consolidato un modello economico fondato su liberalizzazioni, finanziarizzazione e impoverimento di ceti medi e classi popolari.

È questa l’idea di progresso che viene proposta da uno dei "Vate" della "sinistra": atlantismo senza limiti, neoliberismo presentato come unica via possibile, morte e impoverimento del 99%.

Nel giorno in cui si dimette Keir Starmer da Premier del Regno Unito ci si stupisce ancora della crisi della sinistra. Se per anni si abbandonano rappresentanza popolare, redistribuzione, pace e trasformazione sociale per compiacere élite belliche e finanziarie, il risultato è lasciare spazio alla destra radicale e a nuove forme di autoritarismo oligarchico, per poi piagnucolare quando personaggi come Trump o Vannacci salgono al potere.

19/06/2026

Il "campo largo" con Renzi: la meno-destra Vs la destra

L’apertura di Schlein a Renzi nel “campo largo” sembra preannunciare l’ennesima campagna elettorale costruita sul “votate noi così non vincono gli altri” e sull’allarme permanente del “fermiamo il fascismo che torna”. Ma se oggi il reazionarismo cresce, non è caduto dal cielo: anni di politiche liberali, precarizzazione, arretramento del ruolo pubblico e impoverimento di lavoratori e ceto medio — portate avanti anche e sopratutto dal PD e dal renzismo — hanno preparato il terreno prima per Meloni e Salvini, e oggi per figure come Vannacci.

Continuare a costruire carrozzoni elettorali senza una visione sociale alternativa non basta, anzi, fa esattamente l'interesse delle classi dominanti. Serve un progetto che rimetta al centro redistribuzione, intervento pubblico nell’economia, diritti sociali e una critica strutturale al capitalismo, che non puòessere riformato, ma solo abbattuto.

E se dal PD, partito di meno-destra e non certo di sinistra, questo non arriverà mai, allora il tema diventa costruire un’alternativa reale: unire le forze della sinistra di classe e comunista attorno a un programma davvero radicale, non solo contro qualcuno ma per costruire qualcosa di nuovo e rivoluzionario.

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