Puglia Pacifista e Popolare per Ada Donno Presidente

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Puglia Pacifista e Popolare per Ada Donno Presidente Lavoriamo ogni giorno per una società senza privilegi o discriminazioni, in cui siano riconosciuti i diritti fondamentali di ogni persona.

La solidarietà e l’uguaglianza fra uomini e donne e tra le diverse generazioni sono i nostri valori fondativi.

21/04/2026

Ricordiamo...Papa Francesco, morto il 21 aprile 2025.
L'ultimo suo desiderio è stato quello di andare a Gaza.
Come diceva la grande Margherita Hack per noi atei non serve la promessa di un premio dopo la morte per capire la differenza tra bene e male, ma vogliamo ricordare Francesco, uomo di pace e di accoglienza, con queste sue parole...

"Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo trovati su una stessa barca fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari, chiamati a remare insieme e a confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. E ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo".

A Piazza Sedile a Modugno oggi abbiamo riempito la piazza con il nostro banchetto informativo sul referendum del 22 e 23...
08/03/2026

A Piazza Sedile a Modugno oggi abbiamo riempito la piazza con il nostro banchetto informativo sul referendum del 22 e 23 marzo.
Tante persone si sono fermate, hanno chiesto, discusso, preso materiali: segno che quando si porta la politica tra la gente, la partecipazione risponde!
Noi continuiamo a esserci, tra le persone e nei quartieri, per spiegare le ragioni di un NO convinto.
Perché i diritti si difendono, non si smantellano.
Perché il lavoro e la dignità non si barattano.
E perché il 22 e 23 marzo andiamo a votare e votiamo NO.
Avanti con determinazione, piazza dopo piazza!

Casa del Popolo Risorgimento Socialista - Puglia Nord PCI Puglia Movimento Nuove Frontiere Risorgimento Socialista Puglie. Sinistra socialista Puglia Pacifista e Popolare per Ada Donno Presidente Gruppo Territoriale M5S Modugno e Bitonto Precedenza Democratica Nuove Frontiere Modugno A 5 Stelle

by  Carelli, Consigliere Comunale della Città di Bari, con Delega alle "Politiche per le persone con disabilità e per la...
03/02/2026

by Carelli, Consigliere Comunale della Città di Bari, con Delega alle "Politiche per le persone con disabilità e per la promozione di città e comunità accessibili e inclusive nella Città Metropolitana di Bari” da parte del Sindaco della Città Metropolitana di Bari Vito Leccese.
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Comune di Bari, al consigliere M5S Italo Carelli la delega alle politiche per persone con disabilità
https://www.baritoday.it/.../italo-carelli-consigliere...
© BariToday
Una città per pochi non è una città sicura.
Cosa significa davvero "sicurezza" a Bari?
Significa sicuramente pattugliamenti ma significa anche marciapiedi liberi, spazi pubblici inclusivi e diritti garantiti.
Il modello urbano attuale spesso espelle i "corpi non conformi" e rende la disabilità una marginalità quotidiana.
Sarebbe ora di cambiare prospettiva, la giustizia sociale passa per le strade che percorriamo ogni giorno.
L’11 Febbraio, dalle ore 15.30 presso la sala dell’Ex-Tesoreria del Comune in Corso Vittorio Emanuele 84, interverrò come relatore per discutere di come trasformare Bari in una città fondata sui diritti e non solo sul profitto.
Il tuo contributo conta!!!
Prima dell'incontro, aiutaci a raccogliere dati compilando il questionario al link qui sotto.
👇 👇 👇
https://docs.google.com/.../1FAIpQLScVtw3H8Ko.../viewform...
11 Febbraio ore 15:30
📍 Ex-Tesoreria del Comune, Corso Vittorio Emanuele 84 Bari

Ciao Benny❤🌹!
29/11/2025

Ciao Benny❤🌹!

🏳️‍🌈🌹 OGGI RICORDIAMO IL GIOVANE ANTIFASCISTA BENEDETTO PETRONE, ASSASSINATO A 18 ANNI DA UNA SQUADRACCIA FASCISTA DEL MSI IL 28 NOVEMBRE 1977: SEMPRE CON NOI! 🌹🏳️‍🌈

Ringraziamo Osservatorio democratico sulle nuove destre Italia per il promemoria:

"In memoria di Benedetto PETRONE, operaio di 18 anni, ucciso a Bari il 28 novembre 1977 da una squadra di fascisti, che dopo averlo inseguito (Benedetto aveva problemi di deambulazione per i postumi di una poliomelite infantile) lo picchiarono con catene e coltelli e poi lo accoltellarono a morte.

Benedetto, che era della Città Vecchia, lottava contro l'espulsione dei ceti popolari dal centro storico.

Il giorno dopo la FLM proclamò lo sciopero e la città fu attraversata da un corteo di decine di migliaia di persone."

🏳️‍🌈 BELLA CIAO BENEDETTO: NELLA MEMORIA L'ESEMPIO, NELLE LOTTE LA PRATICA 🌹

Finalmente un po' di luce e di chiarezza su Benedetto, da troppo tempo ridotto ad icona della falsa coscienza e della pr...
29/11/2025

Finalmente un po' di luce e di chiarezza su Benedetto, da troppo tempo ridotto ad icona della falsa coscienza e della propaganda borghese di quella classe politica e dirigente barese che ne usa da oltre trent'anni l'immagine e si cura dell'interpretazione storica per coprire le proprie responsabilità politiche, amministrative e sociali di omissioni e rimozioni i cui effetti sono davanti agli occhi di tutti, ma soprattutto dei baresi che hanno ancora memoria della "Città Aperta" che Benedetto e tanti altri compagni volevano contribuire a realizzare con la loro passione, attivismo ed impegno politico giovanile. Volevamo una Città ed una Società equanime, a misura di uomo, donna, bambino, di persone fragili, di mestieri, arti, professioni ed economie integrate e solidali. Ci ritroviamo un unico centro commerciale dove anche le spoglie di chi é caduto per una Società più giusta, partecipativa, per il lavoro ed il comunismo, sono oggetto da patrimonializzare! Benedetto vive nei nostri cuori, anche dopo che avranno cessato di ba***re! Grazie Sara Ricci❤

🔴 𝐋’𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧𝐝𝐞𝐛𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 🔴

A poche ore dalla conclusione dell’imbarazzante convegno organizzato dalla Fondazione Alleanza Nazionale dal titolo 𝑃𝑎𝑠𝑜𝑙𝑖𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒 tenutosi presso il Senato della Repubblica, al quale hanno partecipato noti esponenti dell’𝑖𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖𝑔𝑒𝑛𝑐𝑖𝑗𝑎 meloniana, vorrei riflettere sulla facilità con cui ci si appropria, applicando categorie e metri di giudizio decisamente impropri, di figure storicamente collocate altrove, forzandone l’appartenenza e l’interpretazione del pensiero.
Curiosa teoria, quella del Pasolini fascista e reazionario. Forse si è persa la memoria di 𝑆𝑎𝑙𝑜̀ 𝑜 𝐿𝑒 120 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑎𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑆𝑜𝑑𝑜𝑚𝑎 che non ci risulta essere una feroce critica al regime comunista. Forse si preferisce dimenticare che, pur esprimendo posizioni talvolta critiche, Pasolini resta un marxista “eretico” e un acuto osservatore della società contemporanea e, per quanto lo si voglia ti**re per la giacchetta, non lo si trasformerà mai in un intellettuale di “destra” (perdonate l’ossimoro) né gli si potrà mai attribuire l’attitudine opportunistica al cambio di casacca, a seconda della stagione, tipica dei nostri tempi.
In questo clima di stravolgimento della realtà fa ancora più specie constatare che la corsa ad appropriarsi di una figura che dovrebbe essere patrimonio della collettività sia operata anche da ambienti di centro sinistra, antifascisti e custodi – ma non detentori assoluti – della memoria della Resistenza.
Il 28 novembre a Bari ricorre l’anniversario dell’uccisione di Benedetto Petrone in Piazza Prefettura nel 1977 ad opera di una “squadraccia missina”. Operaio comunista, militante della FGCI, Benedetto è divenuto, negli anni, un simbolo riconoscibile della lotta contro il fascismo, nella sua declinazione storica e nelle successive evoluzioni “istituzionali”. Ogni anno ci si riunisce per depositare lì una corona di fiori: in prima fila ANPI, sindaco e rappresentanti del Comune di Bari, esponenti del centro sinistra e dei sindacati. Ogni anno, accanto alla cittadinanza democratica, c’è anche il Partito Comunista Italiano, nel quale militano ancora compagni che hanno conosciuto Benedetto, che hanno lottato con lui, che ne hanno pianto sconvolti la perdita, che hanno affollato piazza Chiurlia il giorno dei funerali e partecipato all’imponente corteo di protesta che si riversò in città il giorno successivo alla sua uccisione. Affinché la memoria di Benedetto resti viva, occorre non omettere alcun dettaglio, per convenienza politica e in nome di una presunta necessaria “riconciliazione” a posteriori. Questa ricorrente “omissione” – la militanza comunista e infine persino la matrice politica dell’omicidio – rientra nel quadro più ampio di ridefinizione della memoria, quella che io chiamo più propriamente “semantica dell’oblio progressivo”: alla prima targa collocata in Piazza Prefettura ne è seguita un’altra, collocata ad angolo di Piazza Chiurlia. Se la prima recitava “Il 28 novembre 1977 in questa piazza una squadraccia missina uccise Benedetto Petrone operaio comunista 18 anni. I democratici e antifascisti di Bari”, la seconda – voglio sperare per mere ragioni di spazio, trattandosi dell’intitolazione di una strada – indica Benedetto Petrone semplicemente come “vittima della violenza fascista”. Sparisce la dicitura “operaio”, si cancella la parola “comunista”, come se non fosse stata la sua appartenenza politica ad averne causato l’ignobile agguato e la morte. Ma il culmine dell’ipocrisia lo si raggiunge nell’ex Palazzo delle Poste, ora centro polifunzionale degli studenti dell’università di Bari: l’intitolazione di una sala lettura a “Benedetto Petrone, operaio antifascista vittima della violenza”. Evidentemente, in questi tempi oscuri, neppure all’università si possono pronunciare certe parole e la Storia, quella documentata, vera, testimoniata persino in tribunale, va edulcorata, imbellettata e resa innocua per non turbare gli animi, per il quieto vivere che caratterizza questo periodo di placida agonia democratica, in cui si fatica persino a distinguere tra centro destra e centro sinistra, divenuti schieramenti sovrapponibili e votati entrambi al neoliberismo più becero e nocivo.
Noi vorremmo ricordare Benedetto Petrone restituendogli la sua identità di militante comunista appartenente alla sezione Introna-Pappagallo di Bari Vecchia, di operaio, di giovanissimo studente diciottenne stroncato da un vile atto criminale. Un omicidio politico di matrice fascista, la medesima matrice del nostro attuale governo e il medesimo alveo culturale in cui è cresciuto e si è formato l’onorevole La Russa, che non ha mai rinnegato il suo passato e che ora presiede il Senato di una Repubblica priva di memoria.

Sara Ricci, presidente sez. Pci "Filippo D'Agostino", Bari

𝗖𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗶 𝘀𝗽𝗼𝗿𝗰𝗵𝗲 𝗱’𝗶𝗻𝗰𝗵𝗶𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝘂𝗼𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗳𝗶𝗮𝗺𝗺𝗲 𝗨𝗻𝗮 𝗻𝗼𝘁𝘁𝗲 𝗮𝗹 𝗰𝗶𝗰𝗹𝗼𝘀𝘁𝗶𝗹𝗲𝗜𝗻 𝗺𝗲𝗺𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗕𝗲𝗻𝗲𝗱𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗣𝗲𝘁𝗿𝗼𝗻𝗲Molti oggi n...
29/11/2025

𝗖𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗶 𝘀𝗽𝗼𝗿𝗰𝗵𝗲 𝗱’𝗶𝗻𝗰𝗵𝗶𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝘂𝗼𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗳𝗶𝗮𝗺𝗺𝗲 𝗨𝗻𝗮 𝗻𝗼𝘁𝘁𝗲 𝗮𝗹 𝗰𝗶𝗰𝗹𝗼𝘀𝘁𝗶𝗹𝗲
𝗜𝗻 𝗺𝗲𝗺𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗕𝗲𝗻𝗲𝗱𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗣𝗲𝘁𝗿𝗼𝗻𝗲
Molti oggi non sanno nemmeno cosa fosse un ciclostile. Non ne hanno mai sentito l’odore acre dell’inchiostro, né il suono metallico della manovella che gira nella notte. Eppure per noi, in quegli anni, era più di una macchina: era un’arma. Una voce collettiva che bucava il silenzio, una finestra sulla verità chiusa dai media ufficiali. Era resistenza. Era lotta.
Ricordo ogni istante della notte del 27 novembre 1977. Era una giornata umida, con l’aria che sapeva di castagne e pioggia. Ero stato al cinema, a Carbonara, con alcuni amici. Un film qualunque, così irrilevante da ricordarlo ancora solo per contrasto. Il freddo ci aveva fatto rifugiare nel buio caldo della sala, ma finito lo spettacolo, ci attardammo a discutere come si faceva allora: con passione, con pensiero critico, con l’urgenza di capire il mondo e cambiarlo.
Ci salutammo. Ognuno per la sua strada. Abitavamo in quartieri diversi, a volte dissentivamo , eravamo compagni nel sentire, nel pensare, nell'agire.
Quando rientrai a casa, trovai i miei già a letto. Mia madre, come ogni inverno, mi aveva lasciato sul tavolo un piattino di pettole col vin cotto. Quelle piccole attenzioni che erano amore silenzioso. Ricordo ancora il profumo denso e dolce, il calore della cucina, la malinconia tranquilla del rientro. Mi stavo pulendo i baffi, macchiati da quel nettare scuro, quando squillò il telefono.
Era una voce che conoscevo. Un compagno. La sua voce, però, era diversa. Ferma, incrinata. “Hanno ucciso Benedetto. Benedetto Petrone.”
Il tempo si fermò. Le mani gelarono. Le parole si fecero pietra.
Non ci fu bisogno di dirsi molto. In pochi minuti, nella sede del Partito, eravamo in tanti. Occhi rossi, cuori spezzati, ma menti lucide. Si doveva reagire, organizzare, denunciare. I compagni arrivavano con tutto il necessario: la matrice per il ciclostile, risme di carta, inchiostro nero e voglia di non cedere.
La stanza si riempì dell’odore pungente dell’inchiostro e del fumo delle si*****te. I rulli giravano, i volantini uscivano uno dopo l’altro, ancora umidi, come se sudassero rabbia. Sembrava una tipografia clandestina di altri tempi. In realtà era un cuore che batteva. La notte intera trascorse così, con le mani sporche, ma la coscienza limpida.
All’alba, senza dormire, tornammo a casa solo per avvisare chi non era stato svegliato. Caricammo le nostre Reflex, ognuno con almeno una decina di rullini. Altro caffè, altri abbracci, poi si partì. Con striscioni arrotolati sotto il braccio, bandiere rosse, manici di piccone. Non per fare violenza, ma per affermare la nostra presenza, la nostra forza.
A Bari, il corteo prese corpo. Ricordo il passaggio da Corso Sicilia, dove già si vedeva il segno della rabbia: uno squarcio sulla sede della Passaquindici. Occhi umidi di dolore e di furore. E un grido silenzioso: mai più.
Eravamo tantissimi. C’erano i Consigli di fabbrica, i sindacati, gli studenti, gli operai, le donne con le scarpe bucate ma gli occhi fieri. La classe operaia c’era, e non aveva paura. Volevamo tutto. Pretendevamo giustizia.
Io e altri compagni avevamo il compito di documentare, di fotografare la storia mentre accadeva. Era il nostro modo di lottare. Ogni scatto era un atto politico, ogni immagine una memoria da tramandare. Sotto la sede della CISNAL, ci fu un momento che definirei rivoluzionario: alzare la macchina fotografica come si alza un pugno chiuso, con la stessa determinazione.
Avevamo ragione. Contro il fascismo, non ci sono mezze misure: c’è solo la lotta di classe.
Vorrei che l’antifascismo di oggi avesse la stessa forza, la stessa lucidità, lo stesso amore per la giustizia. Allora volevamo mettere il MSI fuorilegge. Ma il PCI non ci seguì. Temeva la radicalità. Temeva la piazza. E oggi, paghiamo quel prezzo: i fascisti sono al potere.
Questa foto è mia. Non è solo uno scatto: è un simbolo. Un ricordo vivo, un monito. Un pezzo di storia che ci parla ancora oggi. Vorrei che diventasse l’immagine di un filo rosso interrotto, ma mai spezzato davvero. Perché siamo ancora qui. E domani saremo in corteo.
Io ci sarò.
Con la mia memoria.
Con la mia rabbia.
Con la mia macchina fotografica.
Con la mia voce.
Contro il fascismo, sempre. Ora e per sempre.
Foto testo
Franco Lombardozzi

Quella «edizione straordinaria»  per Benedetto PetroneLa stampa e il delitto fascista del 1977 a Bari: oltre le paginedi...
29/11/2025

Quella «edizione straordinaria»
per Benedetto Petrone
La stampa e il delitto fascista del 1977 a Bari: oltre le pagine
di NICOLA SIGNORILE
In edicola quel giorno c'era solo la Gazzetta, nonostante lo sciopero nazionale dei giornalisti. Era il primo dicembre di 39 anni fa e il giorno precedente a Bari, nella via che oggi porta il suo nome, si erano svolti i funerali di Benedetto Petrone, lo studente-operaio comunista, diciottenne, vittima di un agguato fascista la sera del 28 novembre 1977. «Largo Chiurlia trabocca di folla che vuol rendere l'ultimo saluto a Benedetto Petrone. C'è la "sua" Bari vecchia che si pigia da viuzze e stradine», scrive in prima pagina il cronista, Federico Pirro.
I lavoratori del giornale non ebbero dubbi: bisognava raccontare quei giorni, interpretare la città, documentare come stava cambiando e, con essa, dimostrare come mutava anche il modo di fare informazione, conquistando sempre maggiore autonomia. «Per la verità – racconterà più tardi Antonio Rossano, che all'epoca era il capocronista della Gazzetta - il numero speciale su Petrone era stato voluto dalla Cronaca, ma non solo da me e da Pirro: si era battuto come un leone anche Pino Aprile, telefonando a Ceschia, il segretario della Fnsi, per chiedergli la deroga; si era battuto il democristiano Nicola Bellomo. Aveva risposto sì la tipografia, si erano mobilitati anche gli uomini della diffusione, Nicola Vernola soprattutto. E tutti, ovviamente, avevano lavorato gratis. Era stato un grosso momento unitario».
La redazione e la tipografia della Gazzetta del Mezzogiorno avevano già sulle spalle un altro sforzo considerevole: l'edizione del giorno prima. Quando in redazione arriva la notizia dell'assassinio, la sera del 28, il giornale è quasi pronto. Viene smontato e rimontato. «Squadraccia missina uccide a Bari un giovane comunista» è il titolo che campeggia sulla prima pagina che va in stampa. Ma la mattina del 29 giunge in edicola anche una seconda edizione, con diverso titolo: «Feroce aggressione a Bari: giovane comunista ucciso da estremisti di destra». Nel volgere di poche ore è scattata la protezione politica e istituzionale del Msi, mettendo in scena un vago estremismo e poi puntando ad isolare Giuseppe Piccolo nel ruolo del violento che ha agito da solo. Era stato ripreso il controllo della situazione. Un controllo che dimostrerà poi tutta la sua efficienza nell'esito deludente del processo con il quale il giudice Nicola Magrone mette sotto accusa il Msi per riorganizzazione del partito fascista.
Per i giornalisti della Gazzetta però non c'era nulla di misterioso. Loro stessi erano stati minacciati e aggrediti nelle settimane precedenti da attivisti del Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del Movimento sociale. Testimoni diretti. Scrivono a caldo Federico Pirro e Pino Aprile, nella prima edizione del 29: «La mortale aggressore è giunta dopo una serie di scontri sempre più violenti, avvenuti nei giorni scorsi. l'assalto fascista alla "Gazzetta" l'altra settimana; un giovane ex militante di Lotta Continua aggredito venerdì passato da una trentina di teppisti e pestato al punto di essere ricoverato in ospedale; a Poggiofranco le bande fasciste che imperversano e spadroneggiano impunite».
Ma la posizione di quasi monopolio della Gazzetta viene insidiata da un fenomeno nuovo, quello delle radio commerciali, che - consegnati i microfoni a giovani inesperti, speaker e dj - seminano nell'etere voci incontrollate, ingigantiscono i fatti quando non li inventano di sana pianta. Fanno eccezione solo Bari Radio Uno e Bari Radio Alternativa, le uniche «radio libere» a Bari. Nei giorni di Benedetto Petrone l'inquinamento dell'informazione - anticipazione di quel che oggi è l'inaffidabile e velenoso magma dei social network e del web - mostra tutta la sua pericolosità. Sin dalla mattina del 29 si diffondono voci senza alcun controllo: altri morti per le strade, assalti e saccheggi ai negozi, addirittura l'assedio della questura. E appare lo spettro dell'Autonomia operaia, calata dal Nord, da Roma e da Bologna. La produzione di notizie false trova questa volta chi la legittima: è il Tempo, quotidiano romano con una edizione locale affidata a Italo Scarpa. Nelle pagine del Tempo si rispecchiano la destra barese e soprattutto i commercianti, quelli ricchi, quelli di via Sparano, che talvolta sono anche finanziatori del Msi. Così le vetrine infrante in alcuni negozi del centro murattiano lievitano nel racconto di una feroce guerriglia urbana. Tuttavia i conti non tornano. E alla Gazzetta ci si interroga: come stanno davvero i fatti? Ancora una volta la professionalità dei cronisti si impone. E Vito Cimmarusti intervista i dirigenti dei servizi di sicurezza della Polizia, i vice questori Nunzella e Prencipe. «Non abbiamo ancora la prova che esista veramente l'autonomia a Bari. Per noi - risponde Nunzella, a capo della Digos - è una organizzazione ancora fantasma che compare di tanto in tanto attraverso vari episodi».
Le pressioni volte a «normalizzare» i fatti nella cornice tutto sommato rassicurante degli opposti estremismi rispondono al bisogno politico di ricomporre una immagine unitaria della società barese, incrinata definitivamente dall'emergere delle «due città». E il documento con cui il Consiglio comunale aveva chiesto la messa al bando del Msi solo due mesi prima dell'omicidio Petrone sarà incredibilmente negato dal sindaco dc Lamaddalena in Corte d'Assise. Ma resta agli atti.
(pubblicato oggi su "La Gazzetta del Mezzogiorno")

Aveva 11 anni quando la bomba esplose. A 26, l’FBI l’aveva già inserita tra i fuggitivi più ricercati d’America. Il suo ...
29/11/2025

Aveva 11 anni quando la bomba esplose. A 26, l’FBI l’aveva già inserita tra i fuggitivi più ricercati d’America. Il suo crimine? Rifiutarsi di accettare ciò che tutti dicevano non potesse essere cambiato.
15 settembre 1963. Birmingham, Alabama.
Angela Davis sentì l’esplosione a isolati di distanza — un suono che avrebbe definito il resto della sua vita. All’interno della 16th Street Baptist Church, quattro ragazze che conosceva si stavano preparando per il servizio giovanile. Denise McNair. Cynthia Wesley. Carole Robertson. Addie Mae Collins. La bomba del K*K non si limitò a togliere loro la vita. Tracciò una linea nella storia.
La maggior parte dei bambini avrebbe imparato a vivere con la paura. Ad accettare che questo fosse semplicemente ciò che significava essere neri nel Sud segregazionista. A capire che alcune cose non potevano essere cambiate.
Angela Davis imparò qualcosa di completamente diverso.
“Non accetto più le cose che non posso cambiare”, avrebbe dichiarato. “Sto cambiando le cose che non posso accettare.”
Non era uno slogan. Era un piano di battaglia.
A 25 anni insegnava filosofia alla UCLA — non il tipo astratto che vive nei libri, ma quello pericoloso che chiede perché il mondo è rotto e chi trae beneficio dal mantenerlo così. Aveva studiato in Germania con il filosofo marxista Herbert Marcuse. Si era unita al Partito Comunista USA. Lavorava con i Black Panthers di Los Angeles. Credeva che la conoscenza fosse un’arma, e stava insegnando agli altri come mirarla.
I potenti se ne accorsero. Il governatore Ronald Reagan e il Consiglio dei Regenti della UCLA la licenziarono — prima per la sua appartenenza al Partito Comunista, poi per “linguaggio incendiario” quando i tribunali li costrinsero a riassumerla. Reagan giurò che non avrebbe mai più insegnato in California.
Ma i veri problemi per Davis stavano appena iniziando.
Nel 1970 divenne presidente del Comitato di Difesa dei Soledad Brothers, difendendo tre prigionieri neri che molti ritenevano fossero stati scelti come capri espiatori per aver organizzato azioni all’interno del carcere. Quando un tentativo di fuga in tribunale finì in tragedia e furono usate armi registrate a suo nome, Davis fu accusata di omicidio, rapimento e cospirazione — nonostante non fosse neanche vicina alla scena.
Non aspettò un sistema in cui non aveva fiducia. Andò in clandestinità.
Nel giro di pochi giorni, il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover la inserì nella lista dei Dieci Ricercati. Per due mesi diventò un fantasma mentre il mondo intero gridava il suo nome. “Free Angela Davis” echeggiava da Oakland a Mosca, da Parigi all’Avana. John Lennon e Yoko Ono le scrissero una canzone. I Rolling Stones dedicarono “Sweet Black Angel” alla sua lotta.
Quando gli agenti federali la arrestarono finalmente a New York nell’ottobre 1970, era già diventata un simbolo — la prova di ciò che accade quando i potenti si sentono minacciati da qualcuno che rifiuta di restare in silenzio.
Trascorse 18 mesi in carcere. Diciotto mesi di isolamento pensati per spezzarne lo spirito. Invece, lei leggeva. Scriveva. Organizzava. Anche da una cella, rifiutava di accettare l’inaccettabile.
Il 4 giugno 1972, una giuria interamente bianca la assolse da tutte le accuse.
Molti sarebbero spariti in un quieto sollievo dopo un calvario simile. Davis tornò direttamente nel fuoco.
Riprese a insegnare, diventando in seguito Distinguished Professor alla UC Santa Cruz. Ma la sua aula non aveva muri. In Women, Race, and Class (1981), introdusse un’analisi intersezionale prima che il termine diventasse comune, mostrando come razzismo, sessismo e capitalismo non fossero problemi separati ma sistemi intrecciati di controllo.
In Are Prisons Obsolete? pose una domanda che la maggior parte considerava impensabile: e se la risposta all’incarcerazione di massa non fossero carceri migliori, ma nessuna prigione? E se le gabbie non creassero sicurezza, ma perpetuassero la violenza che pretendono di prevenire?
Co-fondò Critical Resistance per smantellare il complesso carcerario-industriale. Viaggiò nel mondo, insegnando che la libertà non viene concessa dall’alto — si costruisce dal basso attraverso una lotta sostenuta e strategica.
Per oltre 50 anni, Angela Davis ha dimostrato che la resistenza non è solo protesta — è un’arte che richiede tre elementi:
Disciplina: ogni azione calcolata. Ogni argomento costruito sulla ricerca. Ogni movimento radicato nella storia.
Intelletto: le idee diventano armi quando comprendi i sistemi contro cui combatti — la loro storia, la loro funzione, i loro punti deboli.
Incessante tenacia: attraverso amministrazioni che cercarono di distruggerla, attraverso decenni in cui le sue idee furono liquidate come troppo radicali, non smise mai di pretendere ciò che sembrava impossibile finché non diventò inevitabile.
Capì ciò che molti non vedono: si può aspettare senza arrendersi. Si può persistere senza conformarsi. Pazienza e accettazione non sono la stessa cosa.
“L’ingiustizia sopravvive grazie all’accettazione”, ci ricorda. Il silenzio permette alla brutalità di continuare. È il confronto — ponderato, strategico, sostenuto — che forza il cambiamento.
Ecco perché le sue parole riecheggiano in ogni generazione. Perché i movimenti di protesta riscoprono la sua saggezza. Perché i giovani attivisti dipingono le sue frasi sui muri e scandiscono i suoi principi nelle strade.
Perché ci ha dato il permesso di smettere di accettare.
Gli attivisti per i diritti civili che rifiutarono il fondo dell’autobus. Gli abolizionisti delle prigioni che immaginano un mondo oltre le gabbie. I lavoratori che scioperano per dignità. Gli studenti che chiedono azioni per il clima. Ogni persona che ha guardato l’ingiustizia e deciso: “No. Non più.” — tutti portano avanti ciò che Davis ha iniziato.
Ha dimostrato che il cambiamento non è un permesso concesso dall’alto. È un dovere rivendicato da dentro.
I potenti non cedono il potere perché glielo chiediamo gentilmente. Cambiano quando la resistenza diventa troppo costosa da ignorare. Quando il vecchio ordine diventa impossibile da mantenere.
Davis lo capì dal momento in cui sentì quella esplosione a Birmingham. Dal momento in cui vide cosa l’odio poteva fare a quattro ragazze innocenti. Dal momento in cui decise che l’accettazione non era un’opzione.
Il mondo avanza perché qualcuno, da qualche parte, decide di smettere di accettare ciò che non avrebbe mai dovuto essere tollerato.
Quel qualcuno puoi essere tu.
Angela Davis ha passato la vita a mostrarci come. Non attraverso la sola rabbia, ma attraverso lo studio disciplinato. Non attraverso l’eroismo individuale, ma tramite l’organizzazione collettiva. Non pretendendo tutto subito, ma attraverso una resistenza incessante, strategica, intelligente, che non si ferma mai, non compromette mai, non accetta mai l’inaccettabile.
Le sue parole più famose non sono solo una citazione. Sono una dichiarazione. Una sfida. Una responsabilità:
“Non accetto più le cose che non posso cambiare. Sto cambiando le cose che non posso accettare.”
Leggila di nuovo.
Ora chiediti: cosa hai accettato finora che merita di essere cambiato?
È lì che comincia la tua rivoluzione.
Aveva 11 anni quando la bomba esplose. A 26, l’FBI l’aveva già inserita tra i fuggitivi più ricercati d’America. Il suo crimine? Rifiutarsi di accettare ciò che tutti dicevano non potesse essere cambiato.
15 settembre 1963. Birmingham, Alabama.
Angela Davis sentì l’esplosione a isolati di distanza — un suono che avrebbe definito il resto della sua vita. All’interno della 16th Street Baptist Church, quattro ragazze che conosceva si stavano preparando per il servizio giovanile. Denise McNair. Cynthia Wesley. Carole Robertson. Addie Mae Collins. La bomba del K*K non si limitò a togliere loro la vita. Tracciò una linea nella storia.
La maggior parte dei bambini avrebbe imparato a vivere con la paura. Ad accettare che questo fosse semplicemente ciò che significava essere neri nel Sud segregazionista. A capire che alcune cose non potevano essere cambiate.
Angela Davis imparò qualcosa di completamente diverso.
“Non accetto più le cose che non posso cambiare”, avrebbe dichiarato. “Sto cambiando le cose che non posso accettare.”
Non era uno slogan. Era un piano di battaglia.
A 25 anni insegnava filosofia alla UCLA — non il tipo astratto che vive nei libri, ma quello pericoloso che chiede perché il mondo è rotto e chi trae beneficio dal mantenerlo così. Aveva studiato in Germania con il filosofo marxista Herbert Marcuse. Si era unita al Partito Comunista USA. Lavorava con i Black Panthers di Los Angeles. Credeva che la conoscenza fosse un’arma, e stava insegnando agli altri come mirarla.
I potenti se ne accorsero. Il governatore Ronald Reagan e il Consiglio dei Regenti della UCLA la licenziarono — prima per la sua appartenenza al Partito Comunista, poi per “linguaggio incendiario” quando i tribunali li costrinsero a riassumerla. Reagan giurò che non avrebbe mai più insegnato in California.
Ma i veri problemi per Davis stavano appena iniziando.
Nel 1970 divenne presidente del Comitato di Difesa dei Soledad Brothers, difendendo tre prigionieri neri che molti ritenevano fossero stati scelti come capri espiatori per aver organizzato azioni all’interno del carcere. Quando un tentativo di fuga in tribunale finì in tragedia e furono usate armi registrate a suo nome, Davis fu accusata di omicidio, rapimento e cospirazione — nonostante non fosse neanche vicina alla scena.
Non aspettò un sistema in cui non aveva fiducia. Andò in clandestinità.
Nel giro di pochi giorni, il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover la inserì nella lista dei Dieci Ricercati. Per due mesi diventò un fantasma mentre il mondo intero gridava il suo nome. “Free Angela Davis” echeggiava da Oakland a Mosca, da Parigi all’Avana. John Lennon e Yoko Ono le scrissero una canzone. I Rolling Stones dedicarono “Sweet Black Angel” alla sua lotta.
Quando gli agenti federali la arrestarono finalmente a New York nell’ottobre 1970, era già diventata un simbolo — la prova di ciò che accade quando i potenti si sentono minacciati da qualcuno che rifiuta di restare in silenzio.
Trascorse 18 mesi in carcere. Diciotto mesi di isolamento pensati per spezzarne lo spirito. Invece, lei leggeva. Scriveva. Organizzava. Anche da una cella, rifiutava di accettare l’inaccettabile.
Il 4 giugno 1972, una giuria interamente bianca la assolse da tutte le accuse.
Molti sarebbero spariti in un quieto sollievo dopo un calvario simile. Davis tornò direttamente nel fuoco.
Riprese a insegnare, diventando in seguito Distinguished Professor alla UC Santa Cruz. Ma la sua aula non aveva muri. In Women, Race, and Class (1981), introdusse un’analisi intersezionale prima che il termine diventasse comune, mostrando come razzismo, sessismo e capitalismo non fossero problemi separati ma sistemi intrecciati di controllo.
In Are Prisons Obsolete? pose una domanda che la maggior parte considerava impensabile: e se la risposta all’incarcerazione di massa non fossero carceri migliori, ma nessuna prigione? E se le gabbie non creassero sicurezza, ma perpetuassero la violenza che pretendono di prevenire?
Co-fondò Critical Resistance per smantellare il complesso carcerario-industriale. Viaggiò nel mondo, insegnando che la libertà non viene concessa dall’alto — si costruisce dal basso attraverso una lotta sostenuta e strategica.
Per oltre 50 anni, Angela Davis ha dimostrato che la resistenza non è solo protesta — è un’arte che richiede tre elementi:
Disciplina: ogni azione calcolata. Ogni argomento costruito sulla ricerca. Ogni movimento radicato nella storia.
Intelletto: le idee diventano armi quando comprendi i sistemi contro cui combatti — la loro storia, la loro funzione, i loro punti deboli.
Incessante tenacia: attraverso amministrazioni che cercarono di distruggerla, attraverso decenni in cui le sue idee furono liquidate come troppo radicali, non smise mai di pretendere ciò che sembrava impossibile finché non diventò inevitabile.
Capì ciò che molti non vedono: si può aspettare senza arrendersi. Si può persistere senza conformarsi. Pazienza e accettazione non sono la stessa cosa.
“L’ingiustizia sopravvive grazie all’accettazione”, ci ricorda. Il silenzio permette alla brutalità di continuare. È il confronto — ponderato, strategico, sostenuto — che forza il cambiamento.
Ecco perché le sue parole riecheggiano in ogni generazione. Perché i movimenti di protesta riscoprono la sua saggezza. Perché i giovani attivisti dipingono le sue frasi sui muri e scandiscono i suoi principi nelle strade.
Perché ci ha dato il permesso di smettere di accettare.
Gli attivisti per i diritti civili che rifiutarono il fondo dell’autobus. Gli abolizionisti delle prigioni che immaginano un mondo oltre le gabbie. I lavoratori che scioperano per dignità. Gli studenti che chiedono azioni per il clima. Ogni persona che ha guardato l’ingiustizia e deciso: “No. Non più.” — tutti portano avanti ciò che Davis ha iniziato.
Ha dimostrato che il cambiamento non è un permesso concesso dall’alto. È un dovere rivendicato da dentro.
I potenti non cedono il potere perché glielo chiediamo gentilmente. Cambiano quando la resistenza diventa troppo costosa da ignorare. Quando il vecchio ordine diventa impossibile da mantenere.
Davis lo capì dal momento in cui sentì quella esplosione a Birmingham. Dal momento in cui vide cosa l’odio poteva fare a quattro ragazze innocenti. Dal momento in cui decise che l’accettazione non era un’opzione.
Il mondo avanza perché qualcuno, da qualche parte, decide di smettere di accettare ciò che non avrebbe mai dovuto essere tollerato.
Quel qualcuno puoi essere tu.
Angela Davis ha passato la vita a mostrarci come. Non attraverso la sola rabbia, ma attraverso lo studio disciplinato. Non attraverso l’eroismo individuale, ma tramite l’organizzazione collettiva. Non pretendendo tutto subito, ma attraverso una resistenza incessante, strategica, intelligente, che non si ferma mai, non compromette mai, non accetta mai l’inaccettabile.
Le sue parole più famose non sono solo una citazione. Sono una dichiarazione. Una sfida. Una responsabilità:
“Non accetto più le cose che non posso cambiare. Sto cambiando le cose che non posso accettare.”
Leggila di nuovo.
Ora chiediti: cosa hai accettato finora che merita di essere cambiato?
È lì che comincia la tua rivoluzione.Aveva 11 anni quando la bomba esplose. A 26, l’FBI l’aveva già inserita tra i fuggitivi più ricercati d’America. Il suo crimine? Rifiutarsi di accettare ciò che tutti dicevano non potesse essere cambiato.
15 settembre 1963. Birmingham, Alabama.
Angela Davis sentì l’esplosione a isolati di distanza — un suono che avrebbe definito il resto della sua vita. All’interno della 16th Street Baptist Church, quattro ragazze che conosceva si stavano preparando per il servizio giovanile. Denise McNair. Cynthia Wesley. Carole Robertson. Addie Mae Collins. La bomba del K*K non si limitò a togliere loro la vita. Tracciò una linea nella storia.
La maggior parte dei bambini avrebbe imparato a vivere con la paura. Ad accettare che questo fosse semplicemente ciò che significava essere neri nel Sud segregazionista. A capire che alcune cose non potevano essere cambiate.
Angela Davis imparò qualcosa di completamente diverso.
“Non accetto più le cose che non posso cambiare”, avrebbe dichiarato. “Sto cambiando le cose che non posso accettare.”
Non era uno slogan. Era un piano di battaglia.
A 25 anni insegnava filosofia alla UCLA — non il tipo astratto che vive nei libri, ma quello pericoloso che chiede perché il mondo è rotto e chi trae beneficio dal mantenerlo così. Aveva studiato in Germania con il filosofo marxista Herbert Marcuse. Si era unita al Partito Comunista USA. Lavorava con i Black Panthers di Los Angeles. Credeva che la conoscenza fosse un’arma, e stava insegnando agli altri come mirarla.
I potenti se ne accorsero. Il governatore Ronald Reagan e il Consiglio dei Regenti della UCLA la licenziarono — prima per la sua appartenenza al Partito Comunista, poi per “linguaggio incendiario” quando i tribunali li costrinsero a riassumerla. Reagan giurò che non avrebbe mai più insegnato in California.
Ma i veri problemi per Davis stavano appena iniziando.
Nel 1970 divenne presidente del Comitato di Difesa dei Soledad Brothers, difendendo tre prigionieri neri che molti ritenevano fossero stati scelti come capri espiatori per aver organizzato azioni all’interno del carcere. Quando un tentativo di fuga in tribunale finì in tragedia e furono usate armi registrate a suo nome, Davis fu accusata di omicidio, rapimento e cospirazione — nonostante non fosse neanche vicina alla scena.
Non aspettò un sistema in cui non aveva fiducia. Andò in clandestinità.
Nel giro di pochi giorni, il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover la inserì nella lista dei Dieci Ricercati. Per due mesi diventò un fantasma mentre il mondo intero gridava il suo nome. “Free Angela Davis” echeggiava da Oakland a Mosca, da Parigi all’Avana. John Lennon e Yoko Ono le scrissero una canzone. I Rolling Stones dedicarono “Sweet Black Angel” alla sua lotta.
Quando gli agenti federali la arrestarono finalmente a New York nell’ottobre 1970, era già diventata un simbolo — la prova di ciò che accade quando i potenti si sentono minacciati da qualcuno che rifiuta di restare in silenzio.
Trascorse 18 mesi in carcere. Diciotto mesi di isolamento pensati per spezzarne lo spirito. Invece, lei leggeva. Scriveva. Organizzava. Anche da una cella, rifiutava di accettare l’inaccettabile.
Il 4 giugno 1972, una giuria interamente bianca la assolse da tutte le accuse.
Molti sarebbero spariti in un quieto sollievo dopo un calvario simile. Davis tornò direttamente nel fuoco.
Riprese a insegnare, diventando in seguito Distinguished Professor alla UC Santa Cruz. Ma la sua aula non aveva muri. In Women, Race, and Class (1981), introdusse un’analisi intersezionale prima che il termine diventasse comune, mostrando come razzismo, sessismo e capitalismo non fossero problemi separati ma sistemi intrecciati di controllo.
In Are Prisons Obsolete? pose una domanda che la maggior parte considerava impensabile: e se la risposta all’incarcerazione di massa non fossero carceri migliori, ma nessuna prigione? E se le gabbie non creassero sicurezza, ma perpetuassero la violenza che pretendono di prevenire?
Co-fondò Critical Resistance per smantellare il complesso carcerario-industriale. Viaggiò nel mondo, insegnando che la libertà non viene concessa dall’alto — si costruisce dal basso attraverso una lotta sostenuta e strategica.
Per oltre 50 anni, Angela Davis ha dimostrato che la resistenza non è solo protesta — è un’arte che richiede tre elementi:
Disciplina: ogni azione calcolata. Ogni argomento costruito sulla ricerca. Ogni movimento radicato nella storia.
Intelletto: le idee diventano armi quando comprendi i sistemi contro cui combatti — la loro storia, la loro funzione, i loro punti deboli.
Incessante tenacia: attraverso amministrazioni che cercarono di distruggerla, attraverso decenni in cui le sue idee furono liquidate come troppo radicali, non smise mai di pretendere ciò che sembrava impossibile finché non diventò inevitabile.
Capì ciò che molti non vedono: si può aspettare senza arrendersi. Si può persistere senza conformarsi. Pazienza e accettazione non sono la stessa cosa.
“L’ingiustizia sopravvive grazie all’accettazione”, ci ricorda. Il silenzio permette alla brutalità di continuare. È il confronto — ponderato, strategico, sostenuto — che forza il cambiamento.
Ecco perché le sue parole riecheggiano in ogni generazione. Perché i movimenti di protesta riscoprono la sua saggezza. Perché i giovani attivisti dipingono le sue frasi sui muri e scandiscono i suoi principi nelle strade.
Perché ci ha dato il permesso di smettere di accettare.
Gli attivisti per i diritti civili che rifiutarono il fondo dell’autobus. Gli abolizionisti delle prigioni che immaginano un mondo oltre le gabbie. I lavoratori che scioperano per dignità. Gli studenti che chiedono azioni per il clima. Ogni persona che ha guardato l’ingiustizia e deciso: “No. Non più.” — tutti portano avanti ciò che Davis ha iniziato.
Ha dimostrato che il cambiamento non è un permesso concesso dall’alto. È un dovere rivendicato da dentro.
I potenti non cedono il potere perché glielo chiediamo gentilmente. Cambiano quando la resistenza diventa troppo costosa da ignorare. Quando il vecchio ordine diventa impossibile da mantenere.
Davis lo capì dal momento in cui sentì quella esplosione a Birmingham. Dal momento in cui vide cosa l’odio poteva fare a quattro ragazze innocenti. Dal momento in cui decise che l’accettazione non era un’opzione.
Il mondo avanza perché qualcuno, da qualche parte, decide di smettere di accettare ciò che non avrebbe mai dovuto essere tollerato.
Quel qualcuno puoi essere tu.
Angela Davis ha passato la vita a mostrarci come. Non attraverso la sola rabbia, ma attraverso lo studio disciplinato. Non attraverso l’eroismo individuale, ma tramite l’organizzazione collettiva. Non pretendendo tutto subito, ma attraverso una resistenza incessante, strategica, intelligente, che non si ferma mai, non compromette mai, non accetta mai l’inaccettabile.
Le sue parole più famose non sono solo una citazione. Sono una dichiarazione. Una sfida. Una responsabilità:
“Non accetto più le cose che non posso cambiare. Sto cambiando le cose che non posso accettare.”
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Ora chiediti: cosa hai accettato finora che merita di essere cambiato?
È lì che comincia la tua rivoluzione.

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