14/08/2026
Le chiesero i nomi dei compagni, dei capi, dei nascondigli. Ma Irma Bandiera, “Mimma” per i compagni, non parlò.
Era l'agosto del 1944. E lei, staffetta partigiana, aveva appena portato armi alla VII brigata GAP di Castel Maggiore, attraversando linee e posti di blocco.
Sulla strada del ritorno, a Funo, incrociò un commando nazifascista. Ci fu uno scontro a fuoco, la catturarono, la rinchiusero.
E da quel momento iniziò l’inferno.
Per sei giorni e sei notti la torturarono senza sosta: botte, insulti, fame, sete. Ogni ora le stesse domande: “Chi sono i capi? Dove sono le armi?”.
Ogni ora, la stessa risposta: silenzio.
E allora, per punirla, le cavarono gli occhi.
Ma anche nel buio più assoluto, Irma Bandiera rimase ancora zitta.
Il 14 agosto decisero di piegarla in un altro modo.
La trascinarono davanti alla casa dei suoi genitori, al Meloncello di Bologna. Era tumefatta, cieca.
La scaraventarono sul marciapiede. Uno dei torturatori le si avvicinò e disse: “Ne vale la pena? Basta qualche nome e potrai entrare. Lì, dietro quella finestra, ci sono tua madre e tuo padre”.
Irma Bandiera alzò la testa. E rimase ancora una volta in silenzio.
Allora le spararono. E lasciarono il suo corpo a terra, per un giorno intero, come monito alla città.
Irma Bandiera aveva 29 anni, non aveva ceduto nemmeno davanti alla morte.
Oggi quella via porta il suo nome. E sul muro dove fu uccisa, una lapide ricorda le sue ultime ore: “Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte. La Libertà e la Giovinezza offristi per la vita e il riscatto del popolo e dell’Italia”.
“Ma la piccola Irma non diceva niente”. Così Renata Viganò raccontava la più grande vittoria morale nella vita di una ragazza di 29 anni. E la più grande disfatta per i fascisti che tentarono di piegarla.
A lei, nell’anniversario della sua morte, il ricordo di tutte e tutti noi.