Cento passi per Aspra e Bagheria

Cento passi per Aspra e Bagheria Cento passi per Aspra e Bagheria è un movimento civico che punta al rinnovamento della città e della politica attraverso l'impegno diretto dei cittadini.

24/03/2026
24/03/2026

Buongiorno.
Per Trump la guerra in Medio Oriente è pressoché finita. Quindi, considerando che la veridicità delle sue affermazioni è tendenzialmente pari a zero, e visto il suo carattere psicologicamente instabile, c’è piuttosto da temere che siamo solo agli inizi.

Il rischio più grande, per noi fortunati che non ci troviamo direttamente sotto le bombe, è pensare che la guerra non ci riguardi e che comunque sia qualcosa di lontano, un videogioco a cui ci stiamo assuefacendo. Questo è un errore che porta a gravi conseguenze. La storia e la cronaca ci insegnano che la campana suona sempre per tutti: non solo perché ogni vita spezzata -donne, bambini, giovani- rappresenta un atto aberrante contro l’umanità intera, ma perché un conflitto è come un sasso gettato in uno stagno le cui onde d'urto finiscono per travolgere ogni confine; tanto più oggi nel mondo globalizzato e delle interconnessioni.
Dallo spettro del conflitto nucleare alla catastrofe ecologica, fino all'impatto brutale sulle condizioni di vita delle masse popolari, la guerra entra nella nostra vita con il costo del carburante, l’aumento generale dei prezzi, delle bollette energetiche, del cibo che portiamo in tavola.

Proprio ieri il giornale online, il Post, metteva in evidenza in un interessante articolo il legame drammatico tra la geopolitica e l'agricoltura. Per l’agricoltura moderna che oggi nutre gran parte del mondo servono i fertilizzanti, senza cui le grandi colture di cereali non produrrebbero abbastanza per sfamare la popolazione. Ma per produrre i fertilizzanti azotati, oltre all’azoto, che si ricava dall’aria, serve anche l’idrogeno, che si ottiene attraverso enormi quantità di gas naturale. L'area del Golfo Persico è il cuore pulsante di questa produzione. Se lo Stretto di Hormuz diventa impraticabile a causa di una guerra, il "cibo per le piante” resta bloccato nei porti. E questo crea una reazione a catena: i prezzi dei fertilizzanti esplodono, gli agricoltori (dall'Europa all'India) devono affrontare costi insostenibili e, di conseguenza, il prezzo del pane, della pasta e del riso, della frutta e della verdura, e del mangime per gli animali aumenta vertiginosamente.
La guerra nel Medio Oriente si trasforma così in fame per la parte più povera dell’umanità e, nel mondo occidentale, in spese insostenibili per i ceti popolari.

Ci sono molti passi dei Vangeli che descrivono questa drammatica situazione che stiamo attraversando. Quando Gesù parla di "nazione contro nazione" e di "carestie in vari luoghi", e di “angoscia delle nazioni” descrive come la guerra rompa l'equilibrio della vita. L’immagine più calzante è quella del "Cavallo Nero" dell’Apocalisse, che tiene in mano una bilancia mentre una voce grida: "Una misura di grano per un denaro". Il "denaro" era la paga di un'intera giornata: la profezia descrive un mondo in cui il lavoro di una giornata di un uomo serve a malapena a comprare un po' di pane. È la descrizione drammatica di un'economia di pura sussistenza, la fotografia dell'inflazione moderna causata dai conflitti.

Le guerre divorano risorse, inquinano terre che dovrebbero essere fertili e distolgono miliardi di euro dalla transizione verde in favore del militarismo. E le masse popolari pagano il prezzo più alto.
La guerra non è certo frutto di un disegno divino, ma lo sbocco inevitabile delle contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico.
Quando il capitale non trova più spazio per espandersi pacificamente, ricorre alla forza per ridisegnare le mappe del potere e accaparrarsi le risorse vitali, come il petrolio, il gas naturale e i fertilizzanti, e la forza lavoro a basso prezzo pagata meramente per sopravvivere.
La guerra diventa quindi lo strumento per la ripartizione dei mercati, per il controllo delle materie prime strategiche e per subordinare i lavoratori e spingerli ad accettare ogni livello di sfruttamento.
Mentre l’industria militare, il grande capitale e la finanza si assicurano enormi profitti, la vita umana e la terra stessa sono ridotte a merci sacrificabili sull'altare dell'accumulazione.
Questa è la verità profonda e dolorosa dei tempi che stiamo vivendo, per descrivere i quali è necessaria la forza simbolica delle narrazioni dell’Apocalisse e del Nuovo testamento, insieme al pensiero critico; solo e unico strumento che consente di compiere un’analisi corretta delle cause del disastro e pensare a rimedi che cambino il modo di funzionare del sistema.

La guerra per le risorse nel Golfo non è una follia improvvisa, ma la conseguenza di un modo di produzione che deve mettere il profitto davanti alla sopravvivenza dell'uomo e dell'ambiente. Oggi un blocco navale in un oceano lontano spegne i riscaldamenti e svuota i piatti a migliaia di chilometri di distanza. Oggi più di sempre l'umanità è un insieme che convive sullo stesso pianeta. Se una parte viene uccisa e oltraggiata, se un ambiente viene violentato e distrutto, tutto l’organismo soffre.
La guerra "lontana" non esiste; esiste solo una ferita comune che colpisce il nostro benessere, la Terra su cui viviamo e l'anima di ognuno di noi.

Queste considerazioni non sono una fuga in avanti, né astrazioni lontane dalla realtà. Al contrario, sono l'unico modo per restare con i piedi piantati sulla terra.
Oggi più che mai, è evidente che senza un pensiero critico che abbia il coraggio di andare alla radice dei problemi, la politica è destinata alla sconfitta. Riprendere in mano la forza di una narrazione potente, per liberarci dall’assuefazione dei videogiochi sulla guerra, e partire da un’analisi realistica della realtà, per progettare il cambiamento di cui abbiamo bisogno, è l'unico modo per ridare dignità all'azione umana e sperare di costruire un'alternativa reale al militarismo e alla logica del profitto, cambiando la rotta della nave prima che il naufragio diventi collettivo.

24/03/2026
24/03/2026
24/03/2026

“La vittoria del No al referendum rappresenta un segnale forte e chiaro: la società civile è viva, attenta e pronta a mobilitarsi quando sono in gioco principi fondamentali. È stata una scelta consapevole, in difesa della Costituzione e dell’equilibrio delle istituzioni".
Nicola Gratteri

24/03/2026

Oggi ho sentito dire ripetutamente a Mieli e Mentana che la prima vincitrice di questo referendum è Elly Schlein.

Sciocchezza totale. O quantomeno semplificazione enorme, che non si confà a due professionisti come loro.

Schlein e Pd hanno sicuramente fatto il loro (a parte i casi Picierno Gualmini eccetera), ma i primi vincitori di questa battaglia non sono stati i politici: la prima a vincere è stata la società civile. I comitati del No, gli intellettuali, i cittadini. Gli artisti, i magistrati. E (consentitemelo) Il Fatto Quotidiano.

Prim’ancora che “l’opposizione di professione”, ha vinto chi da mesi si è sbattuto per una battaglia che fino a pochi mesi fa pareva improba. La stessa cosa accaduta nel 2016 con Renzi. E Il Fatto, in prima linea ieri come oggi, ne sa qualcosa.

Se poi dovessi individuare la prima persona da ringraziare, non sarebbe Schlein. Non sarebbe Conte. Non sarebbe Fratoianni (che pure hanno i loro meriti).

Sarebbe Nicola Gratteri. Che TUTTI, una volta di più, dovrebbero ringraziare.

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