07/05/2026
"Al di fuori di ogni polemica".
C’è un limite oltre il quale il silenzio diventa complicità. E quel limite, nel nostro paese, è stato ampiamente superato.
Il decoro urbano non è una semplice questione estetica. È il riflesso del rispetto che un’amministrazione dimostra verso la propria comunità, verso chi ogni giorno vive le strade, accompagna i figli a scuola, attraversa piazze e marciapiedi, paga tasse e chiede soltanto attenzione e dignità.
Oggi, purtroppo, il paese racconta tutt’altro.
L’erba cresce senza controllo lungo i cigli delle strade, invade i marciapiedi, occupa spazi pubblici e aree scolastiche. Le piazze, che dovrebbero essere luoghi di incontro e socialità, appaiono trascurate e prive di cura. Piazza UNICEF, simbolo che dovrebbe parlare di futuro, attenzione e sensibilità, è diventata l’immagine di un presente lasciato andare.
Ci sono alberi che muoiono sotto gli occhi di tutti, come le palme ormai abbandonate al proprio destino. Altri sono stati rimossi con la promessa di essere ripiantati, ma di quelle promesse non è rimasta traccia. Restano solo vuoti e silenzi.
Anche i marciapiedi raccontano una gestione fatta di interventi disordinati e senza una visione complessiva: materiali diversi, lavori eseguiti senza uniformità, tratti già deteriorati dopo poco tempo. Opere tampone, prive di qualità e prospettiva.
Ancora più grave è la situazione di Piazza Giovanni XXIII sulla quale sono stati investiti circa 280 mila euro di risorse pubbliche. Una cifra importante che avrebbe richiesto attenzione, competenza e materiali adeguati. E invece oggi emergono muffe, macchie, ossidazioni, superfici che si sgretolano. Segni evidenti di un degrado che non può essere ignorato né minimizzato.
A tutto questo si aggiunge una gestione delle opere pubbliche frammentata e priva di coordinamento: strade asfaltate e poi nuovamente rotte dopo pochi mesi per interventi successivi. Un continuo rincorrere emergenze che produce soltanto sprechi e disagi.
Ci sono pali della pubblica illuminazione fissati direttamente nella terra, soluzioni che dovevano essere temporanee e che invece diventano definitive. Strade sempre più difficili da percorrere. Un patrimonio pubblico che si deteriora giorno dopo giorno nell’indifferenza generale.
Persino gli interventi per l’abbattimento delle barriere architettoniche, pur fondamentali, risultano spesso inefficaci o addirittura pericolosi: scivoli realizzati senza criterio, marciapiedi impraticabili, percorsi ostacolati. Così si finisce per negare concretamente il diritto alla mobilità delle persone con disabilità.
C’è poi una riflessione che non possiamo più evitare.
In un paese che si spopola ogni anno di più, dove le nascite sono ormai ai minimi storici e intere classi scolastiche rischiano di scomparire, appare legittimo chiedersi quale sia davvero la visione del futuro.
Sono arrivati finanziamenti destinati all’ampliamento di un asilo nido e alla conversione di un altro immobile per realizzarne uno nuovo. Interventi sicuramente importanti in realtà con forte crescita demografica. Ma nel nostro contesto, davanti a un calo evidente della natalità e a una popolazione sempre più anziana, forse sarebbe stato necessario aprire una riflessione diversa, più aderente ai bisogni reali della comunità.
Perché non pensare, ad esempio, alla creazione di spazi e servizi dedicati agli anziani? Perché non investire nella riconversione di strutture pubbliche in centri di aggregazione, assistenza e socialità per chi oggi vive spesso condizioni di solitudine e fragilità?
La politica dovrebbe avere il coraggio di leggere la realtà per quella che è, non per quella che si vorrebbe raccontare. Programmare significa proprio questo: comprendere i cambiamenti della società e orientare le risorse verso le vere priorità del territorio.
Un paese che invecchia ha bisogno di servizi adeguati, luoghi di incontro, assistenza, attenzione sociale. Ignorare questi segnali significa rischiare di spendere risorse pubbliche senza una visione concreta e duratura.
Investire sugli anziani non significa rinunciare ai giovani. Significa prendersi cura dell’intera comunità, senza lasciare indietro nessuno.
Denunciare tutto questo non significa fare polemica. Significa assumersi una responsabilità verso il paese.
Serve una programmazione seria. Serve manutenzione ordinaria costante, controllo rigoroso sui lavori pubblici, qualità nei materiali, attenzione vera alle esigenze dei cittadini. Serve rispetto per ogni euro speso, perché appartiene alla collettività.
Ma soprattutto serve una nuova idea di paese: più curato, più accessibile, più dignitoso.
Perché il decoro urbano non è un lusso.
È il primo segno di civiltà.
I Consiglieri comunali
Lanzo, V***a, Petracca e Tarantini