14/06/2026
Contraddizioni vitali
IL BAMBINO NEL GREMBO È UNA VITA. E QUESTA STORIA LO GRIDA.
In Pennsylvania, negli Stati Uniti, Antoine Jean Porcenat, 41 anni, di Chambersburg, è stato accusato di aggressione aggravata contro un bambino non ancora nato dopo aver colpito al ventre la sua fidanzata incinta di otto settimane.
Secondo quanto riportato, la donna — di cui non è stato diffuso il nome — avrebbe rifiutato di abortire il figlio. Lui, che voleva che quel bambino venisse eliminato, l’avrebbe colpita due volte allo stomaco con forte violenza, provocandole sanguinamento, forti dolori e il ricovero in ospedale.
Prima, avrebbe persino tentato di convincerla a bere un liquido sconosciuto per uccidere il bambino.
Porcenat è stato incriminato anche per assault (aggressione) e reckless endangerment (messa in pericolo imprudente), ed è finito nel carcere della contea di Franklin, con cauzione fissata a 25.000 dollari.
Ma la domanda è inevitabile: com’è possibile che la legge riconosca il bambino nel grembo come vittima quando viene aggredito da un uomo violento, ma poi lo consideri “scelta” quando viene eliminato con l’ab**to?
Questa contraddizione è enorme.
Se quel bambino può essere vittima di un reato, allora è qualcuno.
Se può subire violenza, allora ha un corpo.
Se la legge può proteggerlo da un pugno, allora deve proteggerlo anche dall’ab**to.
La vita non diventa vita perché qualcuno la desidera.
La vita non perde valore perché qualcuno la rifiuta.
Un figlio nel grembo materno è già un essere umano, fragile, innocente, indifeso.
E ogni madre che sceglie di custodire suo figlio, anche sotto pressione, minacce o violenza, merita protezione, sostegno e rispetto.
Difendere i bambini nel grembo non è estremismo.
È giustizia.
Condividi questo post: il mondo deve vedere l’ipocrisia di chi difende il nascituro solo quando conviene, ma lo abbandona quando si chiama ab**to.