13/02/2026
Rottamazione delle cartelle: una scelta che mina l’equità fiscale
Come gruppo politico attivo sul territorio sentiamo il dovere di intervenire nel dibattito sulla cosiddetta “rottamazione” delle cartelle esattoriali. Non si tratta di una presa di posizione ideologica né di una contrapposizione pregiudiziale. La questione che poniamo è molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più profonda: riguarda il principio di equità su cui si fonda il nostro sistema fiscale.
Ogni nuova sanatoria, ogni nuova rottamazione, rischia di trasmettere un messaggio distorto: chi non paga, prima o poi, potrà beneficiare di uno sconto, di una riduzione di sanzioni e interessi, di una forma di alleggerimento del proprio debito. Al contrario, chi rispetta le regole, paga puntualmente imposte e contributi e sostiene con responsabilità il funzionamento dei servizi pubblici, non riceve alcun riconoscimento. Anzi, finisce per sentirsi penalizzato.
Il problema, infatti, non è soltanto contabile. Non riguarda solo il gettito o le modalità di riscossione. È un problema culturale. Le rottamazioni riducono sanzioni e interessi, consentono pagamenti dilazionati, alleggeriscono posizioni debitorie maturate in violazione di obblighi fiscali. In un contesto economico difficile queste misure possono apparire come strumenti di sollievo. Ma la domanda politica che dobbiamo porci è un’altra: quale messaggio stiamo trasmettendo alla comunità?
Quando gli strumenti straordinari diventano ricorrenti, si genera un’aspettativa pericolosa: conviene aspettare la prossima sanatoria. Si incrina così il principio di leale collaborazione tra Stato e cittadini e si indebolisce il patto fiscale su cui si regge qualsiasi democrazia matura.
Sul nostro territorio incontriamo ogni giorno professionisti, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, famiglie che fanno sacrifici importanti per adempiere ai propri obblighi fiscali. Spesso lo fanno in condizioni economiche non semplici, rinunciando a margini di guadagno o comprimendo spese personali pur di essere in regola. A queste persone dobbiamo una risposta chiara: il rispetto delle regole non può diventare un comportamento ingenuo o svantaggioso. Lo Stato deve premiare la correttezza, non rendere ciclicamente conveniente l’inadempienza.
Questo non significa ignorare le situazioni di reale difficoltà. Esiste una differenza sostanziale tra chi non può pagare e chi sceglie di non farlo. Le politiche pubbliche devono intervenire a sostegno delle fragilità, prevedendo strumenti strutturali, trasparenti e mirati per chi dimostra una comprovata impossibilità economica. Ma altra cosa sono i condoni generalizzati, che rischiano di alimentare disparità e frustrazione sociale.
Riteniamo quindi più giusto rafforzare i meccanismi ordinari di rateizzazione, costruire strumenti stabili di accompagnamento per chi si trova in difficoltà, investire sulla prevenzione dell’evasione e sulla semplificazione fiscale, e riconoscere — anche simbolicamente — il valore dei contribuenti virtuosi.
L’equità fiscale non è un tecnicismo riservato agli addetti ai lavori. È una questione di fiducia collettiva. Ogni misura che indebolisce questa fiducia produce un costo sociale molto più alto delle somme recuperate nell’immediato. Se si incrina il senso di giustizia, si indebolisce l’intero patto sociale.
Per questo riteniamo che la strada delle rottamazioni reiterate non sia quella giusta. Serve una politica fiscale stabile, coerente e giusta, capace di garantire certezza delle regole e rispetto per chi le osserva.
Solo così possiamo ricostruire un rapporto serio e responsabile tra istituzioni e cittadini.