22/03/2024
FONTANE DI RUGIADA
Piero Castoro
(in “Villaggio Globale” anno 1-n° 2 giugno 1998. ora in: Piero Castoro, "Cr
onache
Murgiane", Torre di Nebbia edizioni, 2022).
Una delle caratteristiche peculiari del paesaggio mediterraneo è testimoniata dalla presenza di una fittissima rete di muri a secco in pietra calcarea. In alcune regioni come la Puglia, tale presenza assume un rilievo straordinario in quanto, tranne le distese cerealicole della Capitanata, i muri a secco di pietra disegnano un groviglio ordinato di ricami quasi senza soluzione di continuità, le cui propagini, non di rado, penetrano persino nei centri storici. In questa regione si trovano fino a 14 chilometri lineari di muretti a secco per chilometro quadrato (cfr. la Carta Topografica d’Italia 1:25.000 relativa alla Puglia).
Il fenomeno, come è noto, va ricondotto alla speciale intimità che l’uomo mediterraneo ha sperimentato nei secoli con quell’elemento che ha permeato a lungo e profondamente la sua stessa civiltà: la pietra. L’uso e la raccolta (spietratura) sapiente di questo materiale non solo ha permesso al contadino pugliese di conquistare l’80% del territorio alle attività storicamente prevalenti quali la pastorizia e l’agricoltura, ma ha consentito la costruzione di un articolato e complesso sistema di manufatti rurali che ancora oggi si dispongono e si confondono senza distonie nell’ambiente circostante.
I muretti a secco rispondono, naturalmente, ad una molteplicità di esigenze simboliche e produttive: recinti per le bestie, delimitazioni di strade, di tratturi, di confini delle proprietà e degli appezzamenti anche minuti, protezione di masserie e di seminativi, di orti, di vigne, di ulivi e alberi da frutta dei “giardini”.... Tra tutte queste funzioni ve ne è una assolutamente peculiare e in gran parte ancora misconosciuta.
Data l’altissima permeabilità delle rocce calcaree, che costituiscono l’ossatura geologica della Puglia, e l’assenza di un reticolo idrografico superficiale sempre attivo, l’acqua è sempre stata considerata una risorsa preziosa, per il cui possesso e conservazione gli uomini hanno sperimentato a lungo e con fatica il loro ingegno. Gli innumerevoli pozzi e cisterne che si rinvengono ovunque nelle insenature delle lame pugliesi servono appunto a catturare le discese pluviali, prima che il sole le trasformi in vapore e prima di essere inghiottite dalle gruviere calcaree della terra.
In questo ambiente delicato e sitibondo, i muretti a secco sono in grado di captare giornalmente dall’atmosfera una quantità d’acqua che trasferiscono nel suolo contribuendo, soprattutto nei periodi più caldi e secchi dell’anno, all’alimentazione delle piante a loro più prossime. Questi speciali manufatti fungono, insomma, da veri e propri condensatori di vapore atmosferico. Se la quantità di vapore contenuto nell’aria risulta, secondo un noto principio, direttamente proporzionale alla temperatura dell’atmosfera, ne consegue che col procedere del riscaldamento solare aumenta la percentuale di vapore acqueo, che si espande “penetrando nei meati delle rocce e nei corpi naturali, a loro volta riscaldati, sino al limite di saturazione. Cessato il riscaldamento diurno, ha inizio il raffreddamento dell’aria, delle rocce, del suolo, che culmina all’alba, quando il sole sorgente inizia il nuovo riscaldamento diurno. Per effetto del graduale rafffreddamento le minute goccioline, che via via si condensano sulle superfici delle rocce e dei muretti, diventano soggette alla gravità e iniziano la discesa lungo i pori o le fessure, sino a raggiungere il suolo sottostante. Il terrreno assorbe quest’acqua, sino a saturazione, per ridistribuirla agli apparati radicali delle piante che si spingono fin sotto ai muretti per rifornirsi del liquido necessario” (C. Cantelli,
Umanesimo della Pietra-Verde, gennaio, 1994). Si calcola che l’assorbimento idrico dovuto ai muretti possa raggiungere il 30% in più dell’apporto dovuto alla piovosità media annua che in Puglia risulta essere compresa tra 600 e 800 millimetri.
I muretti a secco risultano perciò originalissimi accumulatori di risorse idriche in quanto proteggono l’acqua di condensazione, che vi si deposita di notte al loro interno, dalla inevitabile evaporazione diurna. Inoltre i muretti a secco impediscono al sole di riscaldare la superficie all’interno del perimetro d’appoggio, favorendo la protezione delle piante basse e dei microambienti che si sviluppano alla base.
La presenza accertata e diffusa in molti paesi aridi di simili manufatti in grado di catturare l’acqua per condensazione documenta l’ingegnosa risposta dell’uomo alle avversità climatiche, ma ci induce anche al confronto e alla riscoperta di una sapienza ambientale la cui utilizzazione può risultare ancora oggi, a fronte delle emergenze idriche destinate a crescere sempre più nel nostro tempo, assolutamente indispensabile. Oltre alla funzione estetica e produttiva, l’uso che la pietra trova nei muretti a secco anche al fine di aumentare, a basso costo, le risorse d’acqua disponibili, ci deve far riflettere sull’utilizzo dissennato del territorio, con la conseguente distruzione dei segni e dei manufatti, con l’impiego massiccio di cemento per le nuove recinzioni e, soprattutto, con la pratica dello spietramento ovvero la frantumazione meccanica delle rocce calaree affioranti e spesso anche di quel che resta dei muri a secco in disfacimento. L’uomo che continua ad abitare i luoghi assetati, dove lo “scirocco avvampa”, ha il compito di riconoscere in queste fontane di rugiada una risorsa troppo preziosa per la sua stessa sopravvivenza e, come tale, deve impegnarsi concretamente a tutelarla dagli assalti ciechi e veloci dei falsi progressi.