20/07/2026
Mentre in questi giorni il Paese torna a ricordare e raccontare Genova 2001, il più grave episodio di repressione e abuso di polizia della storia della Repubblica, lo Stato continua a uccidere.
Ancora una volta un corpo schiacciato sull'asfalto. Ancora una volta un uomo che chiede aiuto. Ancora una volta la violenza esercitata dalla mano armata dello Stato.
Si chiamava Abderrahim Fakir, aveva 43 anni. Le immagini degli ultimi istanti della sua vita sono devastanti e sembrano uscite dalle peggiori operazioni dell'ICE americana. Gli agenti schiacciano il suo volto contro l'asfalto mentre chiede aiuto e, intorno, i soccorritori del 118 assistono senza intervenire.
È la conseguenza di un clima d'odio costruito dalla destra al governo e da chi, ogni giorno, chiede più repressione, più controllo, più potere per le forze dell'ordine e meno diritti per tutte e tutti gli altri.
È la conseguenza dei decreti sicurezza. È la conseguenza della criminalizzazione della fragilità, della povertà, del dissenso. È la conseguenza dell'impunità garantita alle forze dell'ordine.
Non accettiamo che la vita di Abderrahim venga ridotta a un incidente durante un “controllo”. Non accettiamo che il potere si protegga dietro l'attesa infinita delle indagini.
Abderrahim Fakir è morto nelle mani della polizia.
Siamo furiose e furiosi. E condividiamo il grido di dolore di tutte e tutti coloro che oggi chiedono verità e giustizia per Abderrahim e per chiunque abbia subito la violenza in divisa.