26/02/2021
INTERVISTA A PRIMO FERRO
QUALE E' STATA LA TUA ESPERIENZA CON IL PCI?
Mi sono iscritto alla Federazione Giovanile Comunista nel 1958. Erano anni in cui avvertivano enormi squilibri sociali. Mia madre aveva un negozio di alimentari, molte persone acquistavano prodotti senza pagarli perché non avevano il denaro sufficiente e saldavano il conto alla fine del mese quando un loro familiare riceveva lo stipendio. Il mese successivo si ripeteva la stessa procedura e il fatto è durato per anni. In Alba, come altrove, altri avevano una stabilità economica e alcuni godevano e ostentavano il loro benessere.
La D.C predicava l’interclassismo, dal PLI erano usciti i suoi uomini migliori, noi allora eravamo alleati al PSI e il suo segretario Pietro Nenni aveva ricevuto addirittura il premio Stalin dall’Unione Sovietica. Cosa di cui successivamente e giustamente non sarebbe andato fiero.
Nel 1960 Il governo presieduto dal democristiano Tambroni aveva ottenuto alla Camera l’appoggio dei neofasciti del MSI. Costoro tentarono di svolgere il loro Congresso a Genova, città decorata della medaglia d’oro della Resistenza. A questo tentativo si oppose tutta la popolazione genovese. Da Genova le manifestazioni di protesta dilagarono in quasi tutta Italia. A Reggio Emilia, Avola e altrove ci furono dei giovani uccisi dalla polizia. Noi ad Alba, come altrove, distribuivamo volantini fatti velocemente con il ciclostile per denunciare l’accaduto. Fu la prima volta che andai davanti alla Ferrero per distribuire volantini.
Per farla breve nel 1961 venni chiamato a ricoprire la carica di segretario provinciale della F.G.C.I. In quel periodo tra i tanti conobbi Giorgio Giraudo un vecchio militante antifascista che era stato segretario della Camera del lavoro. Ogni mese riceveva un piccolo assegno dalla direzione del partito. Durante il ventennio era stato confinato a Ventotene e qui aveva assistito alla espulsione dal partito di Terracini e Camilla Ravera che, seppure al confino, si erano opposti all’accordo Molotov e il ministro degli esteri nazista. Quando con lui cercavo di parlare di questo episodio mi trovavo di fronte al più assoluto silenzio. Forse perché al confino era stato educato alla più rigida disciplina di partito. Nel 1963, finita la mia prima esperienza a Cuneo ristornai a Alba con l’incarico di responsabile di zona. Non facevo altro che sollecitare il tesseramento, produrre una specie di supplemento del nostro mensile provinciale “La Voce” che distribuivamo davanti alle fabbriche. In quel tempo alcuni operai e qualche tecnico aderirono al partito e da loro ricevevamo alcune informazioni che pubblicavamo sul nostro giornaletto usando degli pseudonimi per i loro articoli. Qualcuno di costoro che lavorava alla Ferrero venne, di fatto, licenziato. Lessi gli atti quasi introvabili di un convegno organizzato per i dirigenti dalla Ferrero a Barbaresco. In quella sede, alla presenza di alcuni noti sociologhi si era discusso se promuovere un pseudo sindacato aziendale fedele alla dirigenza come era stato fatto alla Fiat e come era avvenuto alla Olivetti dove la Uil, di fatto, era una specie di sindacato aziendale fedele alla proprietà. Questa ipotesi in quella sede venne esclusa. D’altra parte l’azienda non ne avvertiva il bisogno. Essa aveva già dei suoi precisi riferimenti già in un sindacato presente nell’azienda. In quel periodo aderirono alla FGCI alcuni studenti del Liceo per i quali avevamo affittato una sede autonoma, intestata a Franco Centro un quattordicenne di Bastia Mondovì, staffetta partigiana, fucilato a Castino dai fascisti. Ovunque nei paesi della zona andavo a fare comizi. Gli ascoltatori erano pochi, spesso pochissimi. Tuttavia io continuavo in questa mia nuova esperienza. Dopo un po' di tempo ritornai a Cuneo per fare il responsabile d’organizzazione. Qualche mese dopo l’uscita della proposta di Berlinguer sul “Compromesso storico” ritornai a Alba per ricoprire di nuovo l’incarico di responsabile di zona. Il clima politico era completamente cambiato. Giovani cattolici, studenti, ex aderenti a Lotta Continua aderirono al partito. E fu questo certamente il periodo più felice della mia esperienza.
CHE RUOLO HAI AVUTO NELLE ISTITUZIONI.
Eletto giovanissimo per 15 anni sono stato consigliere comunale. Nel 1975 avevamo lanciato la proposta della Provincia di Alba. Raccoglievamo le firme di adesione dei cittadini. La cosa fu talmente sentita che allora venni eletto consigliere provinciale. Nel 1980, sino al 1990, su proposta della Federazione provinciale ebbi a ricoprire la carica di Consigliere regionale. In quegli anni facevo parte della Commissione agricoltura e poi quella dell’ambiente. Erano gli anni in cui discutevamo su un insediamento di energia nucleare in Piemonte. Io mi ero particolarmente appassionato del problema. Verso la fine del mio mandato era scoppiata la protesta degli abitanti della Valle Bormida che chiedevano la chiusura dell’Acna di Cengio che da anni inquinava il fiume. Si svolgevano manifestazioni ovunque, a Alessandria, davanti alla sede del Consiglio regionale, davanti al Consiglio Regionale della Liguria, a Acqui e persino a Cengio si svolsero manifestazioni a cui parteciparono quasi tutti gli abitanti della valle. La cosa era talmente grande che era diventata un caso nazionale. Io ero presente a tutte le manifestazioni compresa Strasburgo dove con i sindaci ci erano rivolti al Parlamento europeo. Noi, sostenuti dalla Direzione nazionale del partito, eravamo per la chiusura dell’Acna ma non volevamo uno scontro tra gli abitanti della valle e gli operai di Cengio e promuovevamo ogni iniziativa possibile per tenere in piedi la lotta ma, nello tempo, evitare questo scontro. A Alba avvenne un fatto curioso. I numerosi manifestanti avevano chiesto di essere ascoltati dal Vescovo della Diocesi. Con il parroco di Gorzegno avevamo suonato il campanello del vescovado per farci ricevere con i manifestanti. Dopo un po' di tempo il Vescovo di allora si decise a scendere e per prima cosa rimproverò il parroco perché era stato disturbato dai manifestanti secondo lui “strumentalizzati” dai comunisti. Naturalmente davanti a tanta gente si prodigò in mille parole di sostegno. La sua era ipocrisia?
Dopo il 1990 rimasi a Torino nella segreteria regionale del Partito. In quella sede vissi il passaggio dal PCI al Partito Democratico di Sinistra. Sentivo questa proposta come un affrancamento da un nome che l’esperienza dell’URSS aveva portato su una china tutt’altro che felice. Nel 1972 ero stato un mese in Unione Sovietica. Ci facevano vedere solo quello che volevano, quasi fosse un paese felice. Durante una cena di benvenuto a Mosca il funzionario responsabile del servizio interpreti ci segnalò alcuni commensali presenti in un altro tavolo. Ci disse che erano socialdemocratici belgi. Costoro dicevano di essere molto amici e vicini al PCI. Una cosa che mi stupì furono le dichiarazioni di un giovane interprete, si chiamava Boris ed era un figlio di militari. Era nato a Berlino, ma aveva chiesto al Comitato Centrale del PCUS di cambiare la sede della sua nascita e farla risultare a Mosca (!). Eravamo trattati molto gentilmente e con tutti i riguardi ma non ci parlavano dei casi di deportazione, delle condizioni di coabitazione in cui vivevano quasi tutte le famiglie ecc… Le notizie che venivano in occidente, quasi per giustificarle, pensavamo fossero derivate dal fatto che l’URSS durante l’ultima guerra aveva avuto 16 milioni di morti e la parte più ricca e industriale del paese era stata distrutta dalla guerra. Insomma credevamo di farcene una ragione e che col tempo tutto si sarebbe sistemato. Questo cozzava contro quello che avveniva di repressione della libertà dei singoli, col il fatto che buona parte del popolo sovietico subiva quel regime. Berlinguer al Congresso del PCUS aveva parlato dell’esaurimento della fine propulsiva della rivoluzione d’Ottobre. La cosa fece molto scalpore, ma senza voler citare i fatti, erano anni che il PCI, insieme ai comunisti spagnoli, aveva prodotto un netto distacco dai dirigenti dell’URSS. Poi venne Gorbaciov e quanto è avvenuto è risaputo. Sempre durante la mia presenza nella segreteria regionale, con Silvana Dameri, segretaria in quel tempo, fummo ricevuti molto cordialmente da Norberto Bobbio nella sua casa in Via Sacchi. Talvolta andavo ad assistere alla facoltà di Scienze politiche a iniziative sul federalismo, sul pensiero di Piero Gobetti ecc. La Fondazione Agnelli promuoveva importanti convegni a cui partecipavo. Ci furono due cose che mi avevano stupito. La prima, avevo pubblicato, grazie alla Fondazione presieduta dal nostro parlamentare europeo, un opuscolo in cui sostenevo la realizzazione in Piemonte di un Distretto vitivinicolo. Per studiarne la cosa avevo addirittura ricercato l’origine teorica del distretto. Essa nasceva da un gruppo di economisti inglesi che venivano chiamati marginalisti. Costoro erano in netta polemica con gli economisti neoclassici. Per farla breve un giorno chiesi a una nostra docente universitaria, che aveva avuto un significativo ruolo istituzionale di primo piano per il nostro partito cosa ne pensava della polemica tra i marginalisti e i neoclassici. Costei mi rispose che non c’erano differenze. Erano la stessa cosa! Ma..
La seconda, mi ero occupato e avevo studiato la presenza del federalismo in alcuni paesi, Austria, Germania ecc… Un giorno a Cuneo a un nostro convegno venne il responsabile degli Enti locali del partito. Costui sosteneva per l’Italia un “federalismo a geometria variabile”. Grosso modo era la stessa posizione della Lega. Si trattava in sostanza di avviare il federalismo in Piemonte, Liguria, Veneto Lombardia ecc. Le regioni del sud non pronte per il federalismo dovevano attendere. Io in quella sede avevo espresso la mia contrarietà alla proposta. Non c’era alcun paese in cui fosse stata seguita una simile procedura. Inoltre questa proposta, se attuata, avrebbe creato un coacervo inestimabile di contraddizioni sul piano del diritto creando una conflittualità caotica tra regioni e stato, tra regioni e regioni. Mi si rispose che la mia era una posizione ideologica!
RICORDI MOMENTI PARTICOLARMENTE DELICATI NEL TUO PERCORSO DA DIRIGENTE DEL PCI?
Le acque politiche negli anni 60 e 70 erano particolarmente agitate. Pensa che il controspionaggio sovietico aveva avvisato la direzione del partito che in Via Botteghe Oscure c’erano due dirigenti al servizio della CIA. Uno era all’organizzazione, l’altro negli uffici di Giancarlo Pajetta. In quel tempo non escludevamo di essere messi fuori legge da un colpo si stato. A Cuneo, come in altre provincie, avevamo allestito una sede segreta di partito, munita di ciclostile, per ogni eventuale evenienza. Quella sede era conosciuta da un solo compagno della segreteria provinciale.
Nel 69-70 dal regionale e dalla direzione del partito si ricevevano continuamente notizie su un possibile colpo di stato. Penso che queste informazioni venissero da qualche generale dello Stato Maggiore fedele alla Repubblica. Io credevo che il continuo susseguirsi della cosa fosse alla fine infondato. Una notte nel 1970 ricevetti una telefonata di Martino con la quale mi avvisava che si sarebbe allontanato da casa. Dopo qualche momento di incertezza mi vestii e andai dalla moglie di Martino per sapere dove potevo trovarlo. Essa mi insegnò il posto e qui trovai altri tre compagni dirigenti del Partito. Insomma, era scattato il colpo di stato. Per nasconderci ci recammo da una vecchia parente di Franco Revelli in un paese del torinese. Qui trascorremmo, naturalmente insonni, tutta la notte. All’alba pensammo di nasconderci tra la folla della stazione ferroviaria di Torino. Comprammo i giornali ma tutto era nella normalità.
Successivamente sapemmo che il tentativo di colpo di stato tra il 7 e l’8 novembre era stato tentato dall’ex presidente del MSI Junio Valerio Borghese. Si seppe successivamente che costui aveva chiesto l’appoggio degli USA attraverso il suo ambasciatore in Italia. Si dice che questi aveva approvato il colpo e, informato il ministro degli esteri americano, era stato era stato smentito e aveva dovuto ritirare l’appoggio a Borghese. Poi perché il colpo fallì non lo so, è probabile che parte dello stato maggiore dell’esercito ne avesse ostacolato la riuscita. La democrazia aveva vinto contro ogni tentativo di eversione.