15/12/2024
Pianeta terra chiama Bari.
Città Metropolitana. La terza del Sud dopo Napoli e Palermo. Città del Mediterraneo, città meridiana.
Città attraversata da sempre dalle migrazioni, quasi sempre città ‘di passaggio’ per molte sorelle e fratelli migranti ma sempre più città dove fermarsi, costruire la propria famiglia e ri-costruire la propria comunità lontano dai luoghi d’origine.
Città volta ad Oriente, città che si scopre solidale da un lato, coi profughi albanesi della Vlora, ormai più di 30 anni fa, ma certamente non pronta ad affrontare all’epoca come ora quella che hanno fatto diventare l’ “emergenza immigrazione”.
Città capoluogo di una “Puglia da bere” tanto cara a quel “marketing territoriale” che spinge per l’ overtourism già da qualche anno e dove a fronte dell’incremento di quest’ultimo non c’è stato un investimento di nuove risorse nel welfare portando alla crescita esponenziale di sacche di degrado, disagio e svantaggio socio-culturale di cittadini autoctoni come di migranti.
Non vorremmo star qui a snocciolare leggi e decreti fin qui susseguitisi che hanno mirato scientemente a disarticolare quanto di buono c’era nel nostro sistema di accoglienza, vorremmo piuttosto parlare di come attraversare i sommovimenti nella pancia della città.
E proprio in quella pancia multi-etnica che è il quartiere Libertà, la cronaca degli ultimi giorni ci restituisce fatti di inaudita gravità: la locale comunità bangladese presa di mira con atti intimidatori, violenze, furti, fino ad arrivare ad un recente accoltellamento.
La comunità bangladese è scesa in piazza lo scorso 26 novembre per chiedere a Prefetto e Questura che questa escalation di violenza venga fermata.
Iniziativa formalmente organizzata da ‘Comitati e associazioni delle città di Bari e del quartiere Libertà’.
Manifestazione molto sentita e partecipata dalla stessa comunità, che ha urlato dall’inizio alla fine il proprio rifiuto della violenza.
Manifestazione che avrebbe dovuto a nostro avviso essere attraversata anche da associazioni, collettivi, centri sociali, universitari e realtà di movimento di questa città se si vuole almeno lontanamente provare a trovare la chiave di volta per riaccendere una stagione di lotte condivise ma soprattutto intersezionali.
Perché stare coi migranti, vuol dire stare con gli oppressi, così come stare con le vittime di violenza di genere, come con le vittime della repressione di questo Stato ormai sempre più autoritario, securitario ed intollerante, dove non c’è spazio per la diversità, dove si mira sovente a sospendere lo stato di diritto, dove si elimina il dissenso e si negano i diritti fondamentali dell’essere umano.
Per questo il 26 novembre è stata un’occasione mancata per il movimento in terra di Bari.
L’altra occasione mancata invece è stata la mobilitazione del 1 e 2 dicembre a Tirana contro il Protocollo Italia-Albania per la detenzione dei migranti in terra Albanese, contro l’esternalizzazione dei confini, contro i CPR, sia in Italia sia altrove, iniziativa promossa dal Network Against Migrant Detention, animato da realtà antirazziste italiane e albanesi.
Bari avrebbe dovuto avere una centralità in questo tipo di mobilitazione per storia, e geografia anche.
Altra vicenda che non può passare inosservata é la morte di un migrante detenuto all’interno del CARA di Bari palese, al quale è seguita una lettera al Prefetto circa le condizioni disumane all’interno delle strutture, fatte di privazioni, violenza, mancanza di igiene ed in definitiva, umiliazione della dignità umane delle sorelle e fratelli ivi detenut*.
Le questioni sono tali e tante che andrebbe presa la parola in questa città da parte di tutte le organizzazioni, associazioni, collettivi e partiti in maniera assolutamente trasversale perché difendere i migranti oggi significa allo stesso tempo rifiutare un sistema violento, patriarcale, supportato da un atteggiamento paternalistico quando non sprezzante della dignità umana. Fare fronte comune con la cosiddetta ‘società civile’ così come anche con le realtà religiose impegnate sul terreno dei diritti umani superando steccati ideologici ed introducendo vecchie e nuove prassi per l’azione antirazzista, antifascista, per l’umanità contro la violenza di un sistema sempre più autoritario e repressivo che ha volutamente tagliato le risorse di welfare ed accoglienza in ossequio alla f***e ideologia delle ‘frontiere chiuse’.
Alle sorelle ed ai fratelli, alle compagne ed ai compagni, un altro mondo DEVE essere possibile e questo necessariamente dovrà passare dalla nostra capacità di costruire una comunità critica, pensante e trasversale ma coesa, come argine alla deriva barbarica dell’oggi.