31/05/2026
Ma nella Tebe raccontata da Sofocle – grigia, per Carsen, e crivellata dal piombo delle armi – non abitano solo Antigone e Creonte, né solo i familiari dello sventurato Edipo; in quella Tebe abitano prima di tutti i tebani, il coro, al quale il regista canadese ha voluto dare lo spessore di un corpo vivente con tante braccia, gambe, occhi, teste e una unica grande anima. Di quel coro – imponente per numero, compattezza, evidenza di parole, gesti e movenze – chi assisteva si è subito sentito fratello, sorella, concittadino, fin dalla scena d’apertura (un silenzio agghiacciante, scandito da un tamburo sordo, le salme di tutti i caduti – non solo di Eteocle o Polinice – disposte in file simmetriche, come troppe volte le abbiamo viste nei reportage di guerra): vicini nel compianto disperato sui morti in battaglia, nel timore stupefatto, nell’ascolto, nel bisogno profondo di trovare un senso alla legge, nelle leggi. Al netto di fuorvianti attualizzazioni estreme (tentazione in cui Carsen è troppo sottile e raffinato per cadere), Antigone ci rimanda necessariamente ai disobbedienti di ogni epoca (come non pensare, oggi, agli attivisti della Flotilla?), Creonte ai leader che il potere rende arroganti e prevaricatori (omettiamo gli esempi, solo perché l’elenco sarebbe tristemente esteso). Ma meno frequentemente la vita ci chiede di essere Antigone o Creonte, di vivere la tragedia delle scelte estreme; mentre sempre, sempre, sempre ci chiama in causa come popolo, come comunità: noi siamo quel coro degli abitanti di Tebe – e fra loro anche la guardia che scopre il misfatto, la neoregina Euridice, il giovane principe Emone, il profeta Tiresia.
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