26/11/2025
Il testo che segue è ricavato da:
“O Afonso de Albuquerque salva naufragos do Nova Scotia” 1952.
Articolo di Gomes Ramos, primo tenente dell’Afonso de Albuquerque
Premessa
Il 28 novembre 1942 il Nova Scotia, mercantile britannico adibito a trasporto truppe, veniva silurato nel canale di Mozambico dall’U-177 del com.te Gysae. In quel momento però non trasportava truppe, ma circa 780 prigionieri civili italiani raccolti nel C***o d’Africa, e ovviamente guardie, equipaggio ecc. In totale circa 1050 persone. Quando Gysae si accorse di avere silurato civili suoi alleati, avvertì Berlino, che avvertì Madrid, che allertò Lisbona, che allertò Lourenço Marques, capitale della sua colonia del Mozambico.
Fonti Principali
Articolo pubblicato da Gomes Ramos, primo tenente dell’Afonso de Albuquerque: “O Afonso de Albuquerque salva naufragos do Nova Scotia” 1952. L’articolo è scritto da un protagonista in prima persona e con funzioni di comando.
Altri dati provengono da Allan Jackson, che si occupa da tempo di approfondire la storia di Durban, e da un testo di Ian Uys, sopravvissuto al naufragio.
Questo il testo.
L’ Afonso de Albuquerque, un aviso, come venivano chiamate fin dal XIX secolo le navi portoghesi da guerra destinate ad essere utilizzate per controllo e pattugliamento nelle colonie. Gli avisos coloniali, trovandosi a dover operare spesso isolati, in territori lontani dalla madrepatria, pur somigliando a cacciatorpediniere per tonnellaggio, avevano una maggiore autonomia. Inoltre, essendo destinati ad operare prevalentemente in climi tropicali, avevano particolari condizioni di climatizzazione e possibilità di refrigerare gli alimenti. L’ Afonso de Albuquerque era un aviso di I classe, cioè, era un incrociatore leggero, ben armato, con un dislocamento di 2420 tonnellate e una velocità di 21 nodi. Costruita nel 1934, aveva dato il nome alla sua classe di avisos.
Il 2 ottobre 1942 l’Albuquerque era partito da Lisbona per una crociera di istruzione per guardiamarina. Come previsto, era arrivato in Mozambico il 27 Novembre, senza avere fatto nessuna tappa intermedia. La sosta a Lourenço Marques doveva essere breve, perciò ci si occupò subito dei necessari rifornimenti, in previsione della successiva partenza. La rapidità degli approvvigionamenti si rivelò poi determinante. Mentre le stive si stavano riempiendo, il capitano e buona parte dei marinai e degli ufficiali erano scesi in città. Non immaginavano che entro poche ore sarebbero stati protagonisti di un generoso, drammatico intervento di salvataggio.
Il capitano Josè Augusto Guerreiro De Brito interruppe la sua cena per precipitarsi a bordo quando ricevette quel messaggio.
Alle 2,30 del 29 Novembre, l’Afonso de Albuquerque salpò. De Brito conosceva le correnti e si basava sui dati meteo: sapeva che non avrebbe trovato nessuno alle coordinate che gli avevano indicato, che i naufraghi sarebbero stati spinti dalle onde e dai venti verso sud-ovest. Partendo dal punto dell’affondamento, traccia una rotta parallela alla costa, a una distanza di 8 miglia; inizia a seguire questa linea ideale in lungo andirivieni, procedendo gradualmente verso sud – ovest; conta di trovare scialuppe cariche che si dirigono verso terra, troverà invece soprattutto relitti, piccoli canotti, naufraghi isolati dispersi dalle onde…
La nave di cui si parlava nel messaggio era il piroscafo Nova Scotia, quel mercantile che già compariva nei “ricordi di viaggio” dell’aviso. Si erano conosciuti anni prima, in Canada…
Quel mattino del 29 novembre, un altro messaggio, proveniente dal BdU, il Comando Sommergibili, raggiunge l’U-177; Gysae capisce: non gli stanno dicendo ciò che è ovvio, cioè di non ostacolare i soccorsi che lui stesso ha chiamato. Gli stanno dicendo che i soccorsi sono partiti, e che quindi lui e il suo equipaggio possono ancora sentirsi marinai. Lo comunica rapidamente all’equipaggio: quel che si poteva fare è stato fatto.
Berlino informa che le navi portoghesi sono due: infatti, al salvataggio partecipò anche, o avrebbe dovuto partecipare, come nave appoggio, un altro aviso, il Gonçalves Zarco, che al momento in cui l’Albuquerque salpò era ancorato al medesimo molo: ma a causa delle cattive condizioni del mare fu impossibile per De Brito mantenere i contatti per radio; perciò, dovette ogni tanto affidarsi ai collegamenti telefonici tramite la stazione locale. Lo Zarco non riuscì a raggiungere la zona dove operava l’Albuquerque, tuttavia, a quanto pare, recuperò qualche disperso.
[...]
L’isola di Inhaca chiude a Est la grande baia di Lourenço Marques, ed è un punto di riferimento. A partire da lì, da Inhaca, De Brito decise di fare decisamente rotta a Sud, poi, quando i primi raggi del sole di quel 29 Novembre cominciavano ad illuminare di traverso le onde, cominciò a seguire un suo labirinto geometrico, entro il quale sapeva di non perdersi: ampio andirivieni a serpentina.
La corrente andava a Sud-Ovest, il vento spingeva leggermente da Nord-Est. Josè Augusto Gerreiro De Brito sapeva che dalla sua conoscenza ed esperienza di mare, ma soprattutto da calcoli matematici, dipendeva la vita di centinaia di uomini.
Solo verso mezzogiorno, quando già erano passate circa trenta ore dall’affondamento, l’Afonso de Albuquerque arrivò in zona critica. Ma non si vedeva nulla.
Poi un urlo, chissà chi lo lanciò tra i marinai:” Eccoli!” Erano le 13,12, quando venne avvistato il primo canotto, e dopo pochi minuti una zattera. E poco dopo un’altra a babordo, e poi due relitti verso Sud...
Erano arrivati in zona, ma cominciava per loro la disperazione della scelta: mentre ne recuperavano a Sud, ne avvistavano altri a Nord, follemente aggrappati ai loro pezzi di legno, ai loro relitti…
De Brito doveva scegliere: impossibile, assolutamente impossibile, salvare subito tutti quelli che erano avvistati.
Prima scelta: recuperare quelli che non avevano neanche la possibilità di una tavola o di un relitto minimamente stabile, quelli che il Cielo aveva in qualche modo preservato fino a quel momento, nonostante il freddo, la pazzia, gli squali, le ferite, perché fosse lui, Josè Guerriero De Brito, a decidere per loro.
E quindi le scialuppe portoghesi raccolsero per primi gli ultimi degli ultimi, quando potevano: quelli che la vita aveva aggrappato a un remo, a una scheggia di portellone, a un pezzo di trave.
Poi ci fu la possibilità di recuperare due grandi zattere sovraccariche, su una delle quali una sorprendente bandiera azzurra, straccio chissà come recuperato, aveva fatto da utilissima segnalazione per tenerla d’occhio e poi raggiungerla.
Erano le 13,25, e da quel momento De Brito non ebbe certo più tempo di tenere con regolarità il diario di bordo, che si fa spezzettato, drammatico. Da quel momento, tutti capirono che dovevano starsene sui ponti, a scrutare quell’ ambigua distesa di onde, che non sai mai se vuole farti vedere quel che c’è da vedere. Con lunghi meandri, l’ Afonso de Albuquerque continuava a ba***re il mare…
Era il pomeriggio del 30 novembre, il Nova Scotia era affondato al mattino presto del 28 novembre: quanto tempo era passato? Circa sessanta ore, sessanta ore di acqua, di squali, di ondate, di sete, di ferite tormentose.
Sull’ Afonso della Albuquerque il medico di bordo non ha requie: gli hanno assegnato, oltre a un infermiere e al farmacista, un fuochista e tre guardiamarina per gestire al meglio l’assistenza sanitaria. Non avranno rimorsi: per trentasei ore sputeranno l’anima, ma molte vite continueranno grazie a loro.
…Però sono passate sessanta ore, e il comandante De Brito sa che deve prendere una decisione, probabilmente la più sofferta decisione della sua vita: il mare è ormai molto forte, le speranze ulteriori di recupero sono meno che scarse, e a bordo c’è troppa gente tra la vita e la morte. Deve fare i conti con la sua professione, oltre che con i suoi ricordi e rimpianti per il futuro: il mare m***a sempre più, ci sono tutti i segni di fortunale in arrivo; le possibilità di trovare altri si vanno facendo esigue, ma pur ci sono. Deve scegliere, e in fretta: o dirigersi verso l’ospedale di Lourenço Marques sperando di salvare chi è stato recuperato, abbandonando quindi eventuali altre vittime; o continuare a pattugliare la zona per salvare altre vite, sperando che la sua squadra medica continui i miracoli che finora ha operato. La scelta è sua.
Alle 16,15 del 30 novembre Josè Augusto Guerreiro De Brito comunica l’ordine: ricerca interrotta, si torna in porto coi motori al massimo.
Josè Augusto Guerreiro De Brito: bel nome vibrante. Bel carattere, soprattutto. Il suo primo tenente riferisce di un cacciatorpediniere inglese che si accostò a sinistra, mentre stavano dirigendo in porto, e con formale (ma con notevole arroganza sostanziale), invitò l’Afonso de Albuquerque a fare rotta verso Durban, invito che ovviamente De Brito respinse decisamente, continuando a navigare e sistemando anzi gli uomini ai posti di combattimento, dando così ai guardiamarina del suo corso una bella lezione pratica di Diritto Internazionale Marittimo.
…Alle dieci di mattina del 1 dicembre, il porto di Lourenço Marques era ancora più animato di come De Brito l’aveva lasciato qualche sera prima: …La voce si era già sparsa: ne avevano recuperati 184.
Ne erano morti circa 750.