21/11/2023
Nazionalismo laico (Parte I)
Abu Dharr Al-Ghifari. Chi sostiene di avere già sentito questo nome è un vero esperto o un impostore. In Occidente il dialogo con Al-Ghifari si limita ad alcune frasi della monumentale opera di Jacques Droz “Storia del socialismo in 15 volumi” e ad una voce nella “Enciclopedia di Oxford del mondo islamico”. Non stupisce se l’uomo, morto nel 652, ha lasciato una traccia cosi’ sottile. Eppure Al-Ghifari ha avuto nella storia del socialismo arabo un ruolo centrale.
All’inizio del XX secolo intellettuali arabi sono alla ricerca di un’autentica fonte, grazie alla quale accordare le idee del marxismo con l’Islam, onnipresente nei loro paesi. Si imbattono in Abua Dharr, un compagno di strada di Maometto, che aveva affermato, nel suo commento delle sure del Corano, che nessuno puo’ accumulare ricchezze in questo mondo. Deve piuttosto dare al prossimo tutto cio’ che esorbita dai suoi bisogni perché solo un tale comportamento piace a Dio. Non c’è da meravigliarsi se, con affermazioni simili, Al-Ghifari si attira l’indignazione dei potenti, che si erano arricchiti sull’onda dell’espansione islamica. Ma Abu Dharr non si scompone, postula “l’amore per i poveri e la vicinanza a loro”, invita i suoi seguaci a guardare solo verso “colui che sta sotto e non a chi sta sopra” ed afferma la necessità di trattare alla pari le aderenti alla comunità. Il fatto che aggiunga che non c’è altra potenza all’infuori di quella di dio è un attacco aperto alle dinastie che si formano sul suolo islamico. Queste ultime, tuttavia, non osano reprimerlo perché Maometto stesso paragona Abu Dharr con Gesù Cristo e rende onore espressamente alla sua vita ascetica. Questo non evita ad Al-Ghifari di essere bandito. Muore in un piccolo insediamento, la cui struttura, sorprendentemente, è molto simile a quella di un kibbutz israeliano.
Per questo l’asceta è perfettamente adatto al “role-model” per un socialismo arabo, perché alle società arabe del XX secolo manca non solo un vero proletariato, ma anche un’agrucoltura paragonabile a quella dei contadini russi. Con un compagno di Maometto, invece, era possibile fare una politica proletaria anche nel sud dell’Impero osmanico.
Alla fine del XIX secolo, nell’Impero osmanico lo scontento per il sistema superato del sultanato cresce. Al centro dello Stato emergono forze progressiste che si fanni presto conoscere col nome di “Giovani turchi”. C’è fra loro, all’inizio, anche Mustafa Kemal, detto più tardi Atatürk. In Egitto si trattava anzitutto di studenti che tornavano dall’Europa occidentale, che volevano contrapporre una democrazia progressista alla teocrazia imperante. Diventa loro portavoce Mustafa Hussein Al-Mansuri, che pubblica nel 1915 i primi scritti genuinamente socialisti nello spazio arabo. Al-Mansuri capisce che la rivolmuzione industriale, arrivata con qualche ritardo anche nell’Impero osmanico, moltiplica i profitti dei capitalmisti: “dic=ventano ricchissimi e trattano i lavoratori ancora più crudelmente e senza scrupoli. Tagliano loro i salari e allungano l’orario di lavoro.” Questi deficit sociali – come li chiama Al-Mansuri – devono essere compensati da un socialismo: “l’unica possibilità di procurare felicità e benessere all’umanità è la consegna ai lavoratori della proprietà dei mezzi di produzione.” Se Al-Mansuri si rivela come un allievo di Karl Marx, esula tuttavia dall’ideologia socialista classica di allora: “anche se i socialisti, seguendo l’insegnamento di Marx, si considerano ingternazionalisti, non vuol dire che il loro amor di patria muoia.” E aggiunge che il socialismo non puo’ essere applicato nello stesso modo in tutti i pmaesi. “In nazioni democratiche come l’Inghilterra o la Francia il socialismo puo’ arrivare al potere in modo pacifico ma in nazioni tiranniche occorre la violenza.” Al-Mansuri diventa il capostipite di tutti i successivi partiti della sinistra araba, che hanno in comune fin dall’inizio due caratteristiche: il nazionalismo e la tendenza al terrore.
Quattro anni dopo l’apparizione del manifesto di Al-Mansuri è fondato in Palestina il primo partito marxista. Si chiamo “Partito comunista della Palestina”. Come il Partito comunista egiziano, fondato poco dopo, aderisce al Komintern ma non ha un ruolo centrale per il suo stretto allineamento su Mosca. Alla fine degli anni 30 molti militanti di sinistra non seguono le consegne di Mosca e cercano in Al-Mansuri z Al-Ghifari un socialismo nazionale panarabo autonomo. Michel Aflaq e Saladin Al Bifar fondano nel 1943 il “Partito socialista arabo della rinascita”, presto noto come “Baath”. Fondano per far conoscere i loro obiettivi il giornale Al baath, che condivide gli ideali del Risorgimento italmiano. All’inizio, le relazioni del Baath con i comunisti sono ambivalenti. Da una parte, i socialisti arabi condividono le idee dei comunisti per la costruzione di una società senza classi, dall’altra i Baath si schiera contro i principi comunisti per una rivoluzione nazionale. Per l’area araba dovrebbero essere conquistati “Unità, libertà e socialismo. Il resto del pianeta puo’ fare quel che gli aggrada. Per raggiungere questi obiettivi non è legittima solo la violenza rivoluzionaria ma anche militare. Il Baath milita per la cacciata dei coloni britannici e francesi con la forza delle armi e per il rovesciamento delle dinastie feudali arabe, che si oppongono fondamentalmente al progresso.
Andreas Pittler
Liberamente tradotto dal tedesco da Giustiniano
12 novembre 2023
(continua)