12/06/2026
Il campo di concentramento di Dachau è immenso anche oggi, nonostante l’area visitabile sia una minima parte rispetto all’estensione di un tempo: e non era nemmeno il lager più grande, all’epoca. Al termine della visita, in un’area appartata, si incontrano alcuni edifici dedicati alle varie confessioni religiose. Nella chiesetta cattolica c’è la statua di una Madonna che sorregge un bambino. Siamo stanchi, sono molte le ore passate in piedi. Ci sediamo su un banco, a riflettere. Il pensiero, quasi in automatico, ci riporta ad una domanda, scontata, quasi banale. La stessa che si è posto Primo Levi dopo il suo ritorno a casa – lui era ad Auschwitz - poi ripresa in quasi tutti i suoi libri, la medesima che si sono fatti tutti i superstiti dei vari campi di concentramento o di sterminio. Come è stato possibile che tutto ciò sia potuto accadere?
Con tristezza e dolore infiniti, siamo però costretti ad aggiungere alla prima una seconda domanda, che rappresenta poi l’essenza stessa e il motivo per cui Primo Levi e molti altri sopravvissuti come lui hanno sentito il dovere morale di lasciare la loro testimonianza: descrivere il male, per impedire che gli orrori del passato possano ritornare. Ma allora, a più di ottant’anni da quei fatti, come è stato possibile che stermini simili si siano potuti nuovamente ripetere?