09/09/2026
Nel secondo appuntamento con il Filò dei Cimbri, dopo il consueto dialogo in lingua cimbra da parte di Ada, Maria Vittoria e Paolina, seguito dall’interessante esposizione di Alessio sulle voragini presenti in Altipiano, si è parlato di emigrazione, in particolare di quella che partendo da Rotzo (e dal Veneto più in generale) si è rivolta verso il Sud America. Sono state molte, infatti, le famiglie rotzesi che negli anni a cavallo fra il 1880 e il 1891 hanno lasciato la loro terra e sono partite per “catare” fortuna in Brasile, soprattutto nello stato meridionale del Rio Grande do Sul: si tratta di ben 34 famiglie composte da circa 140 persone. Ospite della serata è stato proprio un lontano discendente di quei primi e intrepidi migratori che, spinti dalla necessità e dal bisogno, sfidarono i pericoli di un lungo ed incerto viaggio per affrontare l’ignoto più assoluto. E’ nato così un dialogo/intervista fra il nostro don Sergio Stefani e Josè Tondello, discendente da Orazio Tondello “Plozar” che nel 1887, all’età di 25 anni, lasciò Rotzo e si imbarcò a Genova assieme alla moglie Caterina Slaviero “Cazzador”, di anni 19; dopo poco più di un mese sbarcarono a Porto Alegre, nello stato del Rio Grande do Sul. Non possiamo sapere come sia andata la trasferta in mare, ma pur immaginando le difficoltà incontrate e considerando che per loro fortuna non avevano figli a seguito (si erano sposati da poco), alla fine i coniugi sbarcarono vivi e senza conseguenze in terra brasiliana. Da loro due prenderà poi origine una numerosissima dinastia, tanto che il cognome Tondello è tuttora molto diffuso in quelle zone. Nessuno dei primi emigranti che da Rotzo oltrepassarono il mare per andare in Brasile fece più ritorno nella terra di origine, né i loro figli e nemmeno i nipoti: Josè è stato il primo della sua famiglia, una quindicina di anni fa, a ritornare, il primo dopo quattro generazioni. La famiglia di Josè è composta da ben 15 fratelli ma i loro cugini, che abitano poco distante, sono ancora più numerosi, raggiungendo il ragguardevole numero di 17 fratelli. Ad Antonio Prado, località dove vennero dislocati i nostri emigranti (oggi comune gemellato con Rotzo) c’è una lapide che riporta i nomi e le famiglie di coloro che da Rotzo partirono per il Brasile. Il racconto di Josè prosegue descrivendo il territorio di Antonio Prado, un territorio collinoso, simile per certi versi al nostro Altipiano. In ogni paese si trova sempre un grande capannone in grado di contenere anche mille persone a sedere, usato per ritrovarsi e fare festa. Il senso di comunità e di appartenenza, il rituale di stare insieme e condividere un pranzo in compagnia è molto sentito dalle quelle parti, più ancora che da noi. Josè fa l’agricoltore, ha un’azienda di coltivazione biologica, coltiva “perseghi, pomari”, ortaggi, carote, patate, un po’ di tutto. Il clima permette anche tre raccolti all’anno, praticamente il ciclo è continuo. Antonio Prado ha 13.000 abitanti e ci sono 7.000 ha di piante da frutto. C’è carenza di mano d’opera, mancano almeno 1.000 operai per la raccolta dei prodotti. Ogni sabato Josè porta la frutta e la verdura nei mercati di Caxias do Sul. “Quando ritorno a Rotzo, provo una grande nostalgia e se avessi vent’anni ritornerei a vivere qua. Mi sento al 10% brasiliano e al 90% di Rotzo”.
Le difficoltà, i problemi e le sofferenze affrontate dai primi rotzesi (e da tutti gli altri emigranti, ovviamente) sbarcati in Brasile sono state comuni a tutte le famiglie coinvolte, dal momento che ognuna doveva disboscare e mettere a coltura il pezzo di terra che le era stato assegnato, facendo affidamento soltanto sulle proprie forze. Quindi in tutte le famiglie c’è il ricordo, tramandato da padre in figlio, del lavoro massacrante dei primi anni (o meglio: delle prime generazioni), in un ambiente, oltretutto, che a quei tempi pullulava ancora di pericolose bestie selvatiche. A qualche nucleo familiare, però, è andata anche peggio perché il dolore e la disperazione si manifestarono già durante il viaggio in nave.
I coniugi Dal Pozzo Nicolò Antonio “Plonz” di anni 39 e Slaviero Domenica “Jop” di anni 32 lasciarono Rotzo il 12.03.1886 per imbarcarsi a Genova e raggiungere il Brasile. Con sé avevano i cinque figli avuti fino a quel momento: Matteo di anni 9, Teresa Gasparina di 7, Nicolò di 5, Erminia Margherita di 3 e Pietr’Antonia di 1. Cosa successe durante quel viaggio lo venimmo a sapere da alcuni discendenti di quel ramo famigliare, ritornati a Rotzo una trentina di anni fa: si chiamavano Mistica, Marines e Lidio Dal Pozzo ed erano anche loro i primi della propria stirpe, dopo quattro generazioni, a ritornare nel paese di origine. I bisnipoti hanno raccontato di un viaggio infernale, dove le condizioni igieniche erano del tutto assenti e le persone venivano stipate come sardine, così da aumentare i guadagni delle compagnie di navigazione che sfruttavano e lucravano sulla povera gente, che pure aveva pagato un prezzo non indifferente per il biglietto. Dato il contesto, le infezioni e le epidemie erano diffusissime e i primi a pagarne le conseguenze erano ovviamente i soggetti più fragili, cioè i bambini: così la famiglia di Nicolò, imbarcatasi a Genova piena di speranze con cinque figli e spinta ad emigrare proprio per dare a loro un futuro migliore, sbarcò a Porto Alegre solamente con due, gli altri tre erano morti in viaggio. A quei tempi morire in nave voleva anche dire essere sepolti in mare, messi in un sacco con una zavorra e gettati in acqua, privando i familiari di una tomba dove piangerli e di un luogo fisico dove ricordarli e pregarli.
Non riusciamo nemmeno ad immaginare l’angoscia e la disperazione di quella madre nel vedere morire tre dei propri figli, curandoli e assistendoli fino all’agonia come meglio poteva, tenendoli in braccio e sorbendo l’amaro calice del dolore goccia a goccia, minuto per minuto. Immaginiamo, questo si, quanto si sarà pentita per la scelta di partire e la rabbia che avrà rivolto verso chi gestiva quei traffici disumani, pianificati da persone senza scrupoli e senza morale alcuna. Il racconto tremendo di quell'immensa sofferenza e di quell’infinita disperazione diventò così un elemento fondante della famiglia e a cascata di tutti i loro discendenti, tramandato come cosa sacra da una generazione all’altra.
Fu soprattutto Mistica a raccontarci questo pezzo di storia, coinvolgendo anche noi nel racconto: capivamo che quello era diventato quasi un mito o un caposaldo della loro saga familiare, nei cui riguardi era impossibile, anche per gli estranei, rimanere indifferenti. Talmente forte era l’emozione generata dal ricordo, che Mistica si agitò nell’enfasi della narrazione e rivisse quei momenti fino alle lacrime. Erano fatti accaduti ai bisnonni (o forse ai trisnonni) più di cento anni addietro ma pareva fosse lei in prima persona ad avere vissuto quella tragedia, con una freschezza e un trasporto da sembrare eventi accaduti soltanto qualche giorno prima
nella foto: Josè Tondello, al centro, in una cerimonia tenutasi nel municipio di Rotzo