25/04/2026
Il 25 aprile non è una data, è una postura.
È il rifiuto ostinato di piegarsi quando il potere pretende obbedienza e chiama ordine ciò che è solo paura.
L’odio non è morto nel ‘45, ha solo cambiato bersagli, bandiere e divise.
Oggi come allora si traveste da consenso, da propaganda lucidata, da fascinazione per uomini e donne soli al comando. Cambiano i nomi, restano le pretese: decidere per tutti, zittire chi dissente, riscrivere la realtà finché diventa comoda, solo per chi governa.
C’è sempre un re che si crede eletto dalla Storia o da Dio e uno zar che si crede proprietario del destino altrui, che oltraggia confini e vite come se valessero meno del suo volere.
E poi ci siamo noi: quelli che ricordano che la libertà non è un’eredità garantita, ma un esercizio quotidiano di disobbedienza quando serve.
La Resistenza è ogni volta che rifiutiamo la semplificazione violenta, ogni volta che scegliamo la complessità contro la paura, ogni volta che difendiamo chi viene schiacciato dal racconto dominante, dalla narrazione comoda.
Il 25 aprile è scomodo, perché significa scegliere, impegnarsi, battersi.
Oggi, come ieri, Resistere significa non chiedere il permesso di essere liberi.