09/01/2026
La storia a volte si ripete ma con contorni diversi . Dopo la globalizzazione della fine 800 arrivo una crisi economica occidentale drammatica , il 29 le borse mondiali caddero , la grande depressione portò gli Stati uniti d'America alla grande depressione , in Europa la grande guerra . Il XXI secolo assomiglia per crisi mondiale economica . Il 2008 si chiuse con drammatiche conseguenze per aver permesso al mondo una globalizzazione senza regole . Ma le differenze ci sono , soprattutto negli Stati Uniti d'America . Trump non è sicuramente Roosevelt, e non solo perché il primo repubblicano e il secondo democratico , ma per un atteggiamento politico molto diverso .
La priorità nazionale: Roosevelt fu eletto nel 1932 per affrontare la Grande Depressione, concentrando le sue energie sul "New Deal", un vasto programma di riforme economiche e sociali interne, con un forte intervento statale.
Leggi di neutralità: Il Congresso approvò leggi che vietavano la vendita di armi e prestiti alle nazioni in guerra, riflettendo il sentimento isolazionista dell'opinione pubblica e del governo.
Neo-isolazionismo?
La seconda presidenza Trump – pur con tutta la sua imprevedibilità – sembra dunque incarnare la duplice tradizione repubblicana, isolazionista e imperiale. Di certo, essa rifugge dalle aperture dei democratici, peraltro talvolta più di facciata e ideologiche che sostanziali. Se si vuole, Trump è meno ipocrita, ma sicuramente più brutale.
La tendenza isolazionista si manifesta nel disprezzo verso l’Europa e nella volontà di lasciarla alla sua sorte, così come non è escluso l’abbandono dell’Ucraina nelle mani di Putin. L’arma dei dazi si abbina alle pressioni per un aumento consistente delle spese militari, ma non può celare anche un senso di preoccupazione per il potenziale economico europeo.
Né si può trascurare la violenza esercitata contro gli immigrati, con immagini che non possono che suscitare indignazione, così come il persistente attacco contro le università e la globalizzazione della ricerca (scrivo mentre viene diffusa la notizia del divieto agli studenti stranieri di frequentare i corsi di Harvard).
Ma la vocazione imperiale non viene meno. Lo si vede nell’atteggiamento del presidente di dettare l’agenda ovunque nel mondo. Il narcisismo e l’auto sopravvalutazione lo hanno spinto in questi primi mesi di mandato a pretendere, nel suo continente, l’annessione di Canada e Groenlandia e il pieno controllo del canale di Panama, oltre a gesti simbolici, ma rivelatori, come quello di riscrivere anche i nomi della geografia.
La sua battaglia sui dazi implica il riconoscimento di una condizione di debolezza degli USA nell’import-export (senza però riflettere sul fatto che la parte ricca della società americana consuma più di quel che produce), ma ha la pretesa di riscrivere da sola le regole del commercio internazionale.
In Medio Oriente, emerge di nuovo la pretesa di ridisegnare tutto, magari anche scavalcando lo stesso amico Netanyahu. Ma la vera vocazione imperiale la si vede nel Pacifico e in Oriente, dove sta quella Cina che Trump vede come il vero ostacolo alla sua volontà e all’egemonia degli USA. Lì si gioca la partita decisiva (ovviamente anche sul terreno del soft power, del potere delle Big Tech e dell’intelligenza artificiale), che può contribuire a spiegare la condiscendenza verso Putin, leader di una potenza minore, ma che è opportuno staccare dall’abbraccio cinese.
Se si assume la prospettiva del duello sino-americano, tante mosse, apparentemente irrazionali, di Trump possono (forse) assumere un significato diverso.
Tutto questo è il preludio di cosa ? La storia insegna e dovrebbe indicare la via .