I Barbabuc ad Bagnasc

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I ringraziamenti di un paese a Carletto, per la dedizione e l'impegno nel mantenere negli anni il nostro amato Circolo. ...
11/11/2024

I ringraziamenti di un paese a Carletto, per la dedizione e l'impegno nel mantenere negli anni il nostro amato Circolo. 🎂😘

06/10/2024
Importanti figure della nostra infanzia se ne vanno e tornano a Bagnasco per sempre.
24/08/2024

Importanti figure della nostra infanzia se ne vanno e tornano a Bagnasco per sempre.

E oggi sono 97 ... Daje Jefa
07/08/2024

E oggi sono 97 ... Daje Jefa

16/06/2024

I ricordi di Bagnasco...
di Rossana Scapitta
Bagnasco memorie- terza parte: la butega e i cambiamenti

La bottega degli alimentari, nostro supermarket d’epoca, era sempre aperta, perché lì i proprietari erano di casa.
Scendevi qualche gradino, suonava una campanella che segnalava l’ingresso.
In modo sparso e un po’ a caso c era tutto! Bastava cercare e chiedere.
Al bancone, quasi sempre un po’ sudato e un po’ asmatico, con un viso sorridente da vero titolare di bottega c’ era Giuanin che tagliava salumi e formaggi e ti serviva, insieme alla moglie, piccola e indaffarata, la signora Richeta. nel tempo avevano aperto un ristorante dove i piatti di portata venivano depositati anche sulle scale o in negozio, ovunque, così che facevano bella mostra lingue salmistrate, vitello tonnato, insalate russe, carne cruda... mentre in una cantina nel cortile penzolavano i salami e c era il forno x il pane. Tutto era spartano, lasciato ‘n plein air, ma i clienti x il ristorante arrivavano da ogni dove, perché il cibo era abbondante e il posto faceva molto rustico e appetitoso, a la veja manera, (alla vecchia maniera) e loro ci sapevano fare in cucina e coi clienti.
In bottega non si pagava; avevamo il ns libretto, lì segnavano tutti gli acquisti della settimana, poi mamma passava e saldava L intero conto.
La spesa alla bottega era anche un mio compito; mi piaceva, c era sempre gente ed era una mansione di responsabilità, riconosciuta.
Giuanin era bravo coi bambini e anche la Richeta.
Lì C erano i primi gelati, i Motta, con i ghiaccioli, i primi ricoperti e quei gelati a stantuffo, forse i Piper, che dovevi spingere e usciva un torciglione panna e cioccolato o amarena e panna . Lì prendevamo anche le gassos , che ancora la coca cola non c era... e la gassos era il max della goduria, insieme ai primi sciroppi ( amarena, menta, tamarindo) e all’idrolitina .
Si cominciava anche a collezionare i tappi, come se fossero una rarità.
In agosto, forse seguendo ritmi lunari, ogni cortile si dedicava a livello familiare alla preparazione della conserva. Noi no... ma io andando in giro per le case mi godevo da spettatrice questo traffico, che richiedeva preparazione di giorni e a squadra specializzata, sempre domestica e familiare , ma dove ognuno aveva i suoi compiti, tra bacinelle, panche, e macinini e quantità colossali di pomodori, così che il rosso furoreggiava.
Alla festa del paese non sempre eravamo presenti; non si era ancora aperta casa, ma talvolta ci siamo stati. Veniva allora il ballo a palchetto... durava mi pare qualche giorno. Lì i ballerini più esperti si lanciavano in balli in voga, valzer, mazurche, tanghi... e arrivava gente da fuori. Alcune ragazze ballavano in coppia, noi bambini si faceva cagnara.
Poi portavano i Martiri in processione; c erano gli uomini più forzuti a caricarsi il peso, le donne sempre velate, pregavano e cantavano, si partecipava tutti, come a un segnale convenuto.
Al pomeriggio tardi quando il caldo estivo calava, le donne si recavano al cimitero, a sistemare le tombe, portando fiori, coltivati per l’occasione negli orti. Alcune andavano tutti i giorni e anche quello era un rituale e un ritrovo.

Non so quando le cose cominciarono a cambiare...
Con L ‘avvento della plastica ci fu un primo mutamento: tutti comperavano aggeggi in plastica colorata, anche inutili. I mastelli erano in plastica, più leggeri dei catini di zinco o ferro, i giocattoli erano in plastica... il Moplen furoreggiava.
Le prime macchine divennero tante... chi lavorava in città e si era trasferito aveva la sua macchina con cui rientrava a fine settimana al paese, a trovare i genitori.
In Chiesa la morte di sur piuvan aveva visto l’arrivo di don Ruggero, missionario in Africa che per malattia africana era stato costretto a un periodo di rientro in Italia, x curarsi. Non amava essere chiamato sur piuvan e le donne non apprezzavano questo cambiamento di programma. Non conosceva il dialetto piemontese, anche se continuavano a parlargli addirittura in bagnaschese. Forse non aveva manco la perpetua ed era una persona riservata e un po’ intellettuale.
Genero’ qualche cambiamento anche in Chiesa, un’apertura della balaustra che prima separava di netto i fedeli dall’altare, L introduzione di un piccolo coro di adolescenti.
Col tempo sparirono le velette e anche i messali portati da casa.
Gli uomini da dietro le quinte cominciarono a sedersi, qualcuno anche davanti.
La bottega ancora lavorava, ma tanti con la macchina andavano al paese vicino a prendere generi in negozi più specializzati.
I bambini di città venivano portati anche al mare, per cui il tempo passato in campagna era più breve.
Cominciarono a essere i più vecchi, i soli che andavano nei campi, e i campi erano sempre più vicini, mentre quelli più lontani trascurati.
Le mucche non venivano più fatte uscire dalla stalla e nel tempo molti se ne privarono.
Poi fu la volta dei conigli a essere eliminati e infine anche le galline diminuirono parecchio.
Non si trovavano più le uova, per cui le si acquistava in negozio.
Si consumava acqua minerale in bottiglia, prima in vetro, poi tutta plastica.
Il ddt era spruzzato ovunque come un toccasana.
I putage’ lasciarono spazio a cucine economiche. Arrivo’ il telefono nelle case, e famiglia cristiana fu venduta in Chiesa e divenne L informatore x eccellenza.
La tv prese il posto della radio, la gente scopri’ il divertimento serale dei programmi Rai e noi bambini la tv dei ragazzi anche in campagna!
I giochi da bocce accolsero le donne e le donne divennero più presenti al circolo, che perdeva giocatori di bocce x aumentare i giocatori, talvolta ancora di morra, ma soprattutto di carte, scopa briscola e taroc !
In campagna divennero anni anche di noia. Non c erano divertimenti; non si giocava più tutti insieme,ognuno stava più chiuso a casa propria. Le prime ad essere abbandonate furono le vigne, che richiedevano troppa fatica. Il verderame divenne obsoleto e anche ciò che permetteva l’aspersione.
Poi andarono in cantina anche i campi di frumento e mais. Le mucche sparirono del tutto, anche dalle stalle.
La panca d la Sima d la val comincio’ a essere vuota, senza più gente che aspettava gli arrivi; oggi è sbilenca ed è oggetto d’arredo “urbano” inutile.
Molte case divennero disabitate e lasciate andare o vendute x poco.
La bottega chiuse i battenti e prima ancora il ristorante. La Richeta non si rassegnava e procurava ancora il giornale La Stampa dopo Messa a pochi clienti, pur di vendere qualcosa.
Al cimitero si andava tassativamente per i Santi, ma i fiori finti di plastica sostituirono perennemente quelli freschi.
Alcune case furono abbellite secondo canoni più moderni, la Messa p***e molti fedeli e il prete p***e il posto in canonica e divenne stabile a Montafia, e oggi turna forsennato su più paesi.
Anche la benedizione della casa a cui mia mamma ricorreva ogni anno divenne un atto poco praticato.
Gli elettrodomestici, i detersivi per ogni funzione, andavano alla grande.
La prima cabina telefonica moderna arrivò a Montafia, come un arredo di città. I motorini Ciao che tutti avevamo, con colori assurdi, lasciarono il posto a scooter moderni. E chiuse anche il benzinaio Abba, istituzione di Montafia, quando la moglie anziana e vedova, ancora non si dava vinta alla p***a di benzina e magra e secca continuava il commercio del marito, fino a che per malattia e anzianissima fu ricoverata in casa di riposo.
L’assurdo fu scoprire che mia madre già anziana anche lei su un Ciao verde pi***lo privo di riserva di miscela, faceva da porta-valori alla Cristina Abba!
L’altra anziana dopo incassi record il sabato, la domenica e il lunedì ( giorno di mercato a Montafia) aveva chiesto proprio a mia madre di passare all’ora di pranzo con il Ciao; le consegnava gli incassi prestigiosi e mia madre fuori da ogni sospetto, volava in banca a versare, per conto della Abba!

Le bici sparirono tra i bambini, molto poco lasciati liberi, e nel tempo sparirono anche i bambini e i villeggianti, tutti presi da vacanze mordi e fuggi, dal mare e dai viaggi esotici.
La Lina rimase quella che mai aveva visto il mare... e forse anche altri anziani di Bagnasco.
I cani non furono più legati e cominciarono a mangiare crocchette, così come i gatti, sterilizzati, crocchettati toelettati e seguiti in casa come bebe’ e dai veterinari.
Non esiste più un gruppo cucitrici, il centro paese sempre pieno di bambini, che giocavano sul Turun, (Torrone) uno spiazzo libero a fianco della Chiesa, è ora deserto e magazzino o deposito auto.
La conserva non si fa più, nessuno andrebbe a prendere il latte col barachin, la cabina telefonica è stata dismessa e i negozi specializzati al paese accanto sono ben pochi!
Al circolo vanno 4 persone in croce, ormai la sola domenica, il campo da bocce è trascurato e non più utilizzato da anni per le bocce.
I sentieri sono invasi da cinghiali e nessuno va più a passeggiare dove una volta c erano tante viti.
La Messa è ancora detta alla domenica ma da salesiani fortuiti e itineranti. Famiglia cristiana ha perso clienti e non compare più in Chiesa. Il coro è spesso sostituto da qualche donna, che canta stonata e solitaria.
Eppure in quella frazione c è tutta la nostra storia e al cimitero ritrovo tutti gli anziani che mi accoglievano e quelli che allora erano i giovani, e lì sento che il paese in qualche modo custodisce ciò che era, nel nostro ricordo e tra quelle tombe che li ritraggono tutti. Può sembrare deprimente, ma c è il luogo, il suo verde, il senso di grandi cambiamenti, non tutti tali da aver reso la gente più felice, forse più benestante, ma con meno tutela a tutto e tutti, all’ambiente, ai legami, alle storie, ai vecchi e ai bambini... presi da un progresso a volte fittizio, ma in cui le radici non andrebbero p***e, per recuperare e per dare dimensioni, oggi meno comunitarie, ma utili ad un benessere spirituale e interiore che è portatore di esperienze belle, solidali, di parentela vera o costruita, di rapporti umani che avevano senso nella reciprocità.
E lì io non sento solitudine, che è più presente in città; sento che in qualche modo il posto stesso e chi vi ha abitato sono guida, riconosco le case, rivedo chi mi accoglieva e i vecchi che ci hanno preceduto.
Sì Sono sentimentale.. ma se non sono i sentimenti quelli che ci guidano di cosa viviamo?
Se vedo i miei cugini anche alla lontana, so che ci unisce una stessa coppia di bis-nonni, in alcuni vedo somiglianze fisiche o di carattere e mi sorprendo... so che le mie nipotine non avranno mai queste esperienze ma qualcosa rimane ( tra le pagine scure..) ...e se anche tutto cambia, oggi molto di più che in generazioni passate, non cambiano quei sentimenti, quel desiderio di essere in comunione che sempre cerchiamo, o quel senso di pace che viene dall’abitare noi stessi, coi nostri ricordi, le nostre storie, quelle poche certezze e quel ridere di se’ e degli altri, bonariamente, che’ tanto serve per guardare avanti.

15/06/2024
13/06/2024

I Ricordi di Bagnasco di
Rossana Scapitta:
Bagnasco memorie (seconda parte) punti di ritrovo

I luoghi di incontro non erano tanti: la Sima d la val ( la cima della valle) che costituiva L ‘arrivo, al termine della salita, con ingresso nel paese. Su una panca, accanto al negozio multitasking, la Butega, c erano seduti, soprattutto al mattino, gli anziani, tutti uomini. Ognuno col suo bastone e la caplina ‘n testa, stavano lì e vedevano chi arrivava e chi usciva, salutando e commentando.
Chi arrivava e chi partiva si fermava, e dalla macchina o sul carus faceva sempre i suoi saluti.
A Messa c era poi il grosso raduno: gli uomini al fondo Chiesa, spesso in piedi, a volte fuori, e le donne e i bambini seduti davanti. Al primo banco la Lina occupava sempre il suo posto al primo banco a sinistra, arrivando con largo anticipo. E suonava il campanello nelle varie occasioni di rito. i maschietti arrivavano ancora spettinati e con gli occhi cisposi, pronti, via via che crescevano, a servire Messa. Con L età ci passavano tutti, a servire Messa, vestiti da pretini, in pastrani bianchi, lunghi, a ridere sempre come pazzi, perché ne combinavano, e qualche volta Sur piuvan, ( credo la traduzione sia signore della Pieve) come veniva chiamato il vecchio prete, doveva riprenderli o svegliarli, mentre sbadigliavano a tutto andare. Le donne avevano la veletta nera o tinta champagne e anch’io mi portavo dietro una veletta chiara e il messale. Tutti erano vestiti al meglio. Io spesso avevo gli stessi abiti, ma in piccolo, di mia mamma, confezionati su misura nell’atelier di mia nonna nel centro di Torino e li sfoggiavo con disinvoltura, anche se durante il giorno vestivo con delle mutande di cotone blu ( specie di short prima che così venissero chiamati) e maglietta, alla pari di mio fratello.
Sui banchi c erano i libretti di Chiesa, per i canti e x seguire Messa, che i primi anni mi pare fosse in latino.
Il prete, sempre con la tonaca lunga nera, abitava davanti alla Chiesa, in una bella canonica, con la perpetua Bettina, una donna anziana, devota e buona.
Allora c era messa presto, anche tutti i gg. E la chiesa era sempre piena. Con un bastone da cui spuntava un sacchetto rosso raccoglievano l’elemosina, la comunione era cosa da donne e bambini già più alti, e veniva distribuita rigorosamente a ostia in bocca dal prete, con piattino che il chierichetto teneva sotto la lingua x evitare che L Ostia disgraziatamente cadesse.
A volte i chierichetti si divertivano a puntare il piattino nella gola alle vecchie, a rischio di farle tossire...per poi ridere tra loro.
Qualche donna più intonata, o che credeva di esserlo, intonava i canti, a voce tonante, in canti immutati per anni.

A Messa finita si chiacchierava in vari gruppi... quello era il momento della grande socializzazione. Lì si vedeva gente che diversamente, tolto che alla butega, non incontravi mai.
Un ulteriore punto di aggregazione era il circolo, inteso come circolo agrario, luogo di gioco bocce e tavoli per le carte; negli anni anche di biliardo. Lì andavamo anche noi bambini, a giocare nel campo bocce quando non c erano partite o a guardare i giochi dei grandi, generalmente frequentati solo dagli uomini. Lì si sentivano le bestemmie peggiori, mai ascoltate, senza nessuna remora, e lì avvenivano a volte piccole risse, per questioni di bocce, punti rubati, bocciate non congeniali alla partita, tra avversari poco a modo nella competizione e nella forma comunicativa.
Ognuno aveva un suo modo di ti**re le bocce: chi con stile inglese, chi rincorrendo poi la boccia, chi lanciava poi si fermava di botto con braccio ancora contratto, mentre con lo sguardo ipnotizzato e di traverso, seguiva il tragitto della boccia. I giocatori bocciatori erano in genere i più aggressivi... alzavano un piede, prendevano la mira e tiravano cannonate. Altri facevano la raffa... ossia lo spostamento del boccino. Poi c erano i puntatori, flemmatici e precisi, che arrivavano piano piano a sfiorare il boccino, quasi incantandolo, tra urla generali.
Anche quello era un piccolo mondo con ritualità precise.
Nelle feste dei paesi vicini il torneo bocce di norma comprendeva anche come campi da gioco il nostro, così che arrivavano nuovi giocatori sparsi x il paese e noi si faceva da spettatori.
Mio padre, unico nel circolo, giocava scalzo, fuori da ogni regola, nel suo immancabile contraddistinguersi, benché fosse accettato anche così .
Non mi piaceva per niente questo suo esibizionismo , ma non ci facevo più caso. Lui amava dire che era x un senso di libertà, che lì in particolare modo, sentiva! Nei piedi e nel campo da bocce! Bah...
Credo lo prendessero un po’ x scemo ed eccentrico... ma non lo dicevano... perché era nervoso e temuto.
Nelle sere estive anche le donne partecipavano al circolo, ma inizialmente solo per chiacchierare, mangiare il gelato e guardare noi bambini...ed erano quelle che ritornavano al paese dalla città, nel periodo estivo e nei fine settimana , non quelle che abitavano in paese, di solito alle prese con figli, genitori e casa, dopo il lavoro nei campi o nelle stalle, o dietro a galline e conigli.
Altro ritrovo era lo spoglio della meliga, che avveniva in gruppo, con racconti, canti e il mangiare in cortile.
Poi c’ era l’arrivo della trebbiatrice, per ba***re il grano, come dicevano. Una sorta di mostro che arrivava su prenotazione e faceva il giro, in genere a settembre, dei vari cortili. Gli uomini andavano tutti ad aiutarsi a turno nei diversi cortili, poi cenavano insieme e offrivano da bere a quelli della macchina, in un polverone da nebbia inoltrata e in un rumore assordante, e per giorni rimaneva addosso tutto quel residuo di polvere di grano.
Anche il lavoro nei campi vedeva radunate intere famiglie, dal mattino alla sera. Il carro coi buoi partiva vuoto e rientrava carico, di fieno per esempio... con sopra i bambini e le donne, sudati e stanchi, con i loro attrezzi.
Noi bambini di città partecipavamo per figura... ma era bello far parte in qualche modo dell’insieme o credere di averne fatto parte.
I nostri vicini erano il meglio che ci poteva essere. Ero sempre da loro, attraversavo il cortile e con ogni scusa ero lì, come se fosse una mia seconda casa; da loro però non mangiavo mai, solo la merenda, sempre ottima, e mi portavo i compiti, sentivo la radio, vedevo la Lina come preparava il pastun per le galline e L erba per i conigli, come raccoglieva le uova e tirava il collo ai polli dopo averli inseguiti, mentre starnazzavano da pazzi per il cortile. Lei sapeva sempre tutto e diceva a mia mamma cosa e come fare. Tra loro si capivano e si confidavano.
Si lavava insieme la biancheria e ogni capo di vestiario, in cortile, tirando L acqua dal pozzo e mettendola in dei grossi catini di zinco, dove c era L asse da lavare col sapone nell’apposito scomparto. Un catino era per L insaponatura, uno per il risciacquo. Poi si strizzava forte, a volte in due, e si stendeva a delle corde alte, issate su pali. Il cane era legato e stava a freddo e caldo in una cuccia di pietra, mangiando avanzi.
Lo sterco delle mucche portato con forconi fuori dalla stalla veniva depositato in cortile nell’apposito letamaio, che aveva il caratteristico odore di m***a delle mucche, a mio avviso non così cattivo. Lì c erano un sacco di mosche e razzolavano anche le galline a cui buttavamo gli avanzi di cibo, subito consumati dai polli.
A volte nel catino, con L acqua lasciata scaldare al sole, finivamo anche noi bambini, strigliati a dovere... quando faceva più freddo il catino veniva portato nella stalla, sempre calda, per la presenza delle mucche, in un odore caratteristico di letame e fieno, che mi è sempre piaciuto, perché anche se toglieva un po’ il respiro perché acre, era naturale e le mucche avevano quello sguardo un po’ bue, che sapeva di consuetudine e faceva bene.
La campana batteva le ore e le mezz’ore sempre, forse anche due volte, ben scandite, così non c era bisogno di orologi, sapevi sempre l’ora, anche di notte.
E a Bagnasco x tanti anni c è stato il campanaro, che alloggiava proprio accanto al campanile.

13/06/2024

I RICORDI DI BAGNASCO di Rossana Scapitta
Bagnasco (ricordi- prima parte)

Scrivo queste storie per i miei cugini australiani e per i cugini che non hanno vissuto come me la loro infanzia nel paese d’origine dei nostri nonni e per quelli che in altri paesi hanno vissuto storie analoghe.

Le vacanze più belle, le vere vacanze? Quelle in campagna in una frazione dell’astigiano.
Lì venivamo lasciati liberi... io mi alzavo presto al mattino e dopo colazione sparivo; rientravo per pranzo; poi via di nuovo su una bicicletta i cui pedali pedalavano sempre, non aveva funzione di stand by, e mi ritiravo a cena.
Dopo cena venivo mandata, come la canzone di Morandi a prendere il latte.
Ero sempre a casa di altri... al mattino andavo in genere da Cristina, più alta di me, in tutti i sensi, di età e di statura. Arrivavo a casa sua prestissimo... a volte si erano appena svegliati..
“Ah...Sei già qui?” mi chiedeva il padre... “Sa, mettiti lì...”
Venivo allora fatta accomodare in giardino,all’ombra di un bel pino, dove ogni tanto Cristina faceva i compiti con suo padre, mentre io aspettavo e osservavo.poiché’ ogni casa era all’interno di un cortile dove tutti ci conoscevamo l’entrare da qualcuno era anche occasione d’incontro con gli altri abitanti del cortile. E lì c era una signora molto fine e gentile, la Rachelina, e il Paolin ( se non sbaglio) con la moglie dai capelli rossi.
Al pomeriggio invece raggiungevo altre case, nel centro paese, denominato Leu ( pronuncia Lo’) accanto alla Chiesa. Lì si riunivano nel primo pomeriggio, dopo un pisolino, le cucitrici, tutte donne. Ognuna portava una sua sedia e ci dava dentro, chi con ago e filo, chi coi ferru, chi con L uncinetto, chi a dare fiato alla bocca. Un bel gruppo... mi piaceva vederle e sentirle parlare, di storie di donne e di paese..scoprivo altarini di cui a casa raramente si parlava.
Poi raggiungevo casa di Oriana o di Enrica, le mie amiche, ma a volte stavo anche solo lì nel gruppo e ascoltavo e osservavo.
Dalla mia cameretta nel sottotetto spiavo dalle persiane, la vista dava sul cortile Lattore, allora cercavo di capire se mia cugina Enrica, Enrixi come la chiamavo, fosse già arrivata da Torino, che’ allora salivo su da un sentierino che mi portava su, nel loro cortile, dove stava Netina con zio Simin e la figlia Marisa, zio Vigiu e la moglie Freschina, Franca e il fratello Emilio. Dopo la morte di zio Vigiu e zia Freschina che aveva le piaghe alle gambe, I genitori di Enrica con Franca ripartirono la casa.
Noi 3 ,io Oriana ed Enrica, più o meno della stessa età, facevamo negli anni gruppo, ma ero quasi sempre io ad andare da loro, a qualsiasi ora.
Anche lì spesso mi dicevano “ah, sei già qua. Sa, siediti lì “ e io osservavo le vite degli altri, contenta... facevo le imitazioni, sapevo dove sedermi e con loro ridevamo tanto...
A casa mia venivano poco.. un po’ eravamo defilati rispetto al centro paese, un po’ credo avessero tutti timore di papà, spesso nervoso... e pure noi, che’ non si sapeva mai come finiva una banale visita, se a papà dava ai nervi... e non incentivavamo le visite.
Alla sera dopo cena venivo regolarmente mandata a prendere il latte. Sapevo di volta in volta da chi andare, col mio barachin... preparato da mamma x me. C erano all’imbrunire i pipistrelli di cui avevo una paura matta. Sapevo dove si abbassavano, lungo la strada, vicino ai lampioni. Allora aspettavo, poi prendevo la rincorsa e curva come sotto un ponte mi abbassavo x evitarli, guardando anche che nessuno però mi vedesse. Arrivavo poi nelle case designate... bussavo...
“ ah sei già qui?” Sa Siediti lì... “a volte stavano ancora mangiando...il caffellatte serale, come da tradizione contadina, che faceva da primo, seguito poi dai secondi e dalla frutta. mi filtravano il latte appena munto e lo colavano nel barachin.. non mi veniva offerto mai qualcosa, non era uso... ma c era qualche domanda, di solito erano gentili, perché ero sempre lì ogni sera... e intanto ascoltavo e osservavo.
Agli inizi andavo a Remondato dalle due Sabine e dalla Menta, poi vicino alla Chiesa da Marieta e dalla Tivina... da chi aveva le bestie e vendeva il latte appena munto.
quando tornavo, il percorso era più in difficoltà, x i pipistrelli e x timore, correndo piegata in due, di versare il latte del barachin, sempre spiando che nessuno vedesse la mia paura, che mi portava a correre a dimensione “nano da sprint”.

Quando incontravo a Bagnasco qualcuno x strada la domanda d’obbligo che mi veniva rivolta era: “chi cat ‘es? “ ( chi sei?)
Le ultime generazioni se non vivevano in modo permanente nel paese difficilmente erano riconosciute dagli anziani...
Io sapevo ormai cosa dovevo rispondere
” Sun la fija d ‘Daide d Giaculin” Si doveva salire sempre indietro di due generazioni... e con fierezza avevo imparato.. perché era come un lascia-passare.
In quel modo diventavo una del posto, il pedigree dei nonni era codificato.
Quello era un mondo di rituali e bastava seguirli.
Lì c era un’identità e un’appartenenza antica che andava sempre all’indietro, alle origini di tutto. E lì , gira e tuira, si era un po’ tutti parenti, e questo faceva sentire protetti e accolti.. o così mi sentivo io, bambina di città che adorava la campagna, “quella campagna”.

* ovviamente ognuno ha i suoi ricordi... io li ho ripercorsi con il mio sguardo di allora.... non necessariamente documentabile ma veritiero e un po’ rivisto dai sentimenti di oggi....
non si offenda qualcuno per le inesattezze...ma guardi all’atmosfera di un mondo contadino vissuto con gli occhi di chi trascorreva l’estate e anelava ad esserne parte... e un po’ lo era

15/03/2024

Campane e Becchi

12/03/2024

Bagnasco...

12/03/2024

Api e natura si svegliano a Bagnaco, con i suoni che non siamo più abituati a sentire...

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