02/02/2026
*COMUNICATO STAMPA Stefania Ascari*
Oggi sono andata nel carcere di Modena insieme a Massimo Bonora e Barbara Moretti.
E non è stata una visita facile.
Il sovraffollamento è il nodo più evidente, 570 persone detenute a fronte di una capienza di 372, con una grave carenza di personale. A questo si sommano problemi strutturali pesanti: impianti idraulici ed elettrici inadeguati, muffa, un vecchio capannone fatiscente, spazi inutilizzati e assenza di risorse per una manutenzione costante.
Ma il carcere non è solo muri che cadono.
È fatto soprattutto di persone che ci hanno raccontato che il tempo vuoto è troppo: mancano lavoro e attività, e questo genera frustrazione, tensione, conflitti. La commistione tra detenuti psichiatrici, detenuti comuni e persone con dipendenze rende la gestione quotidiana difficilissima. Anche il piano farmaci non è uniforme, le mancanze creano caos e mettono a rischio tutti.
Gravi anche i tempi lunghi della magistratura di sorveglianza: persone che hanno già maturato i benefici restano in attesa per mesi, sospese, senza risposte. Un limbo che logora e svuota di senso il percorso rieducativo.
Eppure, dentro questo quadro durissimo, abbiamo incontrato luce.
Due detenute che fanno teatro: la loro emozione nel raccontarsi, nel parlare del palcoscenico come spazio di libertà e dignità, ci ha profondamente colpito.
E poi il lavoro di sartoria, fatto con cura, competenza, orgoglio.
E non solo: qui si produce pasta fresca, miele e si coltivano verdure che riforniscono uno dei più importanti ristoranti di Modena. Lavoro vero, competenze vere, dignità vera.
Questo è il punto.
Questo è reinserimento sociale.
Il carcere non può essere una discarica dove buttare le persone e dimenticarle. Deve essere un luogo che restituisce possibilità, responsabilità, futuro.
Perché una comunità è più sicura non quando esclude, ma quando ricostruisce.