Partito Liberaldemocratico Verona

Partito Liberaldemocratico Verona Gruppo provinciale di Verona del Partito Liberaldemocratico

Non basta chiamarli estremisti: bisogna capire perché li votano.Il pensiero del nostro Segretario Luigi Marattin sul vot...
07/09/2026

Non basta chiamarli estremisti: bisogna capire perché li votano.
Il pensiero del nostro Segretario Luigi Marattin sul voto in Sassonia.

06/09/2026
06/09/2026
04/09/2026

Il 9 settembre noi saremo alla Camera con il nostro Segretario nazionale, On. Luigi Marattin, a sostenere il Ddl contro l’antisemitismo.

Fuori da Montecitorio, invece, ANPI e altre sigle manifesteranno per fermarlo.

È un’immagine che dice molto. Mentre l’antisemitismo torna a crescere, c’è chi sceglie di contrastarlo e chi, ancora una volta, prova a spostare il problema su Israele, Netanyahu e Gaza, trasformando una legge contro l’odio antiebraico in una presunta minaccia alla libertà di espressione.

Quando penso al   , non penso alla morte. Penso a tutto quello che può accadere prima.Penso a una persona che, giorno do...
03/09/2026

Quando penso al , non penso alla morte. Penso a tutto quello che può accadere prima.

Penso a una persona che, giorno dopo giorno, vede il proprio corpo cambiare, perdere autonomia, dipendere sempre di più dagli altri. Alla rabbia, alla paura, alla frustrazione. A quel momento in cui non si perde necessariamente la voglia di vivere, ma si può perdere la forza di esistere e resistere in quelle condizioni.
E penso anche a chi resta accanto.
A un figlio che non riconosce più il genitore di sempre. A un genitore che assiste impotente alla sofferenza di un figlio. A fratelli, sorelle, compagni di vita che vedono lentamente trasformarsi rapporti, ruoli, abitudini costruite in anni.
Perché certe malattie gravi, degenerative e irreversibili non entrano soltanto nel corpo di una persona. Entrano dentro una famiglia intera.
E troppo spesso tutto questo avviene nella solitudine. Senza una vera comunità di supporto, mentre alle emozioni si aggiungono la burocrazia, la ricerca dell'assistenza, le necessità quotidiane, le difficoltà economiche e organizzative. Mentre chi ami può arrivare perfino a vergognarsi della propria condizione, della propria dipendenza, di non riconoscersi più nella persona che era.
È anche pensando a tutto questo che sono fiera che la mia Regione, il , abbia avuto il coraggio di affrontare il tema del fine vita e di rendere chiaro un percorso sanitario per chi si trova nelle rigorose condizioni individuate dalla Corte costituzionale nel 2019: una patologia irreversibile; sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili; dipendenza da trattamenti di sostegno vitale; piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
Chiamarla una “legge sulla morte” la trovo profondamente ingiusto e strumentale.
Per me è una legge sulla .
Perché non obbliga nessuno a morire. Non stabilisce che una vita malata valga meno. Non decide al posto di qualcuno quando la sofferenza sia diventata troppo grande.
Riconosce semplicemente che quel limite non può essere deciso da altri.
E c'è un aspetto che considero fondamentale: sapere di poter scegliere non significa necessariamente scegliere di farlo. Può voler dire continuare a vivere sapendo che, se un giorno quella sofferenza diventasse insopportabile, non si sarà più prigionieri della propria condizione.
Questo, per me, significa restituire alla vita: curare, assistere, accompagnare e non lasciare mai solo nessuno. Ma anche rispettare fino alla fine la libertà della persona.
Sono fiera che il Veneto abbia aperto questa strada. Ma proprio perché parliamo di qualcosa che può attraversare la vita di ciascuno di noi e delle nostre famiglie, non può dipendere dalla Regione in cui abbiamo la fortuna o la sfortuna di vivere.
Serve una .
Perché una legge sul fine vita non sceglie per noi. Ci restituisce la possibilità di scegliere per noi stessi, fino alla fine. Valeria Pernice

Sul fine vita il   ha fatto una scelta di libertà. Ora tocca al  .Luca   ha parlato di una decisione che ha messo le cos...
03/09/2026

Sul fine vita il ha fatto una scelta di libertà. Ora tocca al .

Luca ha parlato di una decisione che ha messo le coscienze prima delle appartenenze politiche: la libertà individuale non è né di destra né di sinistra.
Le regioni hanno aperto una strada. Ma un diritto così personale non può dipendere dal luogo in cui risiedi.

Il Partito Liberaldemocratico sostiene da tempo una legge nazionale sul fine vita, con regole certe, dignità e autodeterminazione per tutti. Il Parlamento abbia il coraggio di completare il percorso intrapreso dalle regioni e legiferi su una norma di civiltà, senza colore politico. Noi ci siamo .

Luigi Marattin “bello il ballottaggio ma non si può fare finché c’è il bicameralismo paritario”.Noi del Partito Liberald...
02/09/2026

Luigi Marattin “bello il ballottaggio ma non si può fare finché c’è il bicameralismo paritario”.

Noi del Partito Liberaldemocratico siamo gente semplice. Più di un anno fa abbiamo presentato questa legge: https://documenti.camera.it/.../leg.19.pdl.camera.2210...

Bastano 6 mesi e si approva.

Così invece di avere una Camera da 400 persone e un Senato da 200, abbiamo un’Assemblea Nazionale da 600.

E la finiamo con la ridicolaggine di due camere che fanno la stessa cosa.

02/09/2026

Cominciano ad aderire varie associazioni e movimenti - e ne siamo ben contenti - al sit-in organizzato dal Partito Liberaldemocratico per mercoledì 9 settembre alle ore 17 davanti Montecitorio.

Per protestare contro una decisione assurda che il Parlamento sta per prendere con l’accordo di maggioranza e opposizione: creare un nuovo ente per fare ciò che già fa un Ministero.

Aspettiamo altre adesioni, di chiunque sia stanco di utilizzare così i soldi delle tasse degli italiani.

02/09/2026

OGGI IL VENETO NON HA PIÙ ALIBI
(Ma.Mi)

Valeria Pernice e Michela Mainardi hanno già detto con chiarezza dove sta il Partito Liberaldemocratico: sul il non deve voltarsi dall’altra parte. Io aggiungo la mia, da avvocato e da veneta.

Nel 2019 la Corte costituzionale ha fatto ciò che la politica non era riuscita a fare. Ha stabilito che, in condizioni rigorosamente definite, non può essere punito chi aiuta una persona a realizzare una decisione di fine vita liberamente e consapevolmente assunta. Ha indicato quattro requisiti precisi, ha imposto la verifica del Servizio sanitario pubblico, il parere del comitato etico, l’informazione sulle alternative e sulle cure palliative. E ha chiuso chiedendo al legislatore una «sollecita e compiuta disciplina» della materia.

Nel luglio di quest’anno la Corte è tornata sul tema. Le è stato chiesto di allargare ulteriormente quel perimetro, eliminando il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Ha detto no. Ma ha anche ribadito un punto fondamentale: oltre il minimo costituzionalmente imposto, il bilanciamento tra autodeterminazione e tutela della vita appartiene alla discrezionalità del legislatore, che può intervenire predisponendo le necessarie garanzie.

Tradotto dal linguaggio delle sentenze: la Corte ha fatto il proprio mestiere. Adesso la politica faccia il suo.

Per questo trovo particolarmente grave l’affermazione di Elena Donazzan su La Tribuna di Treviso secondo cui «non serve una legge e chi vuole può già togliersi la vita».

Perché qui stiamo discutendo del diritto di una persona che si trovi nelle condizioni rigorosamente individuate dalla Corte costituzionale a non essere lasciata sola davanti a una decisione estrema; a ottenere verifiche certe, tempi conoscibili, una presa in carico sanitaria, il vaglio di un comitato etico, l’accesso alle cure palliative e una procedura pubblica che accerti che quella volontà sia davvero libera e consapevole.

Dire «chi vuole può già togliersi la vita» non è soltanto una semplificazione brutale. È un argomento intellettualmente disonesto, perché cancella proprio tutto ciò che distingue un suicidio da una procedura medicalmente assistita sottoposta alle garanzie dello Stato.

E allora diciamolo chiaramente: votare no alla disciplina regionale non significa lasciare le cose come stanno. Significa scegliere come devono restare.

Significa accettare che un diritto già riconosciuto entro precisi confini costituzionali continui a vivere in un sistema fatto di procedure non uniformi, tempi incerti e percorsi che possono dipendere dall’azienda sanitaria cui ci si rivolge, fino alla necessità di andare davanti a un giudice per ottenere una risposta.

Il Veneto una volta ha già detto no, per un solo voto.

Oggi può dire sì. Può anche scegliere ancora il no. Ma questa volta nessuno racconti che il no equivale a non decidere, che «non serve una legge», che la questione appartiene a qualcun altro.

Un no è una decisione politica. Produce conseguenze concrete sulla vita di persone concrete. E chi lo voterà dovrà assumersene fino in fondo la responsabilità.

Da liberaldemocratica io spero che il Veneto scelga la libertà accompagnata dalle garanzie, non l’abbandono mascherato da prudenza.

Da avvocato, so che un diritto senza una procedura chiara rischia di diventare un diritto che devi conquistarti facendo causa.

Da veneta, oggi chiedo alla mia Regione una cosa molto semplice: abbia il coraggio di scegliere e il coraggio di rispondere della scelta che farà.

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Verona

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