03/09/2026
Quando penso al , non penso alla morte. Penso a tutto quello che può accadere prima.
Penso a una persona che, giorno dopo giorno, vede il proprio corpo cambiare, perdere autonomia, dipendere sempre di più dagli altri. Alla rabbia, alla paura, alla frustrazione. A quel momento in cui non si perde necessariamente la voglia di vivere, ma si può perdere la forza di esistere e resistere in quelle condizioni.
E penso anche a chi resta accanto.
A un figlio che non riconosce più il genitore di sempre. A un genitore che assiste impotente alla sofferenza di un figlio. A fratelli, sorelle, compagni di vita che vedono lentamente trasformarsi rapporti, ruoli, abitudini costruite in anni.
Perché certe malattie gravi, degenerative e irreversibili non entrano soltanto nel corpo di una persona. Entrano dentro una famiglia intera.
E troppo spesso tutto questo avviene nella solitudine. Senza una vera comunità di supporto, mentre alle emozioni si aggiungono la burocrazia, la ricerca dell'assistenza, le necessità quotidiane, le difficoltà economiche e organizzative. Mentre chi ami può arrivare perfino a vergognarsi della propria condizione, della propria dipendenza, di non riconoscersi più nella persona che era.
È anche pensando a tutto questo che sono fiera che la mia Regione, il , abbia avuto il coraggio di affrontare il tema del fine vita e di rendere chiaro un percorso sanitario per chi si trova nelle rigorose condizioni individuate dalla Corte costituzionale nel 2019: una patologia irreversibile; sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili; dipendenza da trattamenti di sostegno vitale; piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
Chiamarla una “legge sulla morte” la trovo profondamente ingiusto e strumentale.
Per me è una legge sulla .
Perché non obbliga nessuno a morire. Non stabilisce che una vita malata valga meno. Non decide al posto di qualcuno quando la sofferenza sia diventata troppo grande.
Riconosce semplicemente che quel limite non può essere deciso da altri.
E c'è un aspetto che considero fondamentale: sapere di poter scegliere non significa necessariamente scegliere di farlo. Può voler dire continuare a vivere sapendo che, se un giorno quella sofferenza diventasse insopportabile, non si sarà più prigionieri della propria condizione.
Questo, per me, significa restituire alla vita: curare, assistere, accompagnare e non lasciare mai solo nessuno. Ma anche rispettare fino alla fine la libertà della persona.
Sono fiera che il Veneto abbia aperto questa strada. Ma proprio perché parliamo di qualcosa che può attraversare la vita di ciascuno di noi e delle nostre famiglie, non può dipendere dalla Regione in cui abbiamo la fortuna o la sfortuna di vivere.
Serve una .
Perché una legge sul fine vita non sceglie per noi. Ci restituisce la possibilità di scegliere per noi stessi, fino alla fine. Valeria Pernice