06/01/2026
LE DUE FACCE DELLA MEDAGLIA IMMIGRAZIONE
Oggi un bravo cronista del Piccolo ha intervistato tre stranieri che vivono in largo Barriera: due operai (un kosovaro e un albanese) e una barista nigeriana. Tutti e tre, anche a nome di altri, hanno espresso la propria insofferenza per il clima che si è instaurato nella zona.
Il parroco sottolinea, col buon senso, una verità lampante: in Barriera ci sono persone straniere che lavorano, che hanno rilevato attività e le mandano avanti e ci sono persone deboli, fuori da ogni circuito, e sono spesso preda della violenza quando non della malavita.
Arrivano da Paesi nei quali la violenza è di casa per condizioni storiche e politiche. Il problema riguarda in particolare i minori non accompagnati, cui le cooperative forniscono, come da condizioni di appalto, solo un posto letto: non corsi di italiano, tantomeno di formazione, non sport. Così, questi ragazzi si esprimono con la violenza appresa a casa loro, dove la guerra è spesso guerra esportata da altri Paesi.
Sappiamo bene che la dotazione delle forze dell’ordine è quella che è, e che le file di immigrati presso la Questura sono spesso dovute a motivi logistici, alla carenza di personale e alla vetustà degli apparecchi in dotazione: non a caso il questore precedente aveva proposto di spostare la struttura preposta ai permessi a Valmaura, in una sede più capiente, ma la politica non aveva accettato: i voti sono voti, meglio le file.
PERO' CI TROVIAMO IN UNA SITUAZIONE STRAORDINARIA, non solo per l'ordine pubblico, ma per il FREDDO INTENSO E IL PROBLEMA DI GARANTIRE RAPIDAMENTE AI RIFUGIATI, NELL'80% DEI CASI DI PASSAGGIO, un tetto sopra la testa. Non siamo un’associazione e non entriamo nel dibattito politico quotidiano: spetta alle forze politiche e alle associazioni farlo.
Non abbiamo consigli da dare a partiti, istituzioni o sindacati, ma è chiaro che la LA PRIMA URGENZA E'QUELLA DI METTERE AL RIPARO CHI DORME ALL'ADDIACCIO per evitare altre morti di cui, come cittadini di Trieste, ci sentiremmo oggettivamente corresponsabili.
Abbiamo a cuore una soluzione: nel nostro gruppo vi sono molte persone che lavorano nel settore dell’accoglienza. Ma dovrebbero averla a cuore anche una seria amministrazione comunale e regionale che non possono cavarsela con l’avvertimento: “li avevamo avvisati. Qui si sta al freddo”. Perché dovrebbero aggiungere, con onestà intellettuale: ci fa comodo che il problema rimanga insoluto.
Chiediamo perciò che venga messo in sicurezza il rione di Barriera: lo chiedono anche i migranti che ci vivono e ci lavorano onestamente. Perché la realtà è banale: ci sono stranieri onesti e lavoratori, e persone che non lo sono. Poi, certo, ci sono i criminali puri che non si distinguono dal colore della pelle e che devono rispondere penalmente dei loro reati: del resto ce ne sono, parecchi, di italianissimi.
Crediamo che debba essere potenziato il personale di P.S. e carabinieri dedicato all’ordine pubblico ma anche a gestire le richieste dei rifugiati: due facce della stessa medaglia, un’emergenza della quale il governo dovrebbe farsi carico. Del resto lo chidono, inascoltati, anche i sindacati di polizia.
Perciò ci sentiamo di fare una proposta al prefetto: lo chieda al ministro, e poi convochi una sede stabile di confronto con Comune, Associazioni, Sindacati, cercando di creare un circolo virtuoso tra istituzioni e volontariato. Non siamo un'associazione, ma siamo certamente disponibili nella misura del nostro ruolo non formale e delle nostre competenze.
In tempi non sospetti chi ha fondato questo gruppo ha formulato precise richieste a Comune e Prefettura, raccogliendo 7500 firme per sgomberare il vecchio Silos in condizioni immonde e trovare un tetto dignitoso ai rifugiati, ma anche ai clochard italiani.
Il Comune non ha mai risposto. Il prefetto precedente, dopo una prima riunione tempestosa, perché aveva equivocato sulla nostra posizione politica (la nostra proposta era umanitaria e non siamo legati ad alcun partito), ci ha ascoltati, ma le riposte non sono venute.
Così gli avevamo mandato una risposta articolata con una proposta precisa: visto che Trieste rimarrà la porta della rotta balcanica, che nessun muro fermerà il flusso dei disperati e che la vigilanza limiterà l’azione dei passeur, ma non li fermerà, ritenevano (e riteniamo) indispensabile un cambiamento di paradigma per creare un sistema dell’accoglienza ad alta rotazione stabile e definitivo, articolato su tre soluzioni integrate:
a) una gestione coordinata delle emergenze; b) uno o più centri di accoglienza dotati di quanto necessario per ospitare degli esseri umani nel rispetto della loro dignità; c) una prassi di sveltimento delle pratiche per definire il loro status, e l’incremento (nel numero e nella frequenza) dei trasferimenti di chi ha altre mete, non aspira a rimanere a Trieste e magari può mettersi un tetto sulla testa, che sono l'80% di chi arriva.
Ribadiamo quella proposta. Solo così si eviterà che le strutture si intasino e si crei un’emergenza com’è costantemente accaduto finora. Dobbiamo ricordarci che parliamo di persone e non di cose e ci auguriamo di non leggere più la parola "sgomberi". Non è in gioco solo il decoro della città, ma anche il suo livello di civiltà e il rispetto di vite umane e della loro dignità. Con questo problema dovremo convivere ed è da irresponsabili pensare di farlo lasciando al loro destini le persone.